Cagliari, città semita bottegaia

16 febbraio 2011

Alfonso Stiglitz

Certo che a Cagliari la tornata elettorale di primavera, per l’elezione del Sindaco e del Consiglio comunale, si mette male se un intellettuale attento, colto e preparato come Giuseppe Marci, distratto preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, riesce a inciampare nel vecchio (seppure attualissimo) luogo comune antisemita: “una città che sente ancora viva la sua lontana radice fenicio-punica da cui è fatta quale è: disincantata e un po’ cinica, pragmaticamente tesa agli affari” (L’Unione Sarda del 7 febbraio 2011). I semiti bottegai, insomma, la lobby demo-pluto-giudaica ecc.  E’ messa male se un partito come i Rossomori, nato da un’interessante scommessa di riprendere in mano la visione di Lussu dopo la svendita della bandiera sardista a Berlusconi (a lui oltre le escort piacciono anche le bandiere, se è vero che ha acquistato i diritti di quella leghista), riesce nel duplice intento di far fuori la candidatura, voluta dalla base cagliaritana, di un’autorevole esponente come Claudia Zuncheddu e di esporre una persona seria come Giuseppe Andreozzi, autentica risorsa per una città afflitta da scarse riserve intellettuali; duplice capolavoro di un segretario, politico di lungo corso, che ha gestito questa vicenda con metodi autoritari, non permettendo neppure il dissenso. E’ messa male se è possibile che il centrosinistra riesca a rinunciare a un’altra candidatura a sindaco di alto profilo, proposta e gestita male da SEL, quella di Ottavio Olita, anch’egli sgradito agli apparati di partito e in pericoloso alto tasso di gradimento nell’elettorato di sinistra.  E’ messa male se riesce come fa il PD, contenitore di note disamistades, in una grottesca unità di abbracci tra Soru e Cabras, a proporre un candidato sindaco che è tutto fuorchè legato a questa città, che è stato esponente politico di tantissime stagioni, che palesemente guardava dall’alto in basso la candidatura, forse considerata come una diminutio, e l’ha subìta per spirito di servizio (e, a onor del vero, con grande correttezza). E’ messa male se la candidatura legittima dalle primarie di una persona nuova, Massimo Zedda, deriva dalla sostanziale astensione dell’elettorato e dal voto organizzato di alcune componenti, legittimo anch’esso e da rispettare, ma che rischia di darci un leader, pressochè sconosciuto, sebbene consigliere comunale e regionale. Un candidato con il difficilissimo compito di costruire una gruppo da proporre per il governo della città con dei partiti che palesemente tifavano e lavoravano per altri e che, come dimostrato, hanno e avranno scarsa capacità di portarsi appresso la base di iscritti e simpatizzanti, di cui ignorano, volutamente o meno, la realtà, i bisogni, le idee. E’ messa male se pochi mesi fa si ventilava la candidatura per il centrosinistra di Massimo Fantola oggi candidato del PDL. In tutto questo noi cittadini di sinistra saremmo dovuti andare a votare alle primarie per decidere chi candidare. Lo confesso, per la prima volta non sono andato, il bis delle provinciali era ed è del tutto indigeribile anche a volersi turare il naso e altro. Partiti e movimenti ormai in piena crisi di identità e di nervi; un PD alle porte dello smembramento anche nazionale (prima o dopo le amministrative) e di cui non si conosce una linea politica sarda; una sinistra antagonista, per usare un vecchio detto, apparentemente liquida, per usare un termine à la page, e talmente evanescente da non riuscire a capire cosa sia realmente; un mondo indipendentista imploso nel momento di massima crescita, visibilità e credibilità e che rischia di rinchiudersi nuovamente nel piccolo isolamento purista. E allora cosa ci proponiamo di fare per questa città come persone e gruppi del variegato mondo progressista, dagli italianisti, agli autonomisti, agli indipendentisti. Quale visione abbiamo di essa? Per fare l’esempio più urgente, quello del lavoro, siamo davvero convinti che la soluzione del gravissimo problema del disagio sociale stia nell’occupazione proposta dai palazzinari (e progettisti e urbanisti e politici di tutto l’arco politico) con la consueta costruzione di enne palazzi, da Tuvixeddu a tutti gli altri “vuoti” urbani? Non dimentichiamo che la proposta urbanistica di Cabras e, presumo, del maggiore partito di questo variegato panorama “alternativo” alla destra, prevedeva per Tuvixeddu che “la realizzazione delle residenze debba seguire, nel tempo e per importanza, la realizzazione del Parco e la salvaguardia delle preesistenze archeologiche”; tradotto: i palazzi sì, l’importante è iniziare a costruirli dopo l’apertura del Parco archeologico, così si digeriscono meglio. Il maggiore partito della sinistra rinuncerà a questa visione della città che gli è congenita? La realtà è che si andrà probabilmente a una pluralità di candidati della sinistra e del mondo indipendentista, con una forte volontà di contarsi, di seminare vendette e soprattutto di perdere, ma senza far vincere il pericoloso avversario casalingo, con grande gioia della destra mai così debole. La sensazione di noi elettori è splendidamente ritratta da un filmato pubblicitario che sta girando in questi giorni su Videolina, prodotto geniale della fabbrica Lapola, che proporrei di proiettare all’inizio di ogni iniziativa elettorale dei vari candidati: si vede un aereo che vola e il pilota, Massimiliano Medda, che volta le spalle al parabrezza, si rivolge alle telecamere e si proclama, tutto contento, “io sono il primo pilota” nel momento esatto nel quale l’aereo, senza guida, si schianta sulla statua di Carlo Felice; una voce dal fondo commenta “figuradì s’atru”.
P.S. Le comunali? Da pericoloso sardosemita, un po’ cinico e disincantato, con qualche avo bottegaio, ho sempre più difficoltà a turarmi il naso; sarà perché è un po’ grande e incurvato?

5 Commenti a “Cagliari, città semita bottegaia”

  1. Omar Onnis scrive:

    Caro Alfonso, ti rassicuro. Il mondo indipendentista non è affatto imploso. Caso mai ha liberato energie prima compresse. Proprio a Cagliari se n’è avuto un assaggio domenica scorsa, nella Passeggiata Coperta del Bastione. Il problema di Cagliari è che è un’eterna incompiuta, in mano a una consorteria parental-affaristica determinata a perseguire il proprio esclusivo tornaconto o, come minimo, a preservare i propri privilegi. Chi può credere, onestamente, che il PD e gli altri partiti italiani (diciamo così) siano estranei alle dinamiche di questa casta dominante autoreferenziale? Ecco che si presenta la necessità impellente di sparigliare le carte, di rompere gli schemi. Ma non lo si fa di certo candidando il buon Zedda, che pur giovane sembra già un politico di vecchio stampo, abbarbicato a quante più poltrone possibile. Come del resto la dottoressa Zuncheddu. E lasciamo stare le candidature di Cabras (un vero scandalo, a mio avviso, benché andata male, di cui Soru pagherà il pegno) o di Fantola. Ci vuole un progetto, possibilmente condiviso con i diversi strati della popolazione (Cagliari è una città di caste quasi incomunicanti), lungimirante, aperto su un orizzonte a 360°, non solo verso Roma o Milano. Cagliari è la città più provinciale della Sardegna: ha necessità di aprirsi sia verso l’Isola sia verso l’esterno. Le risorse umane ci sono, le idee pure. Non è il caso di rassegnarsi.
    P.S. Cagliari, caso mai, è una città catalana, non semita; meno padre Bresciani, please.

  2. Stefano Deliperi scrive:

    e vabbè, Omar, siete l’unica speranza contro il Male ;) candidatevi!

  3. Omar Onnis scrive:

    Sarà fatto. Il confronto elettorale non è lo scopo fondamentale di un progetto indipendentista, ovviamente. Ma la politica è l’arte del possibile e pragmaticamente è necessario costruire consenso anche in termini elettorali, acquisire strumenti tecnici, maturare una confidenza pratica con le istituzioni, nonché fare i conti con la realtà. Questo lo sappiamo da un pezzo: chi si è mai nascosto?
    Tuttavia questo non voleva essere un appello propagandistico, bensì un invito alla propositività e al confronto di argomentazioni, al di là della sterile lamentela.
    Caro Stefano, hai qualcosa da dire sui temi sollevati, o ti basta smontare con una battuta un discorso che non ti piace, per aver svolto il compitino quotidiano? Il fastidio astioso, pregiudiziale, verso le posizioni indipendentiste è il sintomo di un rimosso, di una paura repressa, in ogni caso non è un tipo di approccio politicamente fecondo. E il paternalismo supponente (motivato da cosa, poi, sarebbe curioso – ma certo non fondamentale – indagare) lascia davvero il tempo che trova. Inoltre, in questo caso mi pare del tutto “fuori fuoco”.
    I problemi di Cagliari sono problemi grandi, di ordine anche politico, non solo amministrativo, e hanno ricadute sull’intera Sardegna. Forse la discussione meriterebbe un approccio meno ideologico, più sereno e possibilmente centrato sul merito delle questioni.
    In bonora!

  4. Stefano Deliperi scrive:

    caro Omar, per stile e storia personale il mio è proprio un approccio pragmatico ai problemi e alle necessità quotidiane e a lungo periodo della Sardegna (e non solo). Quello che vedo mancare alle varie formazioni indipendentiste. Vedo mancare un intervento sulla tante vicende concrete che quotidianamente necessitano di una presenza qualificata: da Malfatano (speculazione edilizia lungo le coste) allo smaltimento illecito di rifiuti pericolosi (Portovesme s.r.l.), dalla morte di 3 operai in fabbrica (Saras, Sarroch) alla follìa della caccia a febbraio, dalla “legnaia” sull’Anfiteatro romano di Cagliari alla speculazione immobiliare a Tuvixeddu. Per rimanere “solo” alle questioni ambientali. Se guardiamo agli aspetti economici, poi…
    Non ho alcuna “paura repressa”, sono ormai tanti (troppi) anni che combatto “battaglie concrete”, ho piuttosto noia verso prese di posizioni velleitarie, sterili e un po’ radical chic.
    Per quel che mi riguarda, cambiate registro se volete esser convincenti.
    Ad altiora!

  5. Desi Satta scrive:

    Caro Alfonso,
    e se avesse ragione Gabriele Ainis e i cagliaritani fossero più simili a come li vede Marci? Da cagliaritana DOP, non mi pare che la descrizione dei nostri concittadini come brave persone inconsapevoli dei crimini cultural-ambientali di una cricca di palazzinari, sia corretta. Non sarebbe il caso, per una volta, di riconoscere i nostri limiti e provare a capire come fare per superarli?
    Sorvolo sui commenti “indipendentisti” ancora una volta talmente campati per aria che non hanno bisogno di risposte.

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