Il cemento torna a sorridere

1 Febbraio 2009

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Marcello Madau

La vittoria del centro destra nella nostra isola aprirebbe conseguenze assai gravi su sorte, uso e destinazione dei nostri beni culturali e ambientali. Ma su quello che propone Ugo Cappellacci la valutazione è soprattutto deduttiva, poiché con il suo programma non è possibile alcuna  applicazione del metodo induttivo, andare dal particolare al generale. In un processo analogo a quello già evidente di spersonalizzazione dell’uomo, anche qua la candidatura è assai sfumata, e rimanda alle linee nazionali del centro-destra.
Nel programma la cultura, intesa solo dal punto di vista della valorizzazione e da quello identitario, mostra un’assenza disarmante delle politiche di tutela e di ogni riferimento agli enti preposti, neppure nel pur discutibile quadro di un possibile trasferimento di competenze dallo Stato alla Regione. Ciò che  aumenta le preoccupazioni già espresse su tale idea:  si rischia di perdere la tutela dello Stato e, in caso di affermazione della destra, che neppure la Regione si occupi di vera tutela. Non manca qualche pasticcio e concessione concettuale.
L’enunciazione della cultura come “fattore identitario di distintività‘ è piuttosto acrobatica (qua Cappellacci copia, a differenza di Pili, in casa: la frase viene dal Piano Strategico del Comune di Cagliari, 2007); si parla di   ‘nazione’ sarda: il termine è in corsivo, virgolettato e minuscolo, mentre la N maiuscola (e il carattere tondo) sono riservati all’Italia. Potenza della mediazione di scuola democristiana. Si dice che la nazione assomma in sé tutte le culture e le civiltà che si sono succedute, da età prenuragica,  nell’isola. Ma l’evidenza è sulle nostre bimillenarie radici cristiane,  ciò che sembra adombrare in Italia, e nell’isola, quell’integralismo non completamente riuscito nella formalizzazione dei principi dell’Europa.  Non a caso nella parte finale del programma –  ‘nuovo patto istituzionale’ e relazioni con l’Europa – ‘dal prenuragico’ sparisce, e  la ‘tutela e la valorizzazione’ sono unicamente riferite al “patrimonio di identità, storia, lingua, cultura, tradizioni e produzioni derivante dalle bimillenmarie radici cristiane del popolo sardo”. Sembrerebbe a rischio almeno tutto ciò che dalla preistoria si spinge sino alla fase precristiana dell’impero romano. Una lettura integralista che ha qualche debito con Gregorio Magno, ma con minore dignità di Ospitone.
Torniamo ai beni culturali e in genere alla politica della conoscenza. Il programma, assieme a vuoti disarmanti su tutela, catalogazione e modelli di gestione,  presenta qualche surrogato bizzarro come l’accorpamento di Istruzione e Formazione e soprattutto la creazione di una “Università internazionale Arti Tradizioni e Mestieri del Mediterraneo finalizzata a salvaguardare la cultura, artigianato arti e antichi mestieri”, probabilmente per creare un polo privato separato dalle ‘normali” istituzioni pubbliche che si occupano di tradizioni popolari e arte attraverso didattica, ricerca e formazione. Ma nel circuito della valorizzazione museale ci sarà l’accoppiata Resca – Sgarbi. I vuoti diventano silenzio preoccupante se si passa dal programma (62 pagine) al più breve documento (le pagine sono 12)  ‘Il mio progetto’:  non appare neppure una volta – evviva la sincerità – il termine cultura. D’altronde,  quando fai una scaletta metti in evidenza le questioni più importanti, ed i beni culturali non ci sono.  Vi è solo una frase spregiudicatamente carpita agli indiani d’America “la terra è un prestito ricevuto dai nostri figli”, ma noi sappiamo che se Berlusconi e Cappellacci parlano di prestiti, c’è il rischio che fraintendano. La preoccupazione viene confermata dal depliant ufficiale (due pagine), dove cultura e identità, nella comunicazione estrema e decisiva, ancora scompaiono.
Invece, all’interno del Grande Progetto Strategico (insomma, un GPS), si promette che la Sardegna parteciperà alle Grandi Opere Strategiche. E’ vero che il ponte fra Sardegna di cui si parla nel programma è definito come ‘costituziuonale’, e ‘simbolico’,  ma non si sa mai, anche perché viene ricordato il Ponte sullo Stretto di Messina.

Sembra che in questo numero del Manifesto Sardo ci siano molte dichiarazioni di voto: per una volta non mi sottraggo al gioco, per la verità assai serio. Traggo da quanto esposto che i beni culturali non sono affatto questione centrale del programma di Cappellacci, diversamente da quanto elaborato nel centro-sinistra. Certo, non siamo soddisfatti di molte delle misure, e delle linee di intervento del governo Soru in questi anni: lo abbiamo scritto ripetutamente, anche con durezza. Ma per la prima volta, grazie a questa pur criticabile esperienza, beni culturali e ambientali e conoscenza sono al centro dei processi di crescita morale ed economica della nostra Regione. Solo in presenza del riconoscimento di tale centralità si può partire per migliorare anche radicalmente le linee di intervento proposte. 
Che vinca Soru, ed alla nostra azione critica da sinistra non mancherà certo occasione, come già successo, di esprimersi. E di costruire dibattito. L’avvento di questa destra al governo della Sardegna sarebbe di una gravità impensabile per il nostro patrimonio; questione di rilevanza nazionale perché  la Sardegna è il territorio italiano di maggiore densità archeologica e forse anche di beni demoetnoantropologici, ha una bella documentazione delle altre categorie di beni mobili e immobili, materiali e immateriali, e infine un patrimonio ambientale impressionante.
La sconfitta sarda potrebbe essere decisiva per il sistema italiano della tutela e della valorizzazione. I rischi sono tutti scritti nella tradizione della destra italiana, in particolare quella legata a Forza Italia ed alla Lega: dalle cartolarizzazioni al ritorno delle peggiori categorie estetiche alla prevalenza degli interessi forti, alla nomina di un esperto in hamburger come direttore della rete pubblica museale. Il nostro patrimonio reticolare verrà svuotato: qualche monumento importante (i grandi magazzini enunciati da Berlusconi a nuraghe Losa) e l’abbandono dei piccoli negozietti di alimentari, la gran parte dei nuraghi. Più molti spettacoli folcloristici addomesticati. Potere a ben affermate Associazioni e Fondazioni non sarde (in questo, l’azione è bipartisan) e silenzio contro tombaroli e traffico d’arte che massacrano il nostro patrimonio, orchestrati dai grandi trafficanti e collezionisti: si sono ripetuti, sia nel precedente governo Berlusconi che in questo, i tentativi per  depenalizzare tale reato. Sui livelli di tutela sulle aree soggette a disciplina urbanistica, alle quali sono pertinenti grandi complessi culturali (il caso Tuvixeddu è paradigmatico) l’azione di Berlusconi e le pagine del programma di Cappellacci appaiono eloquenti. Nel paese ci sta lavorando Luppi, e nel programma dei primi 100 giorni strategici del centro destra al governo della Regione Autonoma, che ci auguriamo di non vedere mai, si prevedono quelle procedure tecnico-amministrative tradizionalmente enunciate e predisposte – con la scusa dell’accelerazione e delle priorità di programma – per  aggirare la tutela dei beni culturali e ambientali.
Speriamo davvero che il cemento non torni a sorridere.

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