C’è vita a sinistra del Pd?

16 luglio 2017

Un mundo, di Ángeles Santos

Roberto Mirasola

Un argomento che sta animando il dibattito pubblico di questi giorni è sicuramente l’unità a sinistra. Il problema è che mai come oggi la parola “sinistra” rischia di essere abusata svuotandola del suo significato. Il PD, si dice, è un partito di sinistra o presunto centrosinistra, perlomeno i media lo intendono cosi. Anche MDP è un movimento di sinistra, costituito da fuoriusciti PD. Campo Pogressista si è dato poi l’arduo compito di mediare tra le diverse anime della sinistra per cercare di riunirle, ma Renzi non sembrerebbe interessato a questa operazione. E gli altri? Sinistra Italiana insieme al movimento che ruota intorno a Tomaso Montanari e Anna Falcone, vengono etichettati come sinistra radicale.

A questo punto diventa facile, quasi inevitabile, chiamare in causa l’atavica passione della sinistra a dividersi e litigare. Siamo sicuri che di questo si tratti? Oppure ci sono delle diversità di vedute su temi importanti che hanno bisogno di tempo per convergere in una unità che sia capace di affrontare i grandi processi che stanno cambiando il mondo, e che per forza di cose si ripercuotono sul locale? Forse non è necessario partire da analisi troppo lontane nel tempo per capire dove si è sbagliato, ma magari partire dal passato prossimo è quanto mai opportuno. Che lettura diamo, ad esempio, sul referendum Costituzionale del 4 dicembre? Si è trattato di una semplice diversità di vedute su un tema importante, ma che non deve essere divisorio tra chi ha votato SI e chi ha votato NO? Senza volere dare meriti e demeriti a nessuno mi pare doveroso dire che il 4 dicembre vi è stato un segnale importante dato dall’elettorato che merita un’analisi approfondita.

Innanzitutto non possiamo non notare che l’affluenza, in quell’occasione, è stata elevata soprattutto se la contrapponiamo alle successive elezioni amministrative. Certo si tratta di votazioni che non possono essere fra loro confrontate, però la differenza è impressionante. Trovo interessante l’analisi di chi sostiene che vi sia una sorta di esercito di riserva che non si sente interessato dalle proposte in campo ma che si muove quando la posta in gioco diventa alta e davvero il 4 dicembre non si poteva rimanere indifferenti. La Costituzione dunque non si tocca? Probabilmente non si tratta solo di questo. Francamente non credo che una buona revisione della Costituzione possa incontrare nei cittadini delle cause ostative.

E allora cosa è successo il 4 dicembre? Si è compreso che era in gioco la tenuta democratica del Paese, mica roba da poco. Si è capito che si stavano compromettendo seriamente gli equilibri tra i vari poteri dello Stato con una forte deriva centralista, operazione gradita al mondo della finanza. Abbiamo forse dimenticato il famoso documento di JP Morgan contro le Costituzioni nate dal nazifascismo? Se non abbiamo chiaro questo passaggio come possiamo pensare di contrastare l’ideologia liberista?

Ideologia che ha contribuito alla costruzione del sistema Euro con una banca centrale Europea che si occupa di combattere l’inflazione ma non la disoccupazione, tipica visone di chi ritiene che la sola lotta all’inflazione sia sufficiente a riportare i sistemi economici in equilibrio. Stante cosi le cose quali ricette economiche saremo capaci di proporre per uscire dall’impasse in cui ci troviamo, se non abbiamo ben chiaro il quadro di riferimento? Come possiamo chiedere una maggiore autonomia e rivedere i trattati europei a partire dal fiscal compact se si è avvallata una riforma centralista? Le regioni a statuto ordinario, nel progetto di riforma, sarebbero state relegate al ruolo di comprimari ma il processo avrebbe riguardato anche le regioni a Statuto Speciale, sarebbe stato solo questione di tempo. In Sardegna questo lo si è capito bene visto che il NO ha vinto con percentuali ben superiori alla media nazionale. Purtroppo non è stato compreso da chi ci governa, visto la chiara presa di posizione a favore del SI referendario. Cosa che purtroppo non dovrebbe sorprendere vista la vicinanza ideologica del nostro governatore con l’attuale segretario del PD.

Certamente un percorso unitario a sinistra del PD è di fondamentale importanza ma le basi da creare devono essere solide e per far questo un attenta analisi politica è necessaria non può essere sufficiente un generico richiamo alle identità di vedute senza comprendere perché si è arrivati al Jobs Act, del perché vi è oggi la buona scuola e se vogliamo poi dare uno sguardo a casa nostra non possiamo non interrogarci sulla riforma sanitaria, sul DDL urbanistico e sulla legge elettorale sarda. Probabilmente il progetto di riforma Costituzionale non era estraneo a queste politiche messe in campo.

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