Galleggiamenti

16 novembre 2010

ligas

Marco Ligas

Il galleggiamento non è un vocabolo nuovo della politica, ritorna periodicamente e non indica certo uno status di sicurezza; se poi lo si riferisce alla situazione del nostro paese, come oggi fanno molti commentatori, risulta inadeguato: mi sembra più opportuno parlare di inabissamento della nostra classe dirigente perché non si vede alcuna possibilità di una sua ripresa.
Nella storia della nostra Repubblica ci sono state crisi assai gravi e spesso le condizioni economiche di larghi strati della popolazione hanno raggiunto livelli preoccupanti, mai però si è registrata, fra le forze politiche che hanno governato il paese, l’arroganza che viene praticata oggi. L’uso di questo termine appare persino riduttivo rispetto alla violenza dell’attacco condotto con sistematicità contro le istituzioni e il principio della legalità. La difesa dei privilegi e dell’immoralità a tutto vantaggio di chi ha il potere è talmente impudente che non c’è più paese in Europa che, quando giudica il nostro governo o il nostro Presidente del Consiglio, non usi l’ironia e l’irrisione.
Tuttavia, non si intravvede ancora una fuoriuscita da questa crisi, né la cacciata definitiva di questa classe dirigente impresentabile. Paradossalmente le componenti oggi più accreditate per un cambio di governo sono le stesse che, nel passato recente, hanno avuto un ruolo di complicità nella direzione del paese. È vero che sono diventate più rispettose della legalità ma il loro cambiamento, certamente apprezzabile, non va oltre i confini di una destra conservatrice e neo liberista.
Questo è il segno di come il paese, in questi decenni, sia profondamente cambiato. Se il berlusconismo è riuscito ad imporre i suoi valori ciò è non dovuto solo all’uso abnorme dei mezzi di comunicazione; si è diffuso nel tessuto sociale e nelle organizzazioni politiche e sindacali il convincimento che l’affermazione del mercato globale imponga un ridimensionamento dei diritti, che il lavoro non può essere più retribuito mantenendo fisse le prerogative conquistate nella seconda metà del secolo scorso. E così, pian piano, le differenze più qualificanti tra le formazioni politiche sono andate attenuandosi e persino tra molti lavoratori si è diffusa l’opinione che sostenere la destra o la sinistra non sia molto diverso: anzi talvolta meglio la destra perché, amministrando il potere, può garantire in modo più efficace gli interessi di chi la sostiene.
È dentro questa filosofia che attualmente assistiamo all’illusione secondo cui la nuova destra che sta nascendo nel paese possa essere alternativa a quella forcaiola rappresentata da Berlusconi. Nel sottolinearne giustamente le differenze, chi coltiva questa illusione, ne sottovaluta gli aspetti comuni. Entrambe queste destre sono concordi nel difendere il disegno della Confindustria: nuovi investimenti subordinati ad una organizzazione del lavoro che riduca le libertà individuali e sindacali, profitti destinati alla ripartizione degli utili fra i soci e non alla ricerca, richiesta di contributi pubblici per la costruzione di nuove infrastrutture, riduzione delle tasse. Naturalmente le spese necessarie per far fronte a questi investimenti andrebbero recuperate con l’abbattimento generalizzato delle politiche sociali: meno sanità, meno istruzione, meno servizi per i cittadini più in difficoltà. Perciò c’è ben poco da farsi illusioni.
In Sardegna, almeno per il momento, non esiste neppure il rischio di avere le due destre.  Il calo dell’occupazione e la crisi del comparto agro-pastorale preoccupano tutti soltanto quando i lavoratori, esasperati, occupano le sedi del potere e bloccano le attività della Giunta e del Consiglio. Quando le parti si confrontano le soluzioni approvate sono sempre rinviate nel tempo, mai una vertenza si conclude con un esito che diventi subito esecutivo. Lo scopo di questi rinvii è evidente: stancare i lavoratori sino a renderli inoffensivi. Gli impegni più consistenti delle istituzioni si riscontrano ancora nell’uso speculativo del territorio e nell’approvazione di progetti tesi a mettere sottosopra le città allo scopo di migliorare(!) i problemi del traffico.  Le opere pubbliche tengono sempre il banco: sono quelle che garantiscono la vitalità dei clan e il consolidamento delle relazioni clientelari. Su questo versante Regione e Comuni, soprattutto quelli più grandi, si muovono in sintonia. È probabile che questa classe dirigente sarda sia destinata a seguire le sorti di quella nazionale; comunque andrà, è difficilmente ipotizzabile una sua emarginazione immediata. Verosimilmente anche in Sardegna avremo la fase del galleggiamento. Non sarà per questo meno pericolosa, soprattutto se non si riuscirà a contrastare con la dovuta determinazione l’immobilismo e la dipendenza che la Giunta Cappellacci mostra nei rapporti col Governo. L’immobilismo di Cappellacci non sarà comunque l’unico elemento che influirà sul futuro della Sardegna.
Saranno decisive ancora una volta le scelte delle formazioni del centrosinistra e la loro disponibilità ad aprirsi verso la società civile per sollecitarne la partecipazione ed assumerne le domande di cambiamento. Per compiere questo passo il centrosinistra però deve dimostrare di aver superato l’inadeguatezza che ha caratterizzato sinora i suoi movimenti.

1 Commento a “Galleggiamenti”

  1. Angelo Liberati scrive:

    Caro Marco, auguriamoci che la sinistra superi l’inadeguatezza, come tu auspichi.
    Diversamente dimostreranno di meritare di “galleggiare” anche loro insieme tutto quell’agitarsi intorno alle poltrone, avvalorando il detto popolare: “in tempi di crisi gli…….vengono a galla”.

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