Contorni. Pecorino sardo?

16 ottobre 2014
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Giulio Angioni

Ci si chiede, mentre i pastori sardi manifestano a Roma e a Bruxelles, che cosa resti in Sardegna dell’antico mondo dei pastori, dopo la modernizzazione della società tradizionale e la mondializzazione dell’economia.
Dell’antico mondo dei pastori sardi resta fin troppo. Ma anche fin troppo è cambiato. Per un eccesso di sopravvivenza del vecchio con un eccesso di innovazione. Mentre anche questo fatto nuovo e capitale è già vecchio di oltre un secolo, cioè l’industrializzazione della caseificazione per produrre pecorino romano con latte sardo. Queste cose insieme, nella loro stranezza e nella loro normalità, sono il cuore del problema. A cui si aggiunge da ultimo il venir meno del premio all’esportazione del pecorino da parte della Comunità Europea e di varie altre sovvenzioni della Regione Sardegna. Ma è anche diminuita di molto, con l’euro, la possibilità secolare di vendere il pecorino sardo-romano negli Stati Uniti d’America a prezzi competitivi. Intanto sta sempre più diminuendo il pascolo brado, di scarso costo relativo. Un guaio recentissimo sarebbe che certi industriali sardi del pecorino romano pare possano, nonostante i codici disciplinari dei prodotti di origine protetta, comprare a prezzi bassi il latte di pecora prodotto in Marocco o in Romania.
La pastorizia in Sardegna da millenni ha dato beni di consumo locale e materie prime per mercati anche non locali, come la lana e il formaggio. Ma è dalla fine dell’Ottocento che in Sardegna si è installata la produzione industriale del pecorino sardo-romano, per i mercati e i consumatori soprattutto nordamericani. Ben prima degli imprenditori turistici, i casari laziali e abruzzesi scoprono la Sardegna come luogo della caseificazione industriale del latte di pecore sarde, introducendo e rafforzando il monopolio della produzione e del commercio del pecorino romano, e insieme facendo della pastorizia una sorta di monocultura di vaste aree dell’isola (e rafforzando la convinzione che i sardi siano pastori ‘per natura’).
Già i bisnonni e i nonni dei pastori che oggi lamentano i prezzi bassi del latte, imposti da grossi produttori ed esportatori di pecorino romano, si lamentavano dei prezzi del latte che “conferivano” alle “caciare” dei casari laziali e abruzzesi ingaggiati da imprenditori continentali. La struttura portante di tutta la faccenda rimane la stessa, sebbene nel frattempo i padri di questi pastori abbiano tentato, in base a progetti regionali negli anni della Rinascita, di liberarsi da quel monopolio industriale e commerciale “conferendo” il latte ai tanti caseifici sociali cooperativi della Rinascita in troppi man mano falliti. La pastorizia intanto è diventata sempre meno brada con le stalle e i mangimi industriali, si è meccanizzata nella mungitura e nel trasporto del latte in pickup o fuoristrada giapponesi, mentre la crisi dell’agricoltura tradizionale lasciava campi e poderi all’irruzione dei pastori, sicché il pastore sardo ha occupato, spesso comprandole, terre-pascolo sia in Sardegna e sia su vaste zone del continente, in questa grande transumanza ultima e definitiva Oltretirreno.
Qualche grande azienda e molte piccole aziende oggi dipendenti a monte dagli industriali di mangimi e macchinari, e a valle dipendenti dagli industriali del formaggio, come sempre pagano l’arricchimento dei grandi caseari e le crisi periodiche.
C’erano e ci sono le contraddizioni interne al mondo dei pastori e dei pastori verso addetti ad altre attività, che come i pastori posseggono in modo vario le condizioni della loro produzione o dipendono da altri per esse (terra, bestiame, impianti, mano d’opera), con figure vecchie e nuove di prestatori d’opera, servi pastori vecchi e nuovi (e i nuovi servi-pastori sono gli immigrati esteuropei e magrebini). Ma il gran nodo è la dipendenza dalla grande industria e dal mercato del pecorino romano.
Negli anni Sessanta e Settanta la riforma agro-pastorale era uno dei grandi obiettivi del cosiddetto Piano di Rinascita economica e sociale della Sardegna, che è stato uno dei punti di forza dell’iniziativa politica di un vasto fronte progressista. L’obiettivo è stato mancato. Perché?
Questa breve storia della pastorizia sarda del Novecento è una possibile risposta. Il capitalismo della caseficazione e del commercio del pecorino sardo-romano ha tenuto le fila di tutto il processo, mentre i pianificatori nazionali e regionali della Rinascita non paiono aver fatto i conti con le ragioni di quel capitalismo già globalizzato e immaginavano un’uscita da modi “omerici” da cui la pastorizia sarda invece stava già uscendo capitalisticamente da mezzo secolo. Gavino Ledda ha narrato un momento di questo processo come una sua ribellione personale con tratti quasi eroici, ma quella è storia di diverse generazione di pastori e contadini sardi e più ampiamente mediterranei espulsi in altri luoghi e dimensioni di vita.
Intanto nei momenti caldi della protesta, in interviste sui quotidiani e in tivù i pastori dicono: “Meglio morti che camerieri”, intendendo che vogliono continuare a essere pastori, magari con computer e pickup. Infatti sono spesso piccoli imprenditori, e si può comprendere quanto siano avversi a una peggiore forma di dipendenza e di precarietà. Il pastore sardo fino al “conferimento” del latte al caseificio spesso non è ancora del tutto espropriato delle condizioni basilari della sua produzione, del suo lavoro, della sua vita. E dunque nelle pecore al pascolo ci si può ancora identificare. Ma i pastori, in agitazione anche in Costa Smeralda e in altri luoghi alti del turismo balneare, stanno dicendo anche alla McDonald’s che il solo turismo buono è quello che è buono per chi nei luoghi turistici vive e lavora tutto l’anno.
Ma c’è, infine, una stranezza, quasi una beffa che dura anch’essa da oltre un secolo. C’è in gioco la crisi mondiale, ma anche stranezze come quella del pecorino romano fatto in Sardegna e ignoto ai sardi, risultato di una situazione che la dice lunga sul progresso della modernità capitalistica qui da noi. A chi apprezza i vantaggi della filiera corta e del commercio equo e solidale, bisogna far notare almeno questa stranezza, che i più dei sardi non hanno mai visto una forma di pecorino romano, non ne hanno mai mangiato. Storia secolare fatta di implementazione della produzione di latte prodotto da una pastorizia ancora brada, cioè seminomade e transumante alla maniera dei millenni passati, che si è ampliata fino a travolgere anche qua e là sul continente italiano, con la crisi dell’agricoltura dell’ultimo dopoguerra, altre produzioni e attività a “vantaggio” dell’allevamento ovino per produrre latte per fare pecorino romano da vendere a New York. Ed ecco che da più di un secolo il pecorino romano, prodotto soprattutto in Sardegna per il mercato mondiale, in Sardegna non si trova in commercio, non si sa cos’è, mai visto. Sarà anche per questo che in Sardegna non si conosce l’esortazione proverbiale a non far sapere al pastore o al contadino quanto è buono il formaggio con le pere. Con pere o senza pere, il pecorino romano nessuno nell’isola sa quanto sa di sale, per passare l’Atlantico coi tempi di prima. Ma oggi tutti dovremmo sapere che può fare molto male, anche a non mangiarlo.

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