Un’opportunità di crescita sostenibile

16 febbraio 2011

Stefano Sylos Labini

Per uscire dalla recessione l’Unione Europea ha deciso di intraprendere una strada molto contraddittoria: rilanciare la crescita dell’economia e dell’occupazione risanando i conti pubblici. Se, però, si taglia la spesa pubblica senza che vi sia un progetto di sviluppo, si penalizzeranno in primo luogo le aree periferiche dell’Europa, che hanno un settore privato molto debole e dipendono in modo preminente dal settore pubblico.
In un paese come l’Italia, i tagli alla spesa pubblica faranno aumentare ancora di più il divario tra Nord e Sud e daranno una spinta ulteriore alla linea secessionista della Lega Nord.
Per questi motivi qui in Italia è assolutamente necessario ideare un progetto di sviluppo di ampio respiro che abbia come priorità il potenziamento della base produttiva privata meridionale e che possa essere esteso sull’intero territorio nazionale.
Solo rilanciando la crescita e creando nuovi posti di lavoro nel settore privato sarà possibile risanare il bilancio pubblico, ridurre i trasferimenti fiscali dal Nord al Sud  e si potrà arginare l’influenza della criminalizzata organizzata.
Oggi, considerando gli elevati tassi di crescita produttivi, occupazionali e finanziari che si stanno registrando a livello globale, il progetto su cui puntare potrebbe essere quello incentrato sulla riconversione energetica e ambientale dell’economia – la green economy. In primo luogo, il potenziamento del settore che produce le nuove tecnologie per le fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica oltre a generare reddito e occupazione, può  permettere di ridurre sia le importazioni di combustibili fossili sia le importazioni di tecnologie estere.
Tale espansione deve essere affiancata da una riconversione industriale volta a ridurre le emissioni inquinanti e la produzione di rifiuti, ad usare in modo più efficiente energia, acqua, materie prime e prodotti intermedi, ad utilizzare materiali a minore impatto ambientale e a riciclare gli scarti della lavorazione.
A sua volta, la riconversione della produzione va associata con la definizione di standard di qualità dei prodotti in cui siano considerati tutti i passaggi del processo produttivo, dalla progettazione allo smontaggio del prodotto giunto alla fine del suo ciclo di vita.
Ed è urgente puntare sulla raccolta differenziata e sviluppare l’impiantistica per la selezione, il trattamento e il riciclaggio dei rifiuti. Anche nel settore dei trasporti e nell’edilizia possono essere attivati importanti interventi sia per potenziare il trasporto su ferrovia e via mare e l’impiego di mezzi pubblici a basso impatto ambientale nelle aree urbane sia per promuovere la ristrutturazione energetica degli edifici.
Tra i nuovi prodotti, sono particolarmente interessanti i materiali biodegradabili e le bioplastiche in sostituzione dei prodotti chimici e delle materie plastiche; i nuovi veicoli ibridi ed elettrici; i prodotti dell’agricoltura biologica.
In sintesi, la green economy può avere degli sviluppi molto interessanti sia per le innovazioni di prodotti esistenti e la diffusione di innovazioni in settori maturi, sia per la progettazione di nuovi prodotti ad alto contenuto di innovazione e quindi per la crescita di nuovi settori di attività, sia per lo spostamento di settori tradizionali verso nuove produzioni. In più, si può attivare un processo di diffusione tecnologica che ben si adatta al tessuto delle piccole e medie imprese.
La riconversione energetica ed ambientale dell’economia può rappresentare una strada per creare reddito e occupazione non solo nelle aree più svantaggiate ma nell’intera Unione Europea.
Qui in Italia per stimolare la crescita delle imprese private e lo sviluppo di nuovi settori di produzione occorre utilizzare tutti gli strumenti della politica industriale, come le grandi imprese ancora controllate dallo Stato, le università e i centri di ricerca pubblici, una fiscalità incentivante e il coinvolgimento del sistema bancario nel finanziamento dei progetti di innovazione.
Gli obiettivi sono l’aggregazione di imprese e centri di ricerca su dei progetti di innovazione industriale, il collegamento della domanda con l’offerta, la spinta alla produzione e alla diffusione delle nuove tecnologie energetiche e dei nuovi prodotti a basso impatto ambientale.
Le grandi imprese a partecipazione statale come ENI, ENEL, Terna e Ansaldo Energia, a cui si aggiungono le aziende municipalizzate e le Ferrovie dello Stato, hanno le capacità per lanciare dei grandi progetti di ricerca e per realizzare investimenti consistenti in grado di trainare lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Perché il problema non è solo quello delle risorse finanziarie, ma riguarda l’esistenza di imprese in grado di proporre e di realizzare grandi progetti. Ed è noto che la rapida industrializzazione del paese e la crescita delle imprese private degli anni ’50 e ’60 furono conseguite  anche grazie  agli investimenti e all’azione trainante delle grandi imprese a partecipazione statale.
Quanto detto è riscontrabile anche nel settore dell’automobile, dove la FIAT ha trainato la crescita  di molte imprese della componentistica e della meccanica. Per questo, di fronte al rischio che la più grande impresa manifatturiera del paese possa delocalizzare i centri decisionali e di progettazione e possa ridurre gli investimenti in Italia, lo Stato dovrebbe considerare la possibilità di acquisire una rilevante quota azionaria della FIAT attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. In questo modo lo Stato potrebbe influire sulle strategie aziendali al fine di aumentare l’impegno nell’innovazione e nello sviluppo delle automobili del futuro, come quelle ibride ed elettriche.
Vorrei sottolineare che il centrodestra è sembrato molto più interventista del centrosinistra nel momento in cui ha proposto dei grandi progetti come il Ponte di Messina e l’energia nucleare. Si tratta però di progetti propagandastici, assolutamente impraticabili e antieconomici.
Al contrario, il centrosinistra, e in particolare il Partito Democratico, ha puntato molto sulle liberalizzazioni, sulla concorrenza, sull’iniziativa delle forze del mercato. Sono messaggi che fanno presa sulla gente, peccato però che molti settori sono caratterizzati da un’elevata concentrazione e la concorrenza è di tipo oligopolistico in quanto vi sono imprese dominanti, price leader, che orientano il mercato e che spesso alimentano la finanziarizzazione dei profitti invece di puntare sulla ricerca e sull’innovazione. In particolare, le grandi imprese energetiche, grazie al potere di mercato di cui dispongono, realizzano profitti enormi e spendono in ricerca delle quote risibili del fatturato.
Per far fronte alla crescente competizione internazionale e all’ascesa di nuove aree produttive, in Italia è stata seguita una strada ben diversa da quella appena delineata in quanto le misure più importanti degli ultimi 10 anni hanno mirato principalmente ad aumentare la flessibilità del lavoro e a contenere i salari.
Diversi politici ed economisti considerano la flessibilità un passo fondamentale per garantire occupazione e sviluppo economico. Ma, come ci insegnano economisti classici del calibro di Adam Smith e David Ricardo, il motore dello sviluppo è costituito dalla crescita della produttività e noi su questo terreno stiamo perdendo colpi in modo preoccupante. Infatti, se guardiamo a ciò che è successo in Italia nell’ultimo decennio, possiamo affermare che “flessibilità non ha fatto rima con produttività”: alla maggiore flessibilità del lavoro è stata associata una produttività stagnante e quindi una crescita dell’economia nazionale molto debole.
Evidentemente, la maggiore flessibilità e i minori salari hanno permesso alle imprese di rimanere competitive evitando di fare investimenti per modernizzare gli impianti, innovare i prodotti e formare i lavoratori, che rappresentano i passi fondamentali per ottenere significativi incrementi di produttività.
Inoltre, è importante sottolineare che l’innovazione non passa solo attraverso gli investimenti delle aziende ma dipende anche dal coinvolgimento dei lavoratori che, attraverso la loro conoscenza ed esperienza, possono dare una spinta determinante sia ai processi di innovazione sia all’organizzazione della produzione. Tali considerazioni aprono un terreno di confronto negoziale rilevante tra gli stabilimenti produttivi, gli enti locali e le associazioni che operano nel territorio e spingono su un livello di qualità le ipotesi rivendicative della contrattazione aziendale e nazionale in termini di diritti, di partecipazione e di formazione dei lavoratori.
Per concludere, dobbiamo uscire dalla crisi con un progetto di sviluppo che sia credibile e ambizioso come potrebbe essere quello della green economy.
La flessibilità del lavoro e la compressione dei salari, poiché disincentivano  la crescita della dimensione e la propensione delle imprese ad innovare, costituiscono un ostacolo per la crescita dell’economia. Lavoratori più stabili e qualificati e imprese più grandi che fanno ricerca e investono nell’innovazione non solo rappresentano una strada per garantire a tutti un’esistenza più dignitosa, ma costituiscono anche una condizione imprescindibile per avere occupazione e sviluppo nella competizione  globale. (Intervento al  Convegno ‘Per una nuova coalizione del lavoro in Europa’ – Roma 10-11 febbraio)

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