Non c’è lavoro?

16 ottobre 2014
Festa-di-Popolo-del-pittore-Andrea-Guida-2005
Gianfranca Fois

Pochi giorni fa il premier inglese Cameron ha ribadito che saranno necessarie misure restrittive all’ingresso in Gran Bretagna degli Italiani in cerca di lavoro. In effetti sono sempre più numerosi i giovani costretti a lasciare l’Italia per mancanza di prospettive e diretti verso diversi paesi dell’Europa, dell’Australia, dell’Asia, delle Americhe.
Spessissimo sono diplomati e laureati e con il loro trasferimento diventiamo ogni giorno più poveri, più poveri economicamente, perché non abbiamo le loro intelligenze, capacità, progettualità, sogni; più poveri socialmente perché noi italiani saremo sempre più anziani, quindi più stanchi, più chiusi e ripiegati su noi stessi; più poveri negli affetti perché i giovani si costruiscono futuro e famiglia lontano dai propri cari e dalle reti di relazione in cui ogni individuo si trova inserito dalla nascita.
Ci sono anche quelli che rimangono, che vogliono farcela nella propria terra ma che spesso annaspano nell’indifferenza generale.
Di fronte a questo dramma generazionale infatti un governo serio sarebbe dovuto intervenire predisponendo misure da attuare nell’immediato, strategie di medio e di lungo periodo.
Purtroppo la nostra classe politica è incapace e incompetente da un lato e legata a vecchie logiche clientelari e affaristiche dall’altro, completamente prona al all’ideologia neoliberista.
Anche in Sardegna la situazione è simile. Silenzio della giunta, nonostante le condizioni della Sardegna siano tra le peggiori del paese.
Eppure, come è emerso anche nei recenti incontri de “S’ischola de su trabagliu” organizzati a Pattada dall’associazione LAMAS, in Sardegna potrebbero esserci possibilità di lavoro se esistesse una politica, politica industriale, agraria, turistica, fiscale, scolastica, culturale…
Assistiamo così a cantieri navali o a società di navigazione a cui mancano profili professionali, a società olandesi che portano via le erbe officinali, quelle sarde sono particolarmente efficaci, da utilizzare nelle industrie farmaceutiche, nei laboratori di prodotti estetici.
Importiamo anche l’aglio e il prezzemolo…infatti l’80% del cibo che arriva sulle nostre tavole viene da fuori. Non solo ma nei ristoranti e alberghi delle coste della nostra isola si utilizzano raramente prodotti sardi che sono a Km 0, più genuini, più buoni, che fanno parte della nostra identità e costituiscono un’attrattiva per i turisti.
Non va meglio nel campo del turismo, infatti non esiste un progetto regionale radicato nel territorio che aiuti a gestirlo e non a subirlo. I tempi di vacanza ad esempio si sono allargati in Italia, coprono periodi diversi in Europa. E’ necessario perciò tener conto delle varie esigenze ed essere in grado di affrontare modi nuovi di accoglienza, ma manca completamente un coordinamento pubblico.
Allo stesso modo non esiste una seria politica dei trasporti o una politica culturale che preservi e diffonda il nostro grande patrimonio storico, artistico, culturale. Sono settori legati strettamente legati al turismo e in cui sono stati sperperati milioni di Euro senza alcun beneficio se non per pochissimi privati.
Manca un piano delle acque fatto da persone competenti, un piano serio dell’agricoltura e della forestazione. Sono campi che ugualmente possono offrire buone prospettive di lavoro, l’agricoltura infatti, come nel resto dell’Italia, sta aumentando il numero degli addetti, e la Sardegna ha una ricca tradizione che può essere innervata da metodi più aggiornati e sostenibili anche con la riscoperta di antiche coltivazioni.
Lo stesso discorso vale anche per la forestazione accompagnata dalla lavorazione e dalla vendita del legno locale limitando gli acquisti di legno estero. Eppure sono settori, come anche il fisco e la burocrazia, in cui la Regione può intervenire senza utilizzare grosse cifre ma in modo trasparente e non clientelare.
Portando avanti una corretta gestione si potrebbero attrarre investimenti stranieri non in modo per noi subalterno ma condiviso con piani articolati e chiari che garantiscano benefici per la Sardegna.
Questo discorso chiama però in causa anche i Sardi, soprattutto i più giovani. Per troppo tempo ci siamo accontentati e ci siamo abituati a un’economia assistenzialistica, dovremo invece metterci in gioco, darci da fare e rimettere al centro della nostra esistenza e dei nostri sforzo il lavoro che per troppi anni è stato, ad arte, svalutato. Ma senza lavoro non c’è la dignità della persona, ce ne rendiamo conto ora che lo stiamo perdendo.

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