Cara Susanna

1 Aprile 2017

Foto di Chiara Caredda

Gianni Loy

Pubblichiamo l’opinione di Gianny Loy sul tema dei referendum sul lavoro e sulla decisione del governo di cui dà una valutazione negativa. La nostra redazione pensa che il problema sia ancora aperto e riteniamo che la decisione presa dal governo di abolire i voucher e di reintrodurre la solidarietà tra committente e appaltatore negli appalti risponda all’iniziativa politica della Cgil (Red).

Cara Susanna, il decreto con il quale il Governo ha deciso di cancellare i voucher, non è affatto un “grande successo”. Al contrario: è una grande sconfitta. Una pesante sconfitta per tutti, perché quando la buona salute della democrazia regredisce sino a livelli intollerabili, non ci sono né vinti e né vincitori, perdiamo tutti.

Dal punto di vista formale, ovviamente, hai perfettamente ragione. I cittadini hanno democraticamente chiesto che il popolo venisse chiamato a decidere, con un referendum, se mantenere in vigore la legge che disciplina l’utilizzazione dei voucher, il cui abuso ha toccato limiti insopportabili. I promotori, ovviamente, invocano l‘abrogazione della legge. Altri schieramenti si oppongono. La data della sfida democratica è è già stata fissata, il 28 maggio, dalle urne uscirà il vincitore.

Ma il Governo getta la spugna, si arrende. Sia fatta la volontà dei promotori, Cgil in testa. Il suo obiettivo è raggiunto, la legge è cancellata. I promotori hanno vinto!

Ma non possiamo festeggiare.

Proviamo ad analizzare, prima, alcuni antefatti e, successivamente, il convulso dibattito che ha preceduto la decisione del Governo.

Tra gli antefatti dobbiamo ricordare che i voucher, non sono affatto una brutta cosa. Nella loro versione originaria, essi sono riservati a particolari categorie, disoccupati da oltre un anno, casalinghe, studenti e pensionati, disabili e soggetti in comunità di recupero, lavoratori extracomunitari nei sei mesi successivi alla perdita del lavoro. Soprattutto, sono limitati allo svolgimento di attività personali, quali piccoli lavori domestici a carattere straordinario, ripetizioni, manifestazioni culturali e sportive. L’idea (senza entrare nei dettagli) era buona, avrebbe consentito di far emergere attività che, fatalmente, vengono svolte prevalentemente in nero. Ma siccome l’appetito vien mangiando, l’istituto è stato progressivamente liberalizzato, esteso all’impresa, così da costituire non già un occasione di emersione del lavoro sommerso ma, al contrario, l’occasione per sostituire il lavoro regolare, anche nell’impresa, anche quello preesistente, con forme di precariato estremo.

Oltretutto, ed è questo, a mio avviso, il principale limite, non si comprende perché un’ora di lavoro produttivo svolta da una persona assunta con questa modalità, debba costare all’impresa una cifra notevolmente inferiore rispetto a quella di un dipendente assunto “normalmente”. Forse che, per l’impresa, non rappresentano un valore economico del tutto comparabile con quello ottenuto con impiego di lavoratori ai quali si applicano le “normali” regole del lavoro subordinato? Né si comprende perché al lavoratore assunto con i carnet non debbano applicarsi le misure previdenziali, quali i contributi per la futura pensione, nella stessa misura prevista per i lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato. Perché, un normale lavoro subordinato, per ogni ora di lavoro, accumula un significativo valore per l’ammontare della sua futura, pensione, mentre il lavoratore assunto con i voucher, invece, poco o nulla?

Ma veniamo al convulso dibattito degli ultimi giorni. Il governo era impegnato alla ricerca di una nuova formulazione della legge tale da evitare lo svolgimento del referendum pur senza dover abrogare la legge.

La soluzione, per la verità, si poteva trovare. Era, anzi, a portata di mano. Sarebbe stato sufficiente riportare l’istituto al suo impianto originario, cioè limitarne l’applicazione all’ambito familiare ed ai lavoretti. Si sarebbe potuto ragionare anche di una rivalutazione degli importi. Una soluzione del genere, peraltro, non sembrava sgradita ai promotori del referendum che, di fronte ad una soluzione del genere, si sarebbero verosimilmente dichiarati soddisfatti.

Tale soluzione, tuttavia, avrebbe tagliato fuori l’impresa. Chi rappresentava quell’interesse ha certato di far rientrare in gioco l’impresa, (cioè di non farle perdere del tutto il beneficio) gioco con soluzioni di possibile compromesso: ad esempio, proponendo di consentirle l’uso almeno alle piccolissime imprese, quelle individuali. Ma data la sterminata platea di imprese individuali nel mostro paese, ciò avrebbe vanificato l’intento di evitarne l’abuso. Si è così arrivati alla decisione di abrogare tout court la normativa sui voucher.

Perché non festeggiare?

Perché tale decisione, a mio avviso, testimonia, il fallimento della politica. La politica del perseguimento dell’interesse comune che, in questo caso, sarebbe stato quello di consentire lo strumento laddove possa comportare un’utilità sociale e vietarlo, invece, laddove si trasforma in abuso ed in occasione di sfruttamento della persona.

Ma l’interesse dei gruppi di potere che ispirano le decisioni politiche è proprio quello di poter trarre utilità da un uso distorto dello strumento. Ad essi, la norma che riporti l’istituto nell’alveo della sua funzione “naturale” non interessa affatto, perché non ne traggono alcun beneficio diretto. Quindi, se non riescono trovar una formula in grado di evitare, sì, il referendum, ma con una formula che consenta una almeno parziale prosecuzione dell’uso improprio dei voucher non sono interessati alla sua sopravvivenza.

La politica, semplicemente, si inchina. Non ha neppure la forza di obiettare con un sì o con un ma. Per questo, e in questo senso, ritengo che non si sia trattato di una grande vittoria, ma di un’ulteriore, pesante, sconfitta.

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