Contestare il romanzo

16 Ottobre 2010

piras

Natalino Piras

Coincidenza ha voluto che la pubblicazione del pezzo Inventare il romanzo su questo nostro quindicinale fosse lo stesso giorno che “Venerdì di Repubblica” dava notizia dell’arrivo in libreria del saggio di Rosamaria Loretelli L’invenzione del romanzo. Dall’oralità alla lettura silenziosa (Laterza 2010, 261 pagine,  20 euro). La cosa mi ha interessato e ho mandato mail alla professoressa Loretelli, ordinario di Letteratura inglese all’università Federico II di Napoli. La risposta è arrivata quasi subito e non era di circostanza. La Loretelli puntualizza che il suo libro parla d’altro, ciononostante il mio intervento le risulta utile.  È una attestazione di stima ma pure un segno che sull’invenzione della finzione e sui suoi percorsi si possono istituire relazioni a distanza, trovare coincidenze apparentemente impossibili. Oltre tutti gli schemi obbligati. Uno di questi schemi, anche qui in Sardegna abusati, dice che  nel giallo e per estensione nel noir e nel thriller, il finale è sempre molto meno delle pagine che  lo precedono: abbassamento, appiattimento, delusione nel lettore. Una regola, fuori dalla Sardegna,  confermata da un thriller di Torsten Petterson che ho appena finito di leggere:  A L’alfabetista (Newton Compton 2010, edizione originale 2008, traduzione dallo svedese di Mattias, Raimondo e Martina Cocco e di Kerstin Östgren, 334 pagine, 9,90 euro).
Mi ha catturato il lancio pubblicitario, una plaquette  in carta riciclata, una diecina di pagine sempre su “Venerdì di Repubblica” di qualche settimana fa. Effettivamente le prime cento pagine di questo romanzo d’esordio sono ben congegnate e si sente che Torsten Petterson, nato in Finlandia nel 1955 e docente di Letteratura all’università di Uppsala in Svezia, ci sa fare. Il luogo della narrazione è Forshälla, cittadina finlandese dove si parla pure svedese.  Alfabetista il serial killer perché lascia lettere dell’alfabeto sui corpi delle vittime, incise a coltello. A, M. E. Cosa vorranno dire? rispettivamente per Gabriella Dahlström che fu licenziata  dalla centrale nucleare di Olkiluoto,  per l’omossessuale Jonasson, per Lennart Gudmundsson la cui moglie andò via un giorno e di lei niente più si sa. Corpi nudi, lasciati di fianco dopo essere stati soffocati con un laccio, occhi cavati, croci ortodosse e altri segni  del Cacciatore: così ribattezzano il serial killer alla centrale di polizia di Forshälla. Il commissario  Harald Lindmark, è  l’io centrale della narrazione.
È sulla sessantina, vedovo. La sua squadra sono: Sonja Alder, che ha fatto apprendistato in America, Gunnar Holm, Markus Fredriksson e Hector Borges. Tutti nomi ad assonanza e senso. Ambiente e contesto, Forshälla è  una città fatta di molte case di legno,  bosco dentro e foresta di periferia, parco, viottoli, torrenti, aria perenne di neve che si macchia di rosso.  Freddo, sempre freddo. Ricorda  Susan a faccia in giù nella neve (1999) dell’americana Carol ‘O Connell ma anche Il senso di Smilla per la neve (1992) del danese Peter Høeg.  Nelle prime cento pagine  Lindmark e la sua squadra riescono a incastrare e far mettere in prigione il Cacciatore:  Erik Lindell, che fu fidanzato di Gabriella. Ma al primo confronto con il pm del processo salta fuori un alibi di ferro per  Lindell, che fu ufficiale delle truppe di pace nella guerra civile in Bosnia e che non impedì lo stupro e l’uccisione di una ragazza. Liberato Lindell, tutti sentono come  presagio che  il Cacciatore colpirà ancora.  Iniziano le digressioni, diari vergati a penna e indirizzati a chi sa chi da Gabriella, da Erk Lindell (forse a un amico prete, come una confessione), da Jonasson, da   Lennart Gudmundsson.
E il diario di Nadja, una quattordicenne russa  come altre coetanee presa con l’inganno a San Pietroburgo e portata per terra, per boschi e per mare a fare la prostituta in Finlandia, il miraggio di Helsinki che si cristallizza a Forshälla. Pagine di memoria dell’infanzia che hanno in nuce il senso della profanazione di tutte le Nadja del mondo, una perduta ingenuità che nessuno e niente potrà ricomporre. Ma questo diario Nadja fa romanzo a sé.  Il lettore, che pure aspetta sviluppi, trova solo rade e occasionali connessioni con la vicenda del Cacciatore. Questo per dire come il romanzo di Pettersson, il primo di una trilogia, possa perdersi. Le digressioni allargano facendo entrare in scena  altri personaggi ed elementi che sembrano intenzionati a fare luce sull’intrigo salvo poi appesantire le ipotesi del le lettore, le sue attese. Sino allo spiazzamento finale dove tutto il ragionare di due tra i protagonisti appare troppo freddo, troppo poliziesco, troppo imitativo di Maigret e Poirot, meno di Philip Marlowe e Sam Spade. La vincono  l’artificio e il calcolo a discapito del nesso logico della narrazione.  Nadja e la moglie scomparsa di Gudmundsson non trovano soddisfacente esito.  Come se sia stato più importante enfiare la pagina invece che togliere, usare il metodo del less is more: quanto sottrai è il di più, che era poi il metodo di Cechov. Forse la trilogia di Pettersson  vorrebbe imitare la trilogia, ormai fenomeno globale di Larsson che pure enfia le pagine. Solo che lo svedese, ottocento pagine per  ciascuno dei tre libri della sua fortuna postuma, stringe sul dettaglio anche quando sembra che la digressione sia incontrollabile. Pettersson non sempre riesce. Larsson è nell’invenzione della moda, il thriller nordico, Torttsen sembra seguirla. Come alcuuni noiristi nostrani, più realisti del re, più furbi di Bertoldo. Perché così vuole il mercato. L’ovvio, lo scontato, il banale, soffocano  il  dato letterario.
E così Lindmark che parla con la moglie morta non riesce a essere l’eroe romantico (o antiromantico) che parla con il ritratto della moglie morta in Sostiene Pereira (1994). E neppure somiglia a Morgan Freeman  o Brad Pitt di Seven (1995)  film dai colori plumbei come quelli predominanti a Forshälla, la commedia dantesca, vero archetipo di  tutto il noir, a fungere da  chiave di volta, in biblioteca.  Contestare il romanzo allora. Come? Mettiamo al centro la nostra sarditudine,  un libro di Ignazio Delogu  sulla Terra del Fuoco, sud del mondo come totale metafora (rinvio al mio sito www.natalinopiras.it per una scheda più esaustiva). Ignazio contesta la commistione tra saggio e  romanzo che Daniele Del Giudice compie in suo libro anche questo sulla Terra del Fuoco. Dice Ignazio nel suo Parallelo Sud: “La verità è forse da cercare nel vizio che assedia tanta parte della letteratura,  il vizio di indulgere alla pratica di quella ‘operazione stilistica’ che in troppi scrittori presiede alla loro stessa visione del mondo e li conduce a sacrificare il reale possibile al reale realizzato”. Vizio presente in A l’alfabetista ma anche in  tanti imitatori dell’ “in nero”, qui da noi. Quelli che per restare alla moda inquinano anche il reale possibile.

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