Il giudizio di Salomone

1 Luglio 2012

Paolo Bernardini

Quanto emerge con chiarezza nell’attuale dibattito sul controverso progetto di valorizzazione museale delle sculture di Monte Prama è la necessità di salvaguardare, prima di ogni altra cosa,  il contesto  cui le sculture fanno riferimento. Ho usato la parola “contesto” al singolare, ma i contesti cui questo straordinario giacimento archeologico fa riferimento sono vari.
Vi è quello naturale rappresentato dalle caratteristiche geomorfologiche e paesaggistiche  dei colli del Sinis di Cabras che si distendono a contatto con gli spazi lagunari per approdare sulla costa e sul mare. Vi è quello storico-culturale, riportabile, secondo una posizione oggi prevalente negli studi, alla prima età del Ferro e alla peculiare strutturazione che assumono le comunità nuragiche in questa fase  (tra il IX e l’VIII sec.a.C.) in linea con un processo che coinvolge tutta l’area mediterranea e che, in termini generali e imprecisi, possiamo definire come il periodo di formazione delle aristocrazie occidentali.
Vi è quello archeologico, che salda in un insieme definito i manufatti restituiti dal giacimento (le sculture, i frammenti ceramici, gli oggetti d’ornamento) alle strutture monumentali associate (le necropoli, i frammenti di decorazione architettonica, i resti di capanne).

E’ certamente un contesto violato, più e più volte: dalla pressione antropica che ne ha modificato il paesaggio, dai secoli che hanno inevitabilmente degradato il giacimento antico e le sue componenti, dall’incuria e dall’indifferenza degli uomini che tale patrimonio hanno selvaggiamente disperso e depredato; ma il poco (o il molto) che resta, il poco (o il molto) che le ricerche hanno salvato, conserva la sua identità di fatto cultuale unitario, che richiede, attraverso l’analisi di tutte le sue sparse membra, una spiegazione globale e complessiva.
La natura di contesto per Monte Prama emerge  in tutti i lavori degli studiosi che si sono impegnati a commentare in termini di ricostruzione storico-archeologica il complesso monumentale e le sue sculture. Così Giovanni Lilliu per primo ha ipotizzato di riconoscere nel giacimento un importante santuario nuragico in cui la disposizione delle sculture alludeva forse al mito di Iolao e dei Tespiadi; una proposta sulla quale è ritornato recentemente Raimondo Zucca, per il quale una antica fonte conserverebbe la memoria di un santuario famoso, connesso a Iolao, e verosimilmente da collocare nell’area del Sinis e, in particolare, in quella di Monte Prama. Così Carlo Tronchetti, lo scavatore del sito a partire dal 1979, ha ritenuto di valorizzare la stretta connessione esistente tra le sculture e un recinto funerario monumentale che rinserra gli antenati di una fiera aristocrazia che nelle statue rappresenta le sue antiche glorie e gli attuali destini; un processo che riprende di recente anche Marco Rendeli, che immagina una sorta di tumulo monumentale in rapporto alle tombe, decorato dalle statue e dai modelli di  nuraghe;  a un tempio di tipo greco, con le statue collocate all’interno, in parte con funzione architettonica di sostegno, ha pensato  Massimo Pittau.
Certamente, come si evince dalle varie posizioni ricordate, sappiamo ancora pochissimo di questo giacimento e le proposte sottolineano tutte lo stato fortemente preliminare, embrionale, della riflessione, pur dopo il brillante restauro che ha chiarito alcuni punti importanti ed ha consentito una visione più organica di quanto è sopravvissuto;  ma tutti hanno tentato una lettura complessiva, che metta insieme tutti i dati fin qui recuperati e che rifletta sull’unitarietà del complesso.

Oggi vogliono convincerci che un contesto che ancora non riusciamo a decifrare non può essere considerato tale e che quindi alcuni dei suoi elementi, i più belli e i meglio conservati, secondo un’ottica ancora sostanzialmente ottocentesca, che definizioni moderne (la rete della comunicazione culturale, i poli museali interconnessi etc.) non riescono a mascherare, possono  legittimamente essere impiegati, smembrati e divisi, a illustrare più corretti e utili itinerari di valorizzazione e di ricostruzione. Quanto resta da fare è ancora tanto, tantissimo; a cominciare dalla ripresa delle indagini di scavo nel sito che ha necessità di essere definito e analizzato in tutte le sue componenti areali e alla luce del problematico raccordo tra area sacra, supposta più che individuata, e spazi necropolari, correttamente individuati ma sfuggenti nel loro sviluppo areale e cronologico.

Pur con tutti questi limiti oggettivamente legati alla documentazione attualmente in nostro possesso, la mostra di Li Punti del 2012, che ha chiuso i lunghi anni di un difficile restauro, ha rappresentato per la ricerca un passo fondamentale proprio per il suo sforzo di restituire l’originaria unitarietà ad una avventura culturale fortemente orientata ideologicamente e pertinente ad un modo di concepire la vita e l’uomo che è tipico delle élites indigene delle culture sarde dell’età del Ferro.
Un simile gioiello, approdato con fatica nei nostri tempi, ha necessità di tempi lunghi di lavoro e di studio che non possono essere accorciati dall’ansia della celebrazione espositiva a tutti i costi; considerato inoltre che la mostra di Li Punti costituisce uno sforzo egregio di comunicazione al largo pubblico dei risultati delle ricerche e del restauro e che, a questo stadio degli studi sulle sculture, non sembrano esistere ulteriori passaggi museali che offrano, dal punto di vista del metodo dell’esposizione e del racconto, concreti passi in avanti.

L’impegno dovrebbe essere allora quello di trovare spazi modernamente attrezzati che possano accogliere in toto l’esperienza di Li Punti e che ripropongano la visione del contesto e di tutti gli elementi che ne fanno parte preferibilmente quanto più possibile a contatto con gli originari spazi geografici e culturali in cui il fenomeno Monte Prama si è concretato, cioè il Sinis di Cabras.
Il futuro (minaccioso) che grava sul giacimento antico e sulle sue sculture mi ha fatto ripensare al racconto del giudizio di Salomone di cui si legge nel primo Libro dei Re, (16-27): davanti al re due donne si contendono il possesso di un bambino, sostenendo entrambe di esserne le madri.
Il re propone una soluzione che, a quanto pare, i saggi Salomone dei nostri tempi,  che regnano nei ministeri romani o nelle aule regionali e comunali, ritengono percorribile per la musealizzazione di Monte Prama: “tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra”. Ma Salomone, quello del racconto, ha espresso un finto giudizio, un’esca: infatti, quando la madre reale supplica il re di affidare il bambino alla madre falsa, purchè resti in vita, riesce a riavere dal sovrano il proprio figlio.  
Il progetto su Monte Prama non è un’esca e nessuna madre finora ha espresso obiezioni; certamente favola e storia non sono comparabili, ma se vi sono vere madri per il giacimento e le sue statue esse si rivelerebbero attraverso la rinuncia e l’attesa: rinuncia alla esposizione divisa e forzata, attesa per la necessaria opera di studio, di ricerca e di comprensione unitaria del contesto. Così tornerà il figlio amato alla vera madre che è, in verità, noi tutti.

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