Catalunya. Lo spettro della democrazia reale

6 ottobre 2017

[Cristiano Sabino]

Comincio a raccontare dalla fine. Il 3 in Catalunya c’è la “Vaga General”, lo sciopero generale chiamato in fretta e furia dai sindacati catalani per protestare contro la violenza della Policia Nacional e della Guardia Civil spagnole. Sciopero della produzione e del consumo quasi totale (superiore all’80%). Io e gli altri attivisti della delegazione del Comitato di solidarietà non avevamo idea di come arrivare all’aeroporto a Girona. L’autostrada Barcelona-Girona fra l’altro è stata bloccata dalla stessa popolazione catalana per contribuire meglio a paralizzare tutto il Paese.

Per nostra fortuna la scelta di non fare gli “osservatori” ufficiali ci ha permesso di entrare direttamente nella rete popolare che ha organizzato tutta la gestione del Referendum. Così nel gruppo WhatsApp del collegio elettorale di Pit-Roig del barrio di Guinardò (che era diventato la nostra casa dalla sera del 29 settembre) scatta il tam-tam per aiutare “i sardi che tanto hanno fatto per noi” a tornare a casa. Così alle quattro del mattino del 3 ottobre arriva puntualissima davanti alle porte della scuola primaria del Pit-Roig una berlina grigia. Joan ha circa cinquant’anni, è sposato con due figli, insegna ingegneria all’Università di Barcellona e guida rispettando cerimoniosamente i limiti di velocità.

Una persona normalissima, come quasi tutte quelle che ho conosciuto in questi giorni, uno fra le diverse centinaia che nei giorni precedenti si era avvicendato a sostenere le attività del collegio elettorale occupato. Questo illustro sconosciuto, dopo tre giorni di fatiche e tensioni, si è alzato alle tre del mattino solo per accompagnarci all’aeroporto e quando l’abbiamo ringraziato regalandogli la bandiera sarda, ci ha detto queste testuali parole: “siamo noi che dobbiamo ringraziare voi. È un onore avervi potuto aiutare. Un onore e una emozione impagabile sostenere chi ci sta accompagnando nel cammino per la libertà”. Pensavo che i seggi elettorali fossero presidiati da militanti agguerriti e pieni di bandiere e simboli indipendentisti, invece niente di tutto questo, quasi solo gente comune che ha deciso di alzarsi in piedi e sfidare Madrid per guadagnare l’indipendenza.

Mi porto dietro tante cose, emozioni forti, batticuore, paura, rapporti umani stretti in poco più di 48 ore e avventure segnanti. Ma non è questo ciò di cui voglio parlare. Quando al ritorno in Sardegna mi è stato chiesto cosa mi avesse colpito di più ho senza dubbio risposto che mai avrei pensato di vedere con i miei occhi ciò che fino a ieri avevo solo letto nei libri di storia. Il contropotere, la creatività del popolo, la capacità di mobilitazione istantanea e di massa, la cooperazione e l’abnegazione rivoluzionaria, la disciplina nel gestire una assemblea di più di 400 persone senza amplificazione o con megafoni da quattro soldi, mi hanno fatto toccare con mano concetti e categorie che fino ad ora erano rimaste mitiche aspirazioni libresche o poco più. In fondo non credevo che in pieno Occidente capitalistico, a modello individualista e mercantilista vincente, fosse ancora possibile una insurrezione di massa, pacifica e nonviolenta certo, ma non meno determinata e trascinante.

Il movimento indipendentista catalano è tante cose e quindi è pieno di contraddizioni. Molti catalani si aspettano (o perlomeno si aspettavano fino a qualche giorno fa) un aiuto dalla UE. Cioè si aspettavano che la UE, davanti ad una tale dimostrazione di massa come il Referendum del 1 ottobre e soprattutto davanti alle violenze della polizia, sarebbe intervenuta in suo sopporto. Mi sono chiesto cosa alimentasse tale illusione e l’ho capito solo comprando tutti i giornali che ho trovato in edicola il 2 ottobre, confrontando i giornali catalani con quelli spagnoli. L’opinione pubblica catalana è altamente politicizzata, crede nei valori democrativi e civili, crede nella cooperazione internazionale e nei valori fondativi della UE o per lo meno quelli che dovrebbero essere i valori fondativi. C’è un abisso tra l’opinione pubblica catalana e quella spagnola. La catalana è intrinsa di aspettative democratiche e civili, quella spagnola è primitiva e rancorosa, tutta trincerata dientro la ragion di stato e la forza militare.

Basta pensare che sui giornali catalani una delle argomentazioni contrarie al referendum è che la Catalogna è stata conquistata militarmente dalla Spagna, quindi è Spagna per diritto! Bene, i catalani si sono illusi nel tempo che questa non potesse essere la linea dell’Europa. Me ne sono accorto anche parlando con la gente e appunto non parlo dei militanti, ma delle decine di cittadini con cui mi sono confrontato ininterrottamente per tre giorni mangiando, preparando i cartelloni delle attività e facendo i turni di guardia insieme. L’illusione europeista si sta sgretolando e quando accadrà in via definitiva il botto sarà grande, perché sarà il primo vero strappo interno alla UE. Non l’anello debole della catena, bensì un pilastro costitutivo della UE che frana implodendo e scatenando un effetto domino difficile da arrestare.

Un grosso contributo al crollo delle illusioni europeiste potrebbe darlo la decisione di alcune importanti banche catalane di spostare la propria sede da Barcellona in altre diverse località della Spagna (è il caso del Banco Sabadell e della CaixaBank). Il governo spagnolo sta per cogliere al balzo l’occasione e varare un decreto mirante a facilitare il cambio di domicilio fiscale per le imprese, stabilendo così un vero e proprio asse di ferro tra lo Stato spagnolo e l’alta borghesia catalana. Altro che “Rivoluzione guidata dalla borghesia”, come commentano alcuni gruppetti di ispirazione m-l ossessionati di spiegare al Popolo di Catalogna come esercitare il loro diritto all’autodeterminazione.

La verità è che in Catalogna si gioca una partita fondamentale e non solo per tutte le minoranze nazionali in lotta e per i movimenti di liberazione nazionale. Su questo non ho letto molti commenti eppure a me sembra che la posta in gioco sia evidente. Il tema fondamentale è la concezione stessa della democrazia popolare. Il giorno prima del referendum un assembramento di franschisti a Barcellona ha strappato uno striscione con scritto “Più Democrazia”. Lo strappo è simbolico oltre che fisico. Ci sono interi settori civili e sociali che reclamano più democrazia, ovvero una democrazia reale e sostanziale e a cui non basta più il contentino legalitario e ritualistico concesso dagli stati nati alla fine del Medioevo e divenuti stabili nell’epoca del colonialismo e poi dell’imperialismo.

È esattamente l’opposto di quanto afferma in questi giorni la segretaria del partito post-fascista “Fratelli d’Italia” Giorgia Meloni e cioè che gli stati-nazione unitari sono il bastione di difesa alle operazioni dell’alta finanza e delle oligarchie economiche. Gli stati-nazione (che poi stati nazione non sono perché quasi tutti contengono minoranze nazionali più o meno oppresse) sono stati finora la base materiale di tutte le operazioni di imperialismo e globalizzazione, anche se oggi subiscono alcune macro contraddizioni dagli stessi processi di ipersfruttamento innescati, non si può dimenticare che senza le potenze imperialiste europee e occidentali l’economia capitalistica e quindi anche la finanza internazionale non esisterebbero nemmeno. Sta finendo il tempo delle costituzioni inviolabili discendenti da Dio, delle leggi indiscutibili, degli accordi siglati al vertici anonimi e intangibili, dei gruppi economici semi clandestini che esauturano i parlamententi e la democrazia di base.

Sta volgendo al termine l’epoca basata sull’individualismo edonistico e sulla passività, perché ai quattro angoli del mondo movimenti sociali creativi e innovatori stanno riponendo al centro del dibattito la democrazia sostanziale e la trasformazione dei rapporti sociali. Non è ancora la rivoluzione socialista e forse non lo sarà a breve, ma è un capovolgimento di fronte importante, perché fino a pochi anni fa (se non mesi fa) eravamo convinti che il nuovo ordine mondiale regnasse indistrurbato e invece non è così. In Catalogna una nuova Storia si sta facendo strada e presto verrà a bussare anche alle nostre porte, dalla Sardegna al Paese Basco, dall’Irlanda alla Corsica, passando per le lotte di liberazione sociale e civile e di tutti quei popoli che pur essendo formalmente liberi sono asserviti ai dettami della troika e dell’austerity. Gli stati-nazione centalisti, autoritari e colonialisti vedono quanto accaduto in Catalogna come fumo negli occhi e iniziano a sudare freddo. Uno spettro ha ripreso ad aggirasi per l’Europa: lo spettro della democrazia reale.

2 Commenti a “Catalunya. Lo spettro della democrazia reale”

  1. Cristina Pañellas scrive:

    Company gràcies per tot
    Per ajudar nos, per escolar nos, per difondre el que està passant a Catalunya
    Mil Gràcies per tot.
    Tots els demòcrates de cor, estem fent Història.
    Els carrers sempre seran nostres.

    Salud

  2. Joan Normalissimo scrive:

    Totalment d’acord amb el teu relat: no és un moviment conduït per grans herois o grans líders (o dimonis perversos, com diu l’estat repressor). Som gent normalíssima, sense protagonismes, que només volem sobreviure amb dignitat. En ple segle XXI només aspirem a gaudir dels Drets Humans més elementals.
    Moltíssimes gràcies a Cristiano, a tots els companys de Cerdenya i a tota la bona gent amb la qui lluitem -sense violència- per un món més lliure.
    <<>>
    Completamente d’accordo con la tua storia: non è un movimento guidato da grandi eroi o grandi dirigenti (o cattivi detriti, come dice lo stato repressivo).
    Siamo persone normalissimas, senza voler essere protagonisti, che vogliamo solo sopravvivere con dignità. Nel XXI secolo aspiriamo solo a godere dei più elementari diritti umani.
    Grazie mille a Cristiano, a tutti i compagni di Cerdenya e a tutte le buone persone con cui combattiamo – senza violenza – per un mondo più libero.

    Salute!

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