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Cagliari, un’idea di città

16 giugno 2011

Antonello Zanda

Superata la fase della lettura politica su un orizzonte nazionale degli esiti delle recenti elezioni amministrative, terminata la ginnastica intellettuale che ha impegnato politologi e profeti (cioè tutti) abbagliati dai risultati tanto sorprendenti quanto attesi e sospirati, è tempo di dare spazio alla concretezza che dovrebbe spingere l’amministratore, il buon amministratore, a progettare interventi adeguati e ispirati all’etica della cosa pubblica. Ma soprattutto l’amministratore è chiamato a ripristinare un rapporto di fiducia con i cittadini che da tanti anni risultava compromesso.
È un rapporto di fiducia che nasce ed è orientato al consolidamento del rispetto per la democrazia e per i valori della Costituzione. Il rispetto per le istituzioni che sono chiamate a “rappresentare” la volontà politica degli elettori. Rappresentare anche nel senso duplice di tenere presenti e di rendere presenti. Cagliari ha espresso una volontà di cambiamento eccezionale: questo è così evidente che la nuova amministrazione non può non tenerlo presente e quindi rappresentarlo negli atti e nelle modalità della sua azione politica. Cagliari ha bisogno di cambiare faccia dopo anni di anonimato, di stagnante indifferenza ad un’idea di città proiettata verso il futuro, una città quindi interessata a curare non solo la propria immagine, ma soprattutto i suoi abitanti. In passato li ha lasciati fuggire, oppure li ha abbandonati ai marosi della crisi e non ha creato argini.
Cagliari si è trascinata stancamente in una soporifera e annoiata sonnolenza. Qualche segnale però c’è stato: l’abbiamo vissuto per esempio nella capillare attività dell’associazionismo che ha lavorato senza interruzioni e in mezzo a mille difficoltà in totale assenza di orizzonti culturali. L’associazionismo ha galleggiato – e così è riuscito a sopravvivere – mentre le amministrazioni passate si lanciavano in vuoti e megalomani eventi da grandeur, dai roland garros capodanni fumogeni che ben poco hanno lasciato alla cittadinanza se non l’eco del frastuono e i resti di spazzatura culturale. Per essere onesti bisogna anche dire che recentemente la passata amministrazione regionale di sinistra ha gareggiato e superato alla grande in capacità di devastazione culturale l’appena tramontata amministrazione comunale: come si fa a non ricordare la mostruosa inutilità del Betile e lo spreco agghiacciante delle due edizioni del Festarch (macchine che hanno non solo divorato e bruciato denaro pubblico, e quindi hanno immiserito come conseguenza numerosi attori della cultura cittadina e regionale; ma hanno lasciato l’eco del nulla, la vuota ridondanza delle loro intenzioni).
Una vasta parte del mondo culturale sardo – quella che in massa non ha riconfermato a Soru la fiducia – ricorda con terrore la devastante azione dell’assessore Mongiu guidata dall’accecata visione aziendalista del suo presidente. Il nuovo sindaco ha il grande compito di dare concretezza alla volontà di cambiamento espressa nel voto dai cagliaritani nei confronti delle vecchie amministrazioni, ma ha anche il compito di distinguersi e di recuperare sul terreno politico culturale la perdita di fiducia che dopo l’esperienza di Soru si era diffusa come un virus nel corpo della sinistra, una fiducia che nelle recenti elezioni ha ripreso a crescere e che la nuova amministrazione non può permettersi di ignorare. Diciamo pure che è anche una questione di stile.
Il nuovo sindaco Massimo Zedda ha da costruire soprattutto un’idea di città che faccia sentire protagonisti tutti i cagliaritani, quelli residenti e quelli che ci lavorano. E viene da dire che la prima cosa che dovrebbe valutare è quanto sia inconsistente e senza gambe l’idea di Cagliari città turistica. Quell’aggettivo “turistico” di cui si sono riempite la bocca le passate amministrazioni di centro destra nascondeva semplicemente un’oggettiva idea mercificata di Cagliari. La massima ricaduta che i vecchi amministratori sapevano auspicare era lo shopping dei turisti per le vie di Cagliari. Se le borse dei commercianti ne uscivano arricchite allora la città era riuscita a realizzare la sua vocazione turistica. Un’idea completamente decentrata delle reali potenzialità del capoluogo sardo, ridotta così ad una miserabile monetizzazione della sua vitalità. Senza nulla togliere alle legittime esigenze dei commercianti, queste possono esser soddisfatte meglio nel contesto di un’idea di città che ha una vocazione culturale prima che turistica. Basterebbe pensare solo alla storia della città, al suo nucleo medievale,o alla ricchezza delle sue architetture, ai suoi centri culturali (i siti ma anche le strutture organizzative). Oppure basterebbe pensare all’offerta teatrale, musicale, cinematografica, letteraria, figurativa… Basterebbe pensare alle potenzialità dei suoi spazi. C’è abbastanza per chiedersi come è stato possibile che le vecchie amministrazioni non abbiano saputo vedere e interpretare quel fermento che nonostante il loro tentativi per azzerarlo ha continuato a manifestarsi, resistendo non solo ai colpi della crisi globale ma anche ai colpi bassi dei vari assessori e funzionari asserviti.
Il nuovo sindaco si deve rendere conto della centralità della forza culturale di Cagliari e quindi deve capire l’importanza di un assessorato difficile, complesso, articolato come quello della cultura. Perché volenti o nolenti è proprio sul terreno della cultura che si misurerà la sua capacità progettuale, cioè la capacità di dare concretezza ad un’idea di città che ha già dei tratti ben disegnati e definiti, ma che la nuova amministrazione deve riuscire a vedere, a interpretare e a restituire ai cittadini. Questa capacità deve manifestarsi prima di tutto nello stile democratico e deve essere fatto alla luce del sole, perché è su questo terreno che si ricostruisce il tessuto della solidarietà sociale ed è a partire da questo scenario che diventa affrontabile, in un contesto municipale, persino il problema del lavoro.

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