La libidine della sconfitta

1 Novembre 2012
Alberto Asor Rosa
Ripartirei da un fondo di Norma Rangeri (il manifesto, 29 settembre): «La trappola del tecnico», che condivido pressoché interamente. Sono d’accordo con lei che il pericolo più grande per la sinistra – qualsiasi sinistra – è la ripresentazione, dopo le elezioni politiche del 2013, di un Monti-bis. Non sposo gli accenti di esecrazione e di condanna, che sento spesso pronunciare, ovviamente sempre a sinistra, nei confronti dell’Agenda Monti. Lo sforzo compiuto dal Presidente del Consiglio (un po’ meno, e talvolta molto meno, dai suoi ministri) di elevare il tono delle attività di governo e di restituire dignità all’Italia nei confronti degli stati stranieri e della comunità internazionale (anche noi facciamo parte della Nazione, o no?), non è da sottovalutare. Tuttavia condivido: se Monti dovesse tornare con una qualsiasi manovra parlamentare alla Presidenza del Consiglio dopo il voto sarebbe una iattura per la sinistra, e per l’Italia. Perché?
Innanzi tutto, perché questo non è il nostro governo, e quindi noi pensiamo che non sia il governo giusto per l’Italia. I suoi valori, i suoi obiettivi, la sua mentalità sono radicalmente altri dai nostri. L’idea che equità e giustizia siano i fondamentali parametri di riferimento, intorno ai quali vada costruita la gabbia economica, e non viceversa, non lo tocca. Di questo passo, oltre tutto, si può ammazzare il cavallo prima di risanarlo.
Ma poiché ci sono altri motivi, che vorrei dire soprattutto rivolgendomi ad alcuni miei autorevoli amici, i quali sono di opinione nettamente contraria. La democrazia è una cosa delicata: se lo stato d’emergenza, di fronte al quale abbiamo chinato il capo, si trasforma nella regola, c’è il rischio che le fragili strutture della nostra rappresentanza collassino per sempre. A che servirebbe più il voto se la soluzione, in un modo o nell’altro, è già data in partenza? Inoltre: preoccupa anche il profluvio d’indicazioni che in tal senso provengono dall’esterno. Capi di stato, banche centrali, economisti e politici di varie nazionalità e colore politico, sono tutti d’accordo: riconfermate Monti. Il migliorato rapporto dell’Italia con il resto del mondo rischia così di trasformarsi in un boomerang: il resto del mondo, invece di stare a guardare rispettosamente come noi più o meno ce la caviamo, ci indica a gran voce quale debba essere il nostro futuro Presidente del Consiglio. Non è un po’ troppo per la nostra dignità nazionale e, ancora una volta, per la nostra fragile democrazia?
Queste però sono soltanto le premesse. Come si può evitare che esse, invece che verso quella giusta, si volgano verso la direzione sbagliata? Qui si torna al voto, al vituperatissimo voto. È in questo ambito che la politica, se c’è, batta un colpo. Per evitare che il Monti-bis prenda corpo non bastano gli anatemi: è necessario che nel voto si manifesti una forza diversa e contraria, talmente significativa per le sue dimensioni e i suoi caratteri, da rendere semplicemente improponibile la ripresentazione del Monti-bis (e, com’è ovvio, di qualsiasi succedaneo pretenda a quel punto di sostituirglisi). Esiste una tale forza nel campo ancora variamente frammentato e scollegato della sinistra?
L’unica che possa aspirare a tale impresa è il Patto Pd-Sel, Bersani-Vendola. Mi appello alla logica prima che alla politica. Per garantirsi che il Monti-bis scompaia effettivamente di scena, occorre con il voto rendere il Patto Pd-Sel così consistente da impedire che si verifichi qualsiasi fuga sulle ali (persino al proprio interno) o verso il Monti-bis oppure verso altre alternative alleanze di stampo moderato. Nell’ambito di quelle che io considero le sciagurate primarie di coalizione vale comunque lo stesso ragionamento. Siccome Bersani ha preso la testa della coalizione, renderlo forte alle primarie significa rendere più forte la coalizione che capeggia. Inoltre: per battere senza incertezze Renzi, bisogna che la coalizione di centrosinistra sia in grado di navigare da sola: ossia dimostrando sin dall’inizio che non c’è bisogno di stampelle moderate perché questo avvenga.
A filo di logica, mi pare, questo ragionamento non teme obiezioni. Ma la logica coincide con la politica? L’obiezione più grossa al mio ragionamento è che il Patto Pd-Sel porta in seno l’Agenda Monti. Non vale votarlo, se non ci sono garanzie che un governo di centro-sinistra di tale natura non sia l’erede, il continuatore, l’alleato di quelle forze cui sarebbe chiamato a subentrare. Mi permetto di dubitare di un giudizio così drastico. Tutti sanno che nel Pd si contrappongono posizioni in materia assai differenziate; molto dipende dalla natura di quel partito, caoticamente stratificatosi nel tempo. Il rischio dunque è reale: ma io preferirei affrontarlo dopo. Dirò le cose nella maniera più semplice (brutale?) possibile: per vedere come stanno davvero le cose, bisogna vincere; se si vincerà bene, l’Agenda Monti sfumerà persino all’interno del centro-sinistra e sfumerà tanto più quanto il centro-sinistra risulterà vincitore. E questa volta c’è solo un modo di vincere (per non parlare dell’argine da apporre all’ondata travolgente dell’antipolitica, dell’astensionismo, del grillismo, della deflagrazione istituzionale: un grosso successo del centro-sinistra rappresenta l’unico modo per fronteggiarla).
Sarebbe semmai auspicabile un ragionato, consapevole premere dall’esterno alle porte del Patto Pd-Sel, presentando proposte, correzioni, aggiunte, formulando progetti più incisivi e avanzati: onde, come si diceva una volta, «spingere a sinistra» il più possibile la coalizione. È possibile questo? Finora nessuno ci ha mai provato; finora nessuno l’ha mai proposto. Questo è un male. Tempo fa proposi al Pd d’indire un’Assemblea nazionale (e magari regionali, provinciali, ecc.) di programma. La proposta è ancora valida. Ci sarebbe il tempo per fare questo e altro.
Invece c’è in giro, a sinistra, una voglia di frammentazione crescente, una sorta di voglia (del resto assai ben nota) di sopravanzare tutti gli altri in purezza, correttezza, squisitezza di programmi e di idee. È la libidine della sconfitta, che tanta prova di sé ha dato in passato nell’impedire il raggiungimento di risultati già quasi certi e nella dilapidazione di risultati già raggiunti. Speriamo che questa volta sia battuta.

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