Gerusalemme da salvare

16 Dicembre 2009

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Marcello Madau

Il conflitto fra Israeliani e Palestinesi porta con sè antiche e profonde lacerazioni storiche. Non è vero che la storia si ripete e dirlo può diventare un comodo alibi, eppure si individua una costante millenaria. Combinazione fra religioni, forme integraliste e potere che risalgono ai tempi dell’Antico Testamento.
I Palestinesi (Peleset o Filistei), provenienti da Creta e dopo aver attaccato con i Popoli del Mare l’Egitto (vi erano anche i discussi Shirdanu, che io penso in relazione con i sardi del Tardo Bronzo), si insediarono nella fascia fra la Siria e il Deserto del Sinai. All’ombra di altre tensioni con l’Egitto cominciarono a diventare stanziali i nuovi insediamenti delle ‘tribù’ di Israele. Ciò dopo il XII secolo a.C.
Ma fra la fine del VII e gli ultimi decenni di quello successivo, gli ebrei dell’esilio babilonese, al ritorno nella ‘terra promessa’, attaccarono il mosaico composito e le esperienze in atto di convivenza culturale e antropologica. Nacquero invenzioni e vere ossessioni dove secondo le Sacre Scritture i Filistei, pirati e dominatori dei mari, producevano mostri come Golia e personaggi come Sansone.
Il dio di Israele diede ragione ad Israele con parole scrittegli da Israele. Però non si intuiscono discorsi troppo diversi all’ombra di Maometto o del Dio dei cristiani. Quante volte sono state e vengono espulse le parti migliori degli dèi e dei profeti, privilegiate quelle della separazione, dell’aggressione e della vendetta!

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Non tutto l’Islam è radicale e integralista, ma queste componenti prevalgono in uno scontro nel quale nessuno riconosce nessuno.
In tale contesto, dove il tono aggressivo degli scritti vetero-testamentari fa premio con evidenza su quelli cristiani del Nuovo Testamento (assieme saranno invocati per giustificare l’aggressione delle Crociate), gioca un ruolo centrale l’assetto multiculturale della città di Gerusalemme. E la storia del tempio di Salomone, delle stratificazioni urbane che corrono fra il ‘Muro del Pianto’, la ‘Spianata delle Moschee’, il Santo Sepolcro.
In questo ponte dove dalla Sardegna ci si occupa della Palestina, la nostra terra, attraversata da molteplici trame storiche che ne costituiscono grande ricchezza di memoria e testimonianza, può proporre qualche ragionamento. Ma andiamo con ordine.
Il cosiddetto ‘primo tempio’ (Salomone, figlio di David, regnò fra il 960 ed il 920 a.C.), ricalcava il modello dei templi siro-palestinesi a pianta tripartita noti nella regione.
La sua grandezza (di enorme valore simbolico poiché si racconta che ospitasse le tavole della sacra alleanza) appare però tale nella visione e nel modello dei deportati di Babilonia: è di questo periodo la descrizione che ne dà il profeta Ezechiele.
I suoi resti sarebbero entro la ‘Moschea della Roccia’, lo straordinario santuario islamico sorto sul luogo dove Abramo venne fermato da Dio prima che potesse uccidere Isacco.
Il secondo tempio, ricostruito dopo che il primo fu distrutto dal re babilonese Nabucodonosor (che conquistò Gerusalemme fra il 597 ed il 576 a.C, deportando i vinti) fu a sua volta ristrutturato da Erode e distrutto definitivamente dai Romani attorno al 70 d.C.
Vi è poi il terzo tempio: da inventare e ricucire con le antiche testimonianze in un pesante tentativo di dissacrare la spianata delle moschee ed il pezzo di storia araba. Un operazione irresponsabile che allarma persino ambienti ‘laici’ di Israele, come si apprende da un articolo del Jerusalem Post.

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Una città perciò con sovrapposizioni orizzontali e verticali di storie cristiane, ebraiche e musulmane dal fortissimo valore simbolico. Ma difficilmente le religioni, soprattutto quando vengono utilizzate per interpretare interessi economici forti ed entrano in gioco gli dèi primari (Dio, Maometto e Yahwhé), trovano una vera composizione. Si spera negli uomini più tolleranti di ognuna di esse, sinora senza successo.
L’attenzione ai beni culturali nata dalla modernità, che legge le archeologie e le architetture complesse e pluristratificate, condivide il principio che di ogni manufatto vadano rispettate e preservate le varie articolazioni. Mai si dovrebbe distruggere una fase del Cinquecento in una chiesa altomedioevale, o viceversa. Nè eliminare testimonianze puniche, o bizantine, sovrapposte ad un nuraghe. Poi, anche in archeologia o in architettura esistono, e ne ho conosciuti, operatori che semplificano o cercano la purezza o talora hanno in maggiore simpatia certi periodi piuttosto che altri. Non si tratta di un atteggiamento corretto e fortunatamente non è prevalente. Di un monumento, più che la fase originaria, conta conservare, comunicare e tramandare il racconto storico completo che fa dei luoghi. Di una città, a maggior ragione una come Gerusalemme. Ma una visione ideologica e integralista permea alcune scuole archeologiche di Israele, che operano per dimostrare la Bibbia e vogliono riedificare il tempio sullo spazio sacro degli altri. E’ una modalità molto arcaica che riemerge nei nostri difficili tempi. Anche la Palestina ha i suoi negazionisti.
Gerusalemme è una città che sta profondamente cambiando, come apprendiamo, da ultimo, nel tristissimo racconto rilasciato ad Alice Sassu da Nasser, Mahel, Nabil. La povertà della gente palestinese e la mancanza di prospettive per i suoi bambini è davvero intollerabile. Terre e pezzi di città, trame urbane singolari e irripetibili vengono cancellate giorno dopo giorno. Si cerca la resa dei conti.
Chi è stato deportato, imprigionato, ha subito il razzismo ed è stato senza terra ora lo fa agli altri. Forse anche queste sono modalità vendicative molto arcaiche.
Gerusalemme va protetta e conservata, restituita all’idea di una città inclusiva e non escludente. Mi piacerebbe un appello in questo senso. Fatto partire dalla Sardegna delle tante culture. La parte migliore e positiva della modernità, una parte che pure esiste, ci dice che la storia di questa città vicino-orientale la fa appartenere a tutti, non solo al mondo delle tre religioni.
Il principio di un luogo che tutto include e nulla espelle mi sembra ancora più universale, e gli uomini di pace non dovrebbero dimenticarlo.

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