Cagliari resiste con Afrin

13 febbraio 2018
[red]

Dal 20 gennaio con la complicità della comunità internazionale, il secondo esercito della NATO, l’esercito turco, ha dichiarato guerra al popolo di Efrin, nel Rojava, la regione nel nord della Siria autogovernata dalla popolazione locale prevalentemente curda. Per questi motivi la Rete Kurdistan Sardegna – Uomini e donne Amici del popolo kurdo e siriano hanno indetto una manifestazione dal titolo fermiamo il massacro del popolo kurdo a Cagliari che si svolgerà sabato 17 febbraio 2018 con concentramento alle ore 15.45 in Piazza Garibaldi. Manifestazione a cui anche la redazione de il manifesto sardo aderisce.

Pur avendo aderito al progetto di Confederalismo Democratico del Rojava, l’unico progetto politico rivoluzionario di sistema democratico, plurale, laico, fondato sulla parità di genere e il rispetto di tutte le minoranze etniche e religiose, sopravvissuto alla repressione della cosiddetta primavera araba, Efrin non era mai entrata nel conflitto dell’area ma si era prodigata dando esempio di convivenza solidale e rifugio a centinaia di migliaia di scampati alla guerra siriana, oggi distribuiti in una miriade di campi profughi e ricoveri di fortuna. Perciò questo attacco ingiustificato è ancora più odioso. Il governo autoritario e dispotico della Turchia cerca di affossare l’esempio di Efrin e avvia un’operazione di pulizia etnica per realizzare, come ripetuto apertamente, una zona cuscinetto (tutta in territorio siriano) fra la Siria e la Turchia con una popolazione adeguatamente turchizzata. In questi giorni gli uomini e le donne dello YPG/YPJ, le milizie di autodifesa popolare, stanno resistendo con lo stesso eroismo e la stessa determinazione mostrati nel 2014 a Kobane, quando gli occhi del mondo erano rivolti verso la loro battaglia contro l’ISIS. Eppure, l’attacco del governo turco è motivato dagli stessi intenti che già l’avevano portato ad armare l’Isis: la distruzione del progetto politico di convivenza pacifica e solidale tra i popoli della Siria promosso dai Kurdi e l’imposizione nella regione del fascismo islamista che Erdogan sta già imponendo in Turchia.

L’attacco al popolo di Efrin, con bombardamenti indiscriminati sui villaggi e le città, ha già causato decine di vittime civili, straziate da armi fornite dagli stati europei (carri armati tedeschi, elicotteri italiani), armi proibite dalle convenzioni internazionali (napalm), dall’odio genocida delle fazioni jihadiste arruolate per distruggere il cantone di Efrin, fazioni in niente differenti dall’ISIS se non nel nome.

Tutto questo avviene con la complicità degli stati europei, che antepongono gli interessi commerciali di pochi gruppi imprenditoriali alla più elementare considerazione dei diritti umani e dei popoli; barattano la chiusura delle frontiere turche e l’uso dei profughi siriani come massa di manovra per gli interessi politici di Erdogan con un’ulteriore aggravamento della situazione siriana e un’ulteriore aumento dei profughi in fuga da quell’inferno; continuano imperterriti a vendere armi ad un esercito la cui agenda politica è volta al genocidio del popolo kurdo e delle minoranze etniche o religiose dell’area, i cui alleati in Siria sono parte delle reti terroristiche internazionali che occasionalmente colpiscono l’Europa stessa.

La Sardegna non è estranea a questo meccanismo: le armate che oggi cercano di schiacciare nel sangue la libertà dei popoli nel nord della Siria si sono addestrate da noi, la distruzione e la sofferenza che portano è figlia della distruzione e della sofferenza che da decenni si propaga dai poligoni di Capo Frasca, Capo Teulada, Quirra, alle nostre comunità.

La lotta dei kurdi di Efrin è, come già fu quella di Kobane, una lotta per tutta l’umanità, contro l’oscurantismo e il fascismo islamista, contro la paura e l’intolleranza dilagante, per l’affermazione di quei valori universali di giustizia e libertà che ispirarono l’analoga lotta dei partigiani europei contro il nazi-fascismo. Per questo non possiamo restare indifferenti di fronte a quello che sta accadendo, perché il sacrificio dei kurdi riguarda anche noi, rappresenta con l’esempio la speranza di un mondo in cui i popoli riprendono in mano la propria storia.

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