Bocciato il referendum dei furbetti dell’insularità

1 febbraio 2018
[Red]

L’Ufficio regionale del referendum ha dichiarato illegittima la richiesta di un referendum regionale diretto a proporre l’inserimento del “principio di insularità” in Costituzione. Il presidente del Comitato promotore ritiene incomprensibile questa decisione, definendola frutto di un’interpretazione burocratica della legge e lesiva del diritto dei sardi ad utilizzare lo strumento referendario. Pubblichiamo il comunicato del coordinamento dei comitati sardi per la democrazia costituzionale.

È singolare l’affermazione del dott. Frongia il quale dimentica o ignora che un “referendum sull’insularità in Costituzione” non ricade in nessuna delle ipotesi di referendum consultivo previste dalla legislazione sarda vigente.

Come già sostenuto dal Coordinamento regionale per la difesa della democrazia costituzionale, la posizione della Corte su questa proposta è chiara e netta: non è previsto chiedere a una frazione (regionale) del corpo elettorale nazionale di esprimersi su proposte di modifica costituzionale; in tema di revisione della Costituzione il solo referendum ammissibile è quello previsto dall’art. 138 Cost. Per queste ragioni è verosimile che l’unico obiettivo politico di chi ha proposto il referendum sia quello demagogico di acquisire una visibilità quali difensori dell’autonomismo sardo: una visibilità che possa in qualche modo contrastare quella delle forze indipendentiste o sovraniste.

E non è un caso che su questa vicenda intervenga anche il senatore uscente Luciano Uras definendo assurda la decisione dell’Ufficio regionale che ha negato la possibilità del referendum. Vista la sua ricandidatura alle prossime elezioni di marzo è verosimile che l’interesse per il referendum sull’insularità sia funzionale al consolidamento della sua propaganda elettorale.

In realtà l’«insularità» non è una norma o un principio, ma uno stato di fatto, una condizione geografica, che di per sé non esprime nessun particolare valore o disvalore. Non è l’insularità in sé che giustifica la necessità di più risorse e meno tasse, bensì l’effetto certificato della condizione insulare, ossia la situazione effettiva di arretramento economico-sociale.

Nessuno vuole sottovalutare la richiesta del referendum sostenuta da 90.000 cittadini, ma non dobbiamo dimenticare che l’obbligo costituzionale di sostenere con maggiore determinazione le regioni più disagiate esiste già, ciò che manca è l’impegno politico di chi governa a tutti i livelli (Governo e Regione) perché questi obiettivi vengano raggiunti. È la noncuranza di questa pratica che facilita l’assenza di processi decisionali integrati tra Stato e Regioni in ordine alle scelte fondamentali di finanza pubblica e al riparto delle risorse tra i diversi enti territoriali della Repubblica: assenza che induce lo Stato a fare sempre la parte del leone nella distribuzione dei benefici e dei sacrifici finanziari.

In realtà c’è bisogno non già di un nuovo principio costituzionale di tipo solidaristico (quale sarebbe quello dell’insularità), ma di congegni, sedi cooperative formalizzate, poteri di negoziazione e di condivisione delle decisioni, ecc., che diano “gambe” e operatività reale alle già numerose disposizioni costituzionali improntate alla logica dell’eguaglianza sostanziale (tra le persone e i territori). Per tutte queste ragioni è propagandistico sostenere che il referendum aprirà «la strada a una serie di opportunità sinora negate, soprattutto sul piano della fiscalità di vantaggio».

Se così fosse non si capisce perché la fiscalità di vantaggio debba scaturire dal principio costituzionale di insularità, visto che neppure riusciamo a conseguirlo appellandoci agli obblighi costituzionali di solidarietà. Se è tecnicamente impossibile ottenere da un referendum consultivo regionale l’inserimento in Costituzione del “principio di insularità” e poi ottenere da questo tutto quello che miracolosamente si immagina di farvi discendere, allora vuol dire che lo strumento di lotta politica è sbagliato e chi lo spaccia per buono inganna gli elettori.

Ma questo non è un modo che garantisce la buona politica. In Sardegna la platea dei furbetti, opportunisti e di coloro che pensano di “saperla lunga” è già affollata. Ricordiamo cosa accadde in occasione dei referendum sardi sulle province? Pure allora la vittoria era annunciata e ciò indusse la gran parte a schierarsi per il “Sì” o, al limite, ad astenersi. Il resto è storia nota: nel merito era una cosa pasticciata, che ne generò delle altre forse ancora peggiori, dalle quali ancora non riusciamo a venirne fuori.

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