Analisi semiseria sulla letteratura

16 Novembre 2010

piras

Natalino Piras

“…ca jeo appo dua’ limbas e duas animas, sa sarda ei s’italiana, e cando aeddo i’ sardu rennego sa meitate de su chi so, s’italiana; e inbezzes cando aeddo in italianu rennego sa meitate sarda, in modu chi no so mai un’omine intreu si non cando arrejonande mischio cosas de una limba e cosar de s’attera…perché io ho due lingue e due anime, la sarda e l’italiana, e quando parlo in sardo rinnego la metà di quello che sono, l’italiana; e invece quando parlo in italiano rinnego la metà sarda, di modo che non sono mai un uomo intero se non quando nel parlare mischio cose di una lingua e cose dell’altra…” Michelangelo Pira, Sos sinnos, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1983.  La mia traduzione italiana è uscita la prima volta nel 1984, “Ichnusa” , 7, e come testo a fronte nell’edizione 2003 del romanzo, Sassari, Biblioteca della Nuova Sardegna. La citazione: 87-86. “Non ho letto Sos sinnos in bittese: la mia conoscenza del sardo si limita a un’infarinatura di caralitano e di orgolese. Per fortuna Icnusa ha pubblicato il testo nella traduzione italiana di Natalino Piras.
È possibile annotare, meditare, interpretare un testo tradotto? Dico sì per non affermare l’impossibilità di intuire i mondi nascosti dietro tremila lingue differenti, ma ammetto a priori la perdita di tutti i giochi di parole intraducibili, ai quali sono legati valori compositivi e poetici…” Sergio Atzeni, Che cosa dice “Sos sinnos” in italiano, “Ichnusa”, 9, 1-2. Così recita una strofa della civiltà del “Pulcherrimus” che è poi un “ristorante dei morti” tanto simile alla “Catedral” di Mario Vargas Llosa: “In su tzilleri ‘e Munnanu, a corfos de matzuccu, Antoni Bassuccu, a’ mortu unu indianu”.  Traduzione quasi del tutto letterale: “Nella taverna del Mondano, a suon di bastonate, Antoni Bassuccu, ha ucciso un indiano”. La strofa è chiaramente pretestuosa e altre, sempre compulsando i diari del “Pulcherrimus”,  ne potremmo utilizzare, tipo: “Dae s’arvore tunnu, nche ruttu mazzone”, dall’albero tondo è caduta la volpe. Dove la cerca della rima per “tunnu” e “mazzone” non può non portare a un basso corporeo di rabelaisiana memoria. Ma qui interessa Antoni Bassuccu che uccide l’indiano (si presume d’America). Domanda: cosa ci faceva un indiano nella taverna del Mondano, che è dentro una delle perdute macchie dentro la foresta di Chentomínes? Risposta: Cercava bestiame rubato. Le orme, “s’arrastu”,  come vogliono Sos sinnos di Michelangelo Pira (altro che dimenticanza caro Stiglitz, è che c’è troppa invisibilità intorno a quel romanzo)  fin lì lo avevano condotto. È chiaro che siamo al paradosso. Se non altro perché dalle montagne, mettiamo dello Utah, sino a Chentomínes, c’è molta strada da fare. E c’è pure molto mare di mezzo. Ma la cosa non è poi così paradossale. Tanti anni fa, nello stesso paese dove c’era  la taverna del Mondano, ci fu un dibattito acceso intorno a un film passato alla storia del cinema, e non solo,  come manifesto di western-ecologico, un autentico capolavoro.
Come altre opere degli anni Settanta, ricolloca in giusta dimensione la Resistenza delle tribù indiane contro la logica di sterminio dell’uomo bianco. Il film-mito, di Sydney Pollack è  “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”. Un effettaccio della distribuzione italiana che nasconde  il titolo originale: “Jeremiah Johnson” (1972). Nell’acceso dibattito di trenta e passa anni fa, a un certo punto intervenne un nazionalista-indipendentista, a dare una lettura tutta sua, travisante, del film. Disse pure, urlò: “Ite b’it fachenne cussu priteru in cue?: Cosa ci faceva lì quel prete?”. Si riferiva alla sequenza dell’attraversamento del cimitero indiano da parte di un gruppo di soldati capitanato da un pastore mormone e guidato proprio da Jeremiah Johnson. Che consapevole della violazione del cimitero (della legge non scritta degli indiani)  è presago, “de coro malu”, della vendetta (uccideranno la moglie indiana di Johnson e il loro bambino adottivo) e della lunga (vent’anni e passa) , spietata guerra civile che lo opporrà, lui solo, alla tribù dei Corvi.  (A proposito come tradurre in sardo “Corvo Rosso”? Corvu Ruju? Forse è meglio lasciare come titolo del film “Jeremiah Johnson”). Il paesaggio dove si svolge il racconto è stupendo, nel senso letterale della parola: desta stupore. Per una volta tanto condividiamo la sintesi del “Mereghetti”: “Un western maestoso e malinconico, che celebra tanto il mito quanto la difficile realtà della wilderness (il vivere liberi e selvaggi in armonia con la natura) mescolando l’avventura al documentario”. Se non ci fosse quel pastore mormone che diventa “priteru”. Tutta un’altra valenza, un’altra storia. Il prete e il suo contrario, l’anticlericalismo qui da noi, hanno tutta altra narrazione. I “giovinastri” che contestano vescovo e canonici e preti sventolando l’ “Avanti” come arma (nel “Giorno del giudizio” di Satta, altro romanzo che dovrebbe istituire modello) non sono collocabili nella wilderness di “Jeremiah Johnson”. A meno che, per raddrizzare quanto l’ottica nazionalista-indipendentista fa stravedere, non si ricorra al paradosso di “Antoni Bassuccu”: appunto legittimato dalla capacità di “inventio” della nostra limba. Inventio senza standard. Magari qua e là qualche voce a controcanto presa dalla poesia popolare, dall’anticlericalismo paesano: “Sar voches son de Chelleddu, su inari a su probanu, le voci (che fanno coro) sono di Chelleddu (appunto il miglior corista) ma i soldi vanno al parroco. Senza l’inventio che abolisce lo standard,  si corre il rischio che corse (inconsapevole?) il nazionalista-indipendentista. Doveva per forza ricondurre i termini di  paragone al suo “ad quem” e per questo urlò ancora in quel famoso dibattito: “Ca su regista at cherfitu ponnere in su matessi pianu sa violentzia de sos indianos e de sos lupos: il regista ha voluto mettere sullo stesso piano la violenza degli indiani e dei lupi”.
Niente di più errato come interpretazione seppur è vero che la violenza degli uomini è visivamente resa come quella dei lupi. Solo che a inquadrare da un’ottica solo nazionalista (anche linguisticamente parlando) si mistifica il messaggio del film: canto contro la violazione del patto di natura.   Risentendo il dibattito, ne esiste registrazione, c’è chi irrise a quell’iterato “sa violentzia ‘e sos lupos!”. Chi irrise e contestò lo fece in rima: “e de sos cuccos!”. Ma sono cose da “ristorante dei morti”, appunto da taverna “Pulcherrimus” o Casa del fanciullo che dir si voglia. È che però, anche in un argomentare semiserio sull’ideologia in letteratura, non si può non ritornare al tempo dell’infanzia: quando, scevro da ottiche deformanti, il bambino punta il dito contro l’imperatore che si crede invisibile (per questo può attraversare la piazza con vesti trasparenti, secondo la sua presunzione) ed esclama: il re è nudo. Bambini e pazzi. Erasmiano elogio della follia. Rabelais (specie quello che irride ai sorbonagri Baciaculo e Nasapeti), Swift della modesta proposta,  Dario Fo da grammelot,  Battore ‘Arina de sar voches son de Chelleddu, Antoni Bassuccu, Bellas mariposas di Sergio Atzeni…: di questo necessita  ancor oggi l’inventio nel linguaggio letterario. Mi  sovviene a chiusura che una giusta comparazione con la   wilderness potrebbe istituire, a proposito di uomini e  lupi, un frammento poetico, un canto:  “Lupos essite foras dae sa tana, lassatelas sas terras indianas”. L’ho appreso in un cantiere forestale. Non mi sembra necessiti di traduzione, almeno per quanto riguarda l’area romanza cui pure il sardo appartiene.

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