Comitati per cambiare lo stato delle cose presenti

16 febbraio 2017

Things change, 1996 Alessandro DeMichele

Graziano Pintori

I Comitati per il NO dovrebbero continuare l’esperienza politica, sociale, culturale e, sotto certi aspetti, anche umana se riuscissero ad amalgamare le personali e varie esperienze politiche dei componenti, come avvenuto per la difesa della Costituzione.

I comitati potrebbero definirsi “Comitati per cambiare lo stato delle cose presenti”, facendosi promotori di nuove lotte per rendere concreti i diritti dichiarati nella Carta. Gli aderenti dovrebbero discutere e analizzare argomenti specifici e, eventualmente, intervenire prontamente su fatti, scelte e proposte che altri (partiti, governi locali, regionali, nazionali, istituzioni varie ecc) fanno per e in nome delle collettività; la politica dà ai componenti gli strumenti per formulare critiche, sostenere confronti, avanzare controproposte e proposte senza mai perdere la sintonia con la nostra Costituzione, perciò l’impegno politico dovrà essere l’attività preponderante dei rinnovati Comitati.

Gli stessi dovrebbero caratterizzarsi, in modo inequivocabile, su posizioni che sostengono il progresso umano, l’egualitarismo e contrapporsi alle politiche populiste e conservatrici tipiche della destra. In egual modo dovrebbero porsi in alternativa alle formule centriste e/o di centrosinistra ormai logore e datate, che solo grigie sfumature le distinguono dal centrodestra: il governo Napolitano/Renzi ne è solo l’ultimo esempio, dal quale il silente governo Gentiloni ne trae ispirazione ed esempio.

I Comitati dovrebbero spaziare, con capacità di analisi e proposta dal generale al particolare e viceversa, cioè dovrebbero avere la costante consapevolezza della realtà in cui sono immersi, per confrontarsi, condividere o contrapporsi su quanto altri stanno decidendo e costruendo sotto i loro occhi. Quando si dice “dal generale al particolare”, o viceversa, si vuole intendere quel percorso mentale/politico che aiuta a capire perchè una decisione a livello globale può sortire degli effetti anche sull’ultimo villaggio del pianeta, ossia quel “battito d’ali di farfalla in Brasile provoca un tornado nel Texas”.Temi globali, per esempio, sono la vivibilità del nostro pianeta nel prossimo futuro, se i ritmi degli scarichi di CO2 nell’atmosfera non saranno diminuiti drasticamente; la questione della guerra permanente: una mannaia che il capitalismo globale tiene perennemente sospesa sui popoli. Le ricchezze materiali nelle mani di otto capitalisti sono pari a quelle di 3,5 miliardi di persone, che sopravvivono con meno di due dollari al giorno. Secondo l’ISTAT in Sardegna circa 150 mila famiglie vivono nella soglia di povertà, 24 mila delle stesse sono a ISEE zero. L’impari distribuzione della ricchezza ci fa capire che ciò che si decide e pianifica a livello globale non esime dagli effetti negativi anche l’ultimo paese della Sardegna.

Sappiamo tutti che il continente europeo è uno dei motori della finanza globale, dell’ideologia del mercato assoluto e sostenitore della guerra permanente. L’Europa, ripeto, è uno dei luoghi in cui la cosiddetta crisi globale è alimentata, gestita e puntualmente rinnovata con lo scopo di obbligare gli stati a conviverci, e rassegnarsi all’idea che la crisi è come una belva, costantemente in agguato e pronta ad aggredire chiunque tenti di schivarla con metodi non conformi ai diktat del FMI, della BCE  Non è per puro caso che stiamo vivendo una fase storica/economica in cui si vorrebbe imporre l’idea di una superiorità tedesca sulle relazioni fra i paesi europei, al fine di assumere gli interessi del mercato e delle banche come gli unici strumenti della contrattazione sociale.

Non siamo nella  fantapolitica ma nella realtà, infatti è indiscutibile che una sorta di tecnocrazia stia condizionando l’UE odierna, sottomessa, secondo l’opinione del compianto sociologo Luciano Gambino, “da una specie di dittatura del sistema finanziario globale: dove tutto viene deciso da oligarchie di signori ben pagati, ciechi e feroci che discutono di decimali…”. Perciò, l’ultimo villaggio della Sardegna europea si accorge di avere a che fare non con l’Europa civile e culturale che trae unità, identità e solidarietà dallo stato sociale, ma con l’Europa cattiva, aggressiva e opportunista che si è manifestata, se ben ricordiamo, con la Grecia.

A proposito della Grecia, non bisogna dimenticare che ha avuto la capacità di internazionalizzare (con Tsipras e Vanoufakis) la brutalità della troika, mentre l’Italia, con Spagna, Portogallo e Irlandahanno subito le stesse imposizioni supinamente, grazie anche ai governi allineati al FMI, alla BCE e alla Commissione UE. E’ impensabile che l’ideologia della finanza globale e dei banchieri possano sostituirsi all’Europa dei popoli, della pace, della solidarietà, della democrazia. Sarebbe importante per i Comitati soffermarsi su questi punti per approfondire e capire meglio ciò che succede in Italia, cioè approfondire i motivi per cui gli italiani hanno pagato e continueranno a pagare, in termini economici, di disoccupazione e di restringimento degli spazi democratici, gli effetti delle sconsiderate “cessioni legislative”(1) approvate dal Parlamento, di cui il ciarlatano Renzi è stato l’ultimo burattino al servizio del potere bancario e finanziario.

Un accenno alla Sardegna è necessario, perché si tratta della terra in cui siamo nati e viviamo, in cui si accoglie il microcosmo che ci ha permesso di conoscerci, confrontarci e capire il mondo che ci sovrasta. Capire il mondo, il globale che tanto condiziona la nostra vita quotidiana significa anche avere ben chiari alcuni punti che caratterizzano l’aspetto politico, economico e sociale della nostra isola, per esempio:

1) disoccupazione al 19%; 2) costo dell’insularità circa 1,1 miliardi; 3) ripresa economica sui vecchi cliché: per esempio chimica verde a Ottana e P. Torres; 4) costi metanizzazione 1,3 miliardi di euro; 5) presenza militare pari al 65% delle forze armate sparse nel territorio italiano; 6) fabbriche di armi e bombe (Domusnovas) utilizzate nei teatri di guerra; 7) pericolo che l’isola sia individuata come deposito unico delle scorie nucleari; 8) luogo di sistemi carcerari duri…ecc.ecc. A questi punti elencati alla rinfusa, possono aggiungersene altri, (parità di genere, violenza e sessuofobia, immigrati e religione ecc.) per essere approfonditi, argomentati ed eventualmente condivisi all’interno dei Comitati.

I Comitati dovrebbe essere un pungolo, un laboratorio di idee in grado di stimolare dibattiti e confronti con altre parti coinvolte in temi specifici; la nostra ambizione dovrebbe essere quella di poter divenire un punto di riferimento politico, essere artefici di proposte meritevoli delle attenzioni del governo regionale e dei nostri territori. I Comitati che non hanno scopi di lucro sono aperti, accoglienti per chi in modo spontaneo, intellettualmente onesto, trasparente e democratico chiede di farne parte. La Costituzione Repubblicana nata dalla Liberazione e dall’Antifascismo dovrebbe essere il tratto caratterizzante dei Comitati, perciò è imprescindibile che ciascun componente si riconosca nei valori contenuti nella Carta Costituzionale che la storia ci ha consegnato, di cui abbiamo assunto l’onore e l’onere di difenderla e attuarla.

Questa è l’idea che mi sono fatto dei Comitati che hanno deciso di dare seguito al loro operato dopo il 4 dicembre 2016, si tratta semplicemente di un’idea, o proposta, che metto a disposizione di chiunque  la voglia condividere, criticarla, arricchirla… o lasciare perdere.

(1) Interventi sulle pensioni (Monti – Fornero e precedenti); Privatizzazioni su larga scala; contrattazioni a livello aziendale; liberalizzazione dei servizi pubblici e locali; nuove norme su assunzioni e, soprattutto, licenziamenti (vedi Jobs act, art. 18, voucher) ecc. ecc.    

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