Le ferite del sottosuolo sardo

16 Giugno 2012

Egidio Addis

Dopo il catastrofico terremoto in Emilia il mondo scientifico si interroga sulle condizioni del sottosuolo e sugli effetti indotti dalle attività di perforazione per la ricerca e la gestione degli idrocarburi, petrolio e gas. In Sardegna c’è da aggiungere il carbone.
Oggi inoltre c’è una spinta dei governi occidentali ad intensificare le ricerche anche a grandi profondità, 7 ed anche 9 mila metri perchè ormai si avvicina il picco delle produzioni fossili presenti da oltre 150 anni. Inizierà un processo di irreversibile declino degli idrocarburi  estratti con metodi “convenzionali”.
Il fenomeno constatato in Emilia è inquietante perchè non solo c’è stata la modificazione del suolo  con crepe profonde ma ci sono state vere e proprie eruzioni liquefatte di sabbie impregnate di acido solfidrico. Questa sostanza gassosa è sempre presente nelle perforazioni petrolifere in miscela con altri gas, metano, propano, butano, CO2 etc. La sua pericolosità aumenta e già a 50 ppm (parti per milione) si hanno danni irreparabili alla vista. In alcuni giacimenti questa sostanza è presente fino al 30% e per separarla  dagli altri gas si adotta un processo chimico industriale. Per operare in questi ambienti di lavoro bisogna aver superato corsi di formazione certificati. Nell’arco delle 8 ore di lavoro non debbono essere assorbiti più di 10 ppm .
Non si pensava che quelle zone dell’Emilia andassero incontro a quanto successo e mai qualcuno si era posto dubbi su eventuali conseguenze indotte nel sottosuolo dalle attività petrolifere.
L’attenzione del mondo scientifico, ma anche della magistratura, si e’ concentrata sull’uso di tecniche “non convenzionali” di ricerca ed estrazione che e’ denominata “Fracking”. In sintesi, poichè molti giacimenti sono ormai esausti, si introduce acqua ad altissime pressioni in miscela con sostanze chimiche per penetrare e frantumare le cavità scistose dove ancora sono presenti gas e liquidi di idrocarburi. E’ accertato che negli USA terremoti sono avvenuti in coincidenza di queste attività sotterranee.
Le sostanze chimiche usate in genere sono tossiche ed insolubili, e quasi mai ne viene comunicata la pericolosità. Gli stessi fanghi estratti e giacenti in superficie rappresentano un grave pericolo per l’ambiente perché impiegano oltre cento anni per solidificare.
Perciò si pone l’interrogativo se le condizioni di sicurezza sono soddisfatte nelle riserve strategiche sotterranee in Italia. Il metodo “Fracking” e’stato proibito in diversi stati degli USA, in Francia, in Bulgaria etc. ed e’ stato oggetto di forti contestazioni delle comunità.
Nei cassetti delle Regioni italiane, compresa la Sardegna, ci sono progetti di ricerca petrolifera, in genere gestiti silenziosamente. Ma la reazione negativa delle popolazioni è sempre più estesa ed il rifiuto è totale, in Sardegna ad Arborea, in Piemonte a Carpignano memori dell’esplosione di un pozzo a Trecate nel 1994, ma nella stessa Basilicata coinvolta per oltre il 60% del territorio da attività  petrolifere in corso, che in parte hanno devastato l’ambiente naturale.
Nondimeno pone seri interrogativi il tentativo nel Sulcis della società inglese Indipendent Resources, la stessa che doveva perforare per lo stoccaggio sotterraneo del gas metano a San Felice sul Panaro (Emilia). Già nel 2007 questi signori spiegavano a Cracovia in Polonia la possibilità di estrarre CBM (Coal Bed Methane) mediante il metodo hydraulic fracturing (Fracking)  e la applicazione della tecnologia CCS (Carbon Capture and Storage) per la cattura e lo stoccaggio della CO2 .
In Sardegna ci provano sempre …in passato per usare le miniere e depositare le scorie nucleari, adesso per imprigionare la CO2, vero pericolo per la biosfera nei tempi attuali.
E’  una scommessa che Carbosulcis vorrebbe portare avanti nei giacimenti accertati di 200 kmq a terra ed identici a mare, fra 700 e 800 mt di profondità con una presenza stimata in 2 miliardi di tonnellate di carbone. E’ titolare di 5940 ettari di concessioni per il carbone, il metano e le acque termali. Non e’ dato sapere quali operazioni stia effettuando nel sottosuolo ma e’ certo l’obiettivo di iniettare CO2 nei sottosuoli al fine di abbattere un alto fattore di inquinamento atmosferico e agevolare lo sfruttamento del carbone. Cosi pure sono certe le autorizzazioni pubbliche UNMIG. Ciò non è condivisibile perchè produce rischi collaterali superiori ai benefici per l’insieme delle popolazioni sarde presenti.
E queste opzioni di strategia e pratica industriale non possono rimanere di esclusivo interesse aziendale per le implicazioni che comportano nei territori. Ricordiamo che siamo già la Regione di Italia più contaminata, 450.000 ettari di cui il Sulcis ne e’ la parte più estesa, in gran parte attorno alle miniere dismesse, assieme all’area industriale di P.Torres. Veniamo prima della Campania con i suoi 350.000 ettari. Le popolazioni ma anche le forze organizzate del lavoro devono sapere ed esprimersi negativamente contro le pratiche Fracking  e i cimiteri sotterranei di CO2.
La tecnologia CCS ancora non ha conosciuto la certezza dell’evoluzione tecnologica e neppure la convenienza economica. Quest’anno il primo impianto sperimentale e’ entrato in funzione in Norvegia per la cattura della CO2 con deposito nel sottosuolo, in pozzi esausti. La fase commerciale e’ ipotizzata nel 2020. Ma i rischi sono due: 1) la possibile modifica inaspettata della struttura di contenimento per evento sismico, 2) la graduale e silente fuoruscita prolungata in atmosfera nel tempo.
Due elementi fondamentali di sospetto che devono essere attentamente valutati dall’opinione pubblica e dalle associazioni ambientaliste.
Nel 1986 presso il lago Nyos in Camerun la fuoruscita di CO2 uccise 1800 persone  e lo stesso avvenne in Ruanda nel lago Kivu.
La tecnica CCS e’ stata avvallata in via sperimentale al G8 dell’Aquila dalle autorità europee senza che le stesse ne conoscessero gli esiti.
E’ più una decisione per correre ai ripari che un obiettivo certo di abbattimento della CO2 in vista delle scadenze del 20-20-20. Il governo Monti  approfitta con le liberalizzazioni e le semplificazioni per rimuovere divieti alle società’ petrolifere e  per avere dalle agenzie di rating qualche giudizio positivo.
E’ una prospettiva sbagliata perche’ ci porta ad un destino catastrofico dal punto di vista ambientale. In contrasto con una rivoluzione urgente per le fonti energetiche distribuite. La nuova filosofia scientifica indica  la strada della generazione rinnovabile dell’energia nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio. Il declino dei combustibili fossili modifica inesorabilmente l’assetto e la forma delle società. Verrà democratizzata la struttura economica nonostante il tentativo attuale delle multinazionali di strangolare una parte dell’umanità. Secondo Anthony Barnasky in questi ultimi 250 anni la CO2 e’ aumentata del 35% e ci sono già le condizioni per gravi crisi climatiche. Le stesse infrastrutture centralizzate sono state costruite sul modello del potere energetico fossile, entrato in crisi ormai anche a livello sociale.
John Burden Haldane mette al primo posto la superiorità dell’Idrogeno su ogni altra forma di energia. L’idrogeno liquido, a parità di peso, e’ il più efficiente fra i metodi conosciuti per la conservazione dell’energia, dal momento che genera il triplo delle calorie rispetto al petrolio.
Lo stesso Frank Ingriselli della Texaco nel 2001 affermò che “chi non seguirà questa tendenza, sarà destinato a pentirsene”.

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