I 10 giorni che (forse) sconvolsero la Spagna

12 Ottobre 2017
Maurizio Matteuzzi

Domenica 1 ottobre – Alla fine in Catalogna si vota. Nonostante la caccia all’uomo della Guardia Civil, 2.2 milioni i votanti su 5.3 milioni di elettori, pari al 43%. I sì 89%.

Alla sera parla Rajoy: “Abbiamo fatto quel che dovevamo fare”, “non c’è stato il referendum” solo “una messinscena” illegale. Ma le immagini hanno fatto il giro del mondo: collegi elettorali presi d’assalto, gente pacifica manganellata, più di 800 feriti, urne distrutte.

Lunedì 2 ottobre – La CNN titola: “La vergogna d’Europa”, l’ONU “esige” un’investigazione sulle violenze della polizia.

Rajoy riceve i leader di Ciudadanos, Albert Rivera, e del PSOE, Pedro Sánchez, tema l’art.155 della Costituzione (che “sospende” l’autonomia), entrambi gli confermano l’appoggio.

Martedì 3 ottobre – Sciopero generale in Catalogna. A sera Felipe VI di Borbone va in tv e carica a testa bassa contro i nazionalisti catalani accusati di “una slealtà inammissibile”.

Lo stesso giorno Rajoy riceve i cardinali Omella e Osoro, arcivescovi di Barcellona e Madrid, di cui alcuni auspicano la mediazione (smentita poi dal cardinale Osoro).

Mercoledì 4 ottobre – Sensazionale intervista ad Alfonso Guerra, l’ex n.2 del PSOE ai tempi di Felipe González, favorevole all’invio dell’esercito per fermare il “movimento pre-fascista”e golpista in Catalogna.

A Strasburgo si riunisce (e si divide) l’Eurocamera, il vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans si barcamena: uso “proporzionato” della forza, no alla violenza, “dialogo” fra le parti.

Giovedì 5 ottobre – L’ultraconservatore Tribunale Costituzionale proibisce la seduta del Parlament catalano convocata per lunedì 9, che la rinvia a martedì.

Smentita la voce di un’offerta di mediazione da parte del ministero degli esteri svizzero annunciata dalla radio-televisione pubblica elvetica (RTS) .

Le banche catalane Caixa e Sabadell sono le prime ad annunciare il trasferimento delle sedi sociali a Valencia, Alicante, Mallorca…

Venerdì 6 ottobre – Pablo Iglesias avverte Puigdemont, che la DUI, Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza, farebbe il gioco di Rajoy e sarebbe “la decisione peggiore”. La sua strategia è quella di “continuare a parlare con tutti gli attori” e di premere su Sánchez.

Ada Colau, la popolarissima sindaca di Barcellona, propone di creare una “piattaforma di dialogo” sotto “l’ombrello della Commissione Europea”.

Sabato 7 ottobre – Manifestazioni pro e contro a Barcellona (vestiti di bianco per il dialogo) e a Madrid (una per il dialogo, l’altra per la “sagrada” unità di Spagna: nel silenzio-assenso di Rajoy, la piazza è ormai nelle mani della ultra-destra).

Domenica 8 ottobre – Manifestazione oceanica degli “unionisti” a Barcellona, centinaia di autobus arrivati da tutta la Spagna. L’ultra-destra fascista mischiata ai socialisti del PSC, la branca catalana del PSOE. Oratori principali l’ex-ministro socialista Josep Borrell e il Nobel Mario Vargas Llosa, che bolla “la congiura indipendentista che vuole trasformare la Spagna in un paese del Terzo mondo”.

Pedro Sánchez è sempre più schiacciato da Rajoy, da Iglesias e… dal PSOE. L’andalusa Susana Díaz, i “baroni” della nomenclatura, Alfonso Guerra, la “gerontocrazia” del partito e per ultimo Felipe González, che difende l’adozione dell’art.155 e dice che forse voterà in bianco alle prossime elezioni. Sánchez annuncia una imminente redde rationem.

Lunedì 9 ottobre – Ada Colau insiste: chiede a Rajoy di non applicare l’art.155 e a Puigdemont di non proclamare l’indipendenza unilaterale: è il momento “del dialogo”.

Gli indipendentisti danno per scontato che Rajoy ricorrerà all’art.155 ma dicono di essere pronti alla “resistenza pacifica”.

Martedì 10 ottobre – Tensione altissima, la seduta del Parlament è fissata per le 18, poi rinviata di un’ora. Più di mille giornalisti accreditati, 130 fra giornali e tv. Puigdemont proclama l’indipendenza ma ne sospende l’effettività per favorire “il dialogo” con Madrid. Un passo indietro. Fuori del Parlament evviva e delusione. La palla torna a Rajoy.

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