Buone ragioni per fare una nuova legge elettorale statutaria

16 luglio 2017
Lucia Chessa

Quando una legge elettorale funziona la composizione degli organismi elettivi rispetta la volontà popolare, vince chi ha preso più voti e le percentuali degli eletti – maggioranze e minoranze – sono determinate dalle percentuali di consenso espresse dall’elettorato. In Sardegna non funziona così.

In realtà non funziona così neanche in Italia e un decennio e passa di leggi elettorali antidemocratiche, di destra e di sinistra, dal Porcellum all’Italicum, hanno fatto carta straccia dei principi di base della democrazia, calpestando i principi della rappresentanza, quasi occultando il valore del voto, come risulta dal crescendo continuo delle percentuali di astensione in tutti gli appuntamenti elettorali.

Ma torniamo a noi, al Porcellum sardo: vige in Sardegna una legge elettorale che, con un sistema di sbarramenti diversificati, ha lasciato privi di rappresentanza circa 120.000 elettori sardi che si sono recati alle urne, in una elezione in cui hanno scelto l’astensione più del 40% degli aventi diritto. Il premio di maggioranza assegnato al Presidente ha fatto sì che, nonostante la maggioranza dei voti dei sardi sia andato alle liste di centro-destra, operi oggi in Consiglio regionale una maggioranza di centro-sinistra. Candidati che hanno raggiunto migliaia di preferenze non sono stati eletti, mentre siedono in Consiglio onorevoli eletti con alcune centinaia ad i voti – per non parlare dei consiglieri decaduti e sostituiti da altri insediati a metà legislatura a seguito di ricorsi persi e vinti. Ciò che abbiamo di fronte, dunque, è una quantità inaccettabile di elementi distorsivi della volontà espressa dagli elettori che rende il Consiglio Regionale estraneo alla composizione ideale e culturale e politica della società sarda, incapace di rappresentarne gli orientamenti e le istanze.

Ciò che abbiamo di fronte è un Consiglio non rappresentativo e per ciò privo di autorevolezza, marginalizzato rispetto ad una giunta di non eletti che nominalmente è l’esecutivo dell’attività legislativa del Consiglio, ma di fatto prevale sull’organo consiliare elettivo. E in ultimo: soltanto quattro consigliere donne su 60 componenti il Consiglio Regionale, fatto questo che relega la Sardegna (terra di presunti matriarcati) in coda alle classifiche mondiali della adeguata rappresentanza di genere, e getta una luce cupa sulle generale agibilità democratica nella nostra regione. Una vera e propria emergenza dunque che però, purtroppo, quasi a fine legislatura, vede il Consiglio Regionale inerte, inspiegabilmente inerte se non a voler ipotizzare interessi inconfessabili attenti più che ai principi costituzionali e statutari su cui si fonda la nostra convivenza democratica, ai destini personali di alcuni.

In questa inerzia preoccupante si inserisce l’azione del Coordinamento Regionale dei Comitati Sardi per la Democrazia Costituzionale, un gruppo di persone rappresentativo dei diversi territori della Sardegna, di differente provenienza professionale e politica, che si è aggregato in occasione della campagna per il referendum di riforma costituzionale e animando una capillare attività sui territori della Sardegna, ha contribuito allo straordinario risultato del 4 dicembre. La proposta di legge elettorale avanzata dai Comitati è stata sintetizzata in una petizione rivolta al Presidente del Consiglio regionale, a tutti i capigruppo e a singoli consiglieri.

Ciò che si chiede nella petizione altro non è se non il riconoscimento della volontà popolare e dunque, prioritariamente, l’aderenza tra le scelte espresse dagli elettori e la composizione dell’organismo consiliare. Si chiede che non sia possibile distorcere i risultati del voto attraverso premi di maggioranza e quote di sbarramento; ciò che vogliamo è che siano adeguatamente rappresentati tutti i territori sardi, che si superi un inaccettabile squilibrio nella rappresentanza di genere e soprattutto che il Consiglio Regionale, in quanto organo elettivo, riacquisisca centralità e la restituisca alla Sardegna sotto forma di azione di governo efficace espressa da tutte le posizioni, le visioni, le idealità, gli orientamenti presenti nella nostra terra e collegata a tutte le mille istanze che vengono da questa. Per far ciò è necessario, a nostro avviso, il coraggio di un grande passo avanti, e non in dietro, riassunto nei quattro punti della nostra petizione: 1) Superamento della elezione diretta del Presidente, 2) Eliminazione del premio di maggioranze e delle quote di sbarramento, 3) Definizione di collegi plurinominali di dimensione tale da garantire adeguata rappresentanza a tutti i territori, 4) Introduzione della doppia preferenza di genere.

Noi crediamo che l’adozione, circa 20 anni fa, della elezione diretta del Presidente non sia stata per la Sardegna un vantaggio. Crediamo abbia marginalizzato il Consiglio Regionale fino a farne una Versailles improduttiva, che in certi periodi ha finito per regolare i suoi rapporti con i Presidenti eletti esclusivamente sulla regola del “ simul stabunt, simul cadent”: che è una regola alta ed autorevole detta così, nel latino delle norme giuridiche, ma espressa nel linguaggio quotidiano, ad un livello fino al quale, purtroppo, scade a volte la politica, si declina in prosaici “Non ti sfiducio perché se no devo tornare a casa” oppure “ Se mi voti contro mi dimetto e torni a casa anche tu”. Si ottiene così un equilibrio stabile che, è vero, esclude elezioni anticipate ma non garantisce governabilità. Al contrario, nel suo immobile equilibrio auto-conservativo, può completamente escluderla rendendo impossibile produrre azioni di governo coraggiose ed ampie, in grado di orientare lo scorrere naturale delle cose.

Noi raccoglieremo le firme dei cittadini a cui chiederemo di sottoscrivere la nostra petizione. Lo faremo in modo capillare in tutti i territori chiedendo ai sardi se vogliono che il loro voto abbia un valore oppure no, se vogliono che il consenso e il dissenso espresso attraverso il loro voto incida nel momento in cui si compone il Parlamento dei Sardi o se rinunciano ancora a questo diritto. Chiederemo loro se vogliono un Consiglio Regionale autorevole perché forte della rappresentanza del popolo sardo e se preferiscono composizioni strane, frutto di alchimie normative che distorcono le loro scelte.

Chiederemo se vogliono ancora vivere in una ragione che continua ad esclude le donne sarde dalla rappresentanza consiliare come se fossero portatrici di capacità inferiori, non adatte a ruoli di governo. In merito a questo infine, i partiti rappresentati in Consiglio Regionale diranno la loro e i cittadini valuteranno, come in ogni democrazia che sia veramente tale.

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