Agnelli, demagogia, stupidità e coerenza

16 aprile 2017

Francisco de Zurbarán, Agnus Dei, San Diego Museum

Valeria Casula

A parte la considerazione a latere che se fossi un agnello considererei molto più dignitoso finire al forno che fra le braccia di Berlusconi, da un paio di giorni mi interrogo sul significato di questa demente campagna di adozione di agnelli, cui ha aderito anche la Boldrini.

Non so se ciò che scrivo indignerà gli amici vegetariani o vegani tuttavia, pur rispettando le scelte individuali, trovo insensato, dal punto di vista delle motivazioni che hanno determinato questa scelta, perorare la causa dell’adozione degli agnelli.

Alcune doverose premesse, terreno comune con gli amici vegetariani e vegani. L’alimentazione occidentale è eccessivamente sbilanciata verso la carne, per lo più bovina, questo non è sano per le singole persone, per il pianeta e per l’umanità nel suo complesso. Per le persone perché la carne è in cima alla piramide alimentare, vale a dire che si tratta dell’alimento che dovremmo consumare in misura ridottissima se vogliamo nutrirci in modo corretto.

Per il pianeta perché gli allevamenti intensivi di bovini sono due volte responsabile dell’effetto serra: a causa de diboscamento che comportano per rendere disponibili ampie estensioni di territori per la coltivazione dei cereali di cui si nutrono (e gli alberi sintetizzano la CO2 in carbonio organico contribuendo all’assorbimento quindi di un gas serra) e per l’elevata produzione di biogas (contenente CH4 altro gas serra).

Per l’umanità perché a parità di utilizzo del bene ambientale comune, vale a dire terra, acqua, aria, si sfamano molte meno persone di quanto non si farebbe con un mix di cibi con ridotto apporto proteico, e nutritivo nel suo complesso, di origine animale (vedi grafico)

Dopo questa premessa veniamo agli agnelli, che hanno accompagnato la mia infanzia, quando da bambina mi recavo presso l’ovile di nonno Basilio, pastore, e trascorrevo il tempo con suoi agnellini, lo osservavo con ammirazione mentre preparava il formaggio, bevevo di nascosto da mia madre il latte appena munto (quindi non ancor pastorizzato), quello tiepido al punto giusto, che ti lascia i “baffi” di panna e negavo con tutte le mie energie di averlo fatto nonostante le evidenti tracce sul viso.

La pastorizia è un’attività che non solo ha un ridotto impatto ambientale ma addirittura una rilevanza nel mantenimento di territori che altrimenti sarebbero abbandonati. Giusto per non sembrare troppo partigiana, io non sto perorando unicamente la causa sarda, penso altrettanto degli allevamenti d’alpeggio che ho visitato in Valle d’Aosta, anche quegli allevatori concorrono al mantenimento e al controllo di luoghi che altrimenti sarebbero abbandonati.

Gli animali vivono in libertà, non sono sacrificati come negli allevamenti intensivi di bovini, pollame e suini, non sono bombardati di antibiotici, si alimentano brucando in modo sano. Ho visto mio nonno, i pastori sardi e gli allevatori valdostani trattare con molto rispetto le loro greggi.

Allora cosa vogliamo fare? Distruggere questi settori, incluso quello caseario (se non si uccidono agnelli e vitelli ovviamente il latte prodotto serve in larga misura a nutrire loro) perché ci si scandalizza per un agnello e lasciare la produzione di carne alle multinazionali che devastano l’ambiente?

Oppure vogliamo diventare tutti vegani rinunciando a carne, latte, uova, miele, scarpe di cuoio e pullover di lana? Perché se si adotta un agnello questa è l’unica scelta possibile coerente con il gesto.

Forse è il caso di ammettere che dobbiamo semplicemente mangiare meglio e in modo equilibrato nell’interesse nostro, dell’ambiente e dell’umanità, senza criminalizzare, anzi ringraziando i piccoli allevatori di cui ho parlato per il loro ruolo e la loro tenacia nel voler mantenere un’attività tanto faticosa e spesso non adeguatamente remunerata, abbandonando demagogia e stupidità e recuperando un po’ di senno e coerenza.

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