Crisi mediorientale e il rebus saudita

16 giugno 2017
Gianfranco Sabattini

Quando l’immaginario collettivo si volge a riflettere sul Medio Oriente è impossibile che possa evitare di considerare il peso e il ruolo giocato in quello scacchiere dall’Arabia Saudita; ovvero, da uno Stato nato e costruito, prescindendo dalle “intrusioni” interessate dei Paesi colonialisti occidentali, sulla base di un’interpretazione “radicale e conservatrice” della religione islamica. Secondo Lorenzo Declich, docente di Storia dell’Islam (“Un imperialismo minore: la paradossale parabola dell’Arabia Saudita”, in Limes n. 3/2017), nella costruzione dello Stato saudita, un ruolo fondamentale lo avrebbe anche avuto “il fattore etno-linguistico-tribale trasfigurato in un’identità nazionale non priva di derive nazionaliste”.

Fino al 1992, l’Arabia Saudita fino al 1992 non aveva una Costituzione; essa si identificava nel re, mentre la gestione amministrativa era affidata innanzitutto agli “ulama”, ossia ai dotti nelle scienze religiose, appartenenti al movimento di riforma religiosa wahhabita, sviluppatosi in seno alla comunità islamica sunnita nel corso del XVIII secolo e fondato da Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb. Il 1992 ha contrassegnato un momento storico importante per il Regno, maturato nel 1990 dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. A seguito dell’iniziativa di quest’ultimo, sul territorio saudita erano giunti consistenti contingenti di truppe americane, britanniche e francesi, la cui presenza era valsa a ferire “le frange più conservatrici dell’opinione pubblica saudita” (compreso Osama Bin Laden), che consideravano il proprio re come custode dei luoghi santi (La Mecca e Medina) e il territorio del proprio Paese come un “luogo intoccabile” dagli infedeli. Di fronte alla reazione dell’opinione pubblica conservatrice e al nuovo quadro creatosi con l’iniziativa di Saddam Hussein, la struttura statuale tradizionale saudita ha messo in evidenza il limite della sua impossibilità ad avvalersi delle relazioni internazionali, anche quando l’autonomia e la sicurezza del Regno fosse stata messa in pericolo.

Per rimuovere tale limite, nel 1992, re Fahd ha emanato una “legge fondamentale” che prefigura il sistema basilare di governo del Regno, come risulta dal sui primo articolo che recita: “Il Regno arabo saudita è uno Stato arabo islamico, sovrano, di religione islamica, la cui costituzione è il Libro di Dio Altissimo e la Sunna del suo Inviato, che la benedizione e la pace di Dio siano su di lui. La sua lingua è l’arabo e la sua capitale Riyad”.

In questo articolo – afferma Declich – “è sintetizzata la storia dell’Arabia Saudita e tutte le sue contraddizioni”. Esso afferma l’esistenza di una monarchia assoluta, la cui legittimazione deriva dal Corano e dalla Sunna, uno dei testi di riferimento del pensiero giuridico, etico e sociale che costituisce il codice di comportamento dell’intera comunità. Gli articoli della legge fondamentale successivi al primo completano il quadro istituzionale del Regno; essi regolano il “contratto di sudditanza”, nel senso che a fronte del giuramento dei cittadini d’essere fedeli al monarca, si contrappone il giuramento del monarca di farsi garante del canone religioso. La legge fondamentale non stabilisce, però, in che senso lo Stato è islamico, per cui l’Islam dell’Arabia Saudita è quello del re, il quale, storicamente, a parere di Dedlich, ha legato le sue fortune politiche alla nascita del movimento religioso wahhabita, ovvero al momento in cui, nel 1744, il movimento religioso è divenuto anche politico, allorché Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb e Muḥammad ibn Sa’ūd si sono alleati, “per formare il primo nucleo di potere attorno al quale, quasi due secoli dopo, è nato [nel 1932] l’attuale Regno dell’Arabia Saudita”.

Lungo tutto il processo di formazione del Regno, però, il movimento wahhabita è stato considerato eretico dai sunniti, perché ha sorretto e legittimato un’istanza tribale-religiosa a “vocazione egemonica” della tribù del fondatore della Dinastia saudita; questi, muovendo dalla regione Najd dell’Arabia centrale, usando principalmente – a parere di Dedlich – lo strumento della razzia, ha conquistato tutti gli altri territori dell’attuale Arabia Saudita. Qusto processo avrà termine nel 1932, con la proclamazione – afferma Dedlich – del Regno dell’Arabia Saudita e il passaggio da “un dominio di tipo locale [….] a una dimensione effettivamente nazionale”; perciò, a parere del docente di Storia dell’Islam, ad affermarsi con la costituzione del Regno nel 1932, non è stato l’elemento religioso, ma quello nazionale. La legge fondamentale del 1992 è quindi lo “specchio” di tutto il lungo processo costitutivo del Regno saudita.

Nella legge fondamentale, il wahhabismo si connota come un elemento fondativo del Regno; esso però è anche un suo elemento di fragilità: sia perché il riferimento alla religione non consente il superamento del vizio originario dello Stato Saudita, espresso dal fatto d’essere nato da una vocazione egemonica di una tribù di un dato territorio, fatta valere con la forza e la razzia; sia perché il wahhabismo, la religione del re, è elemento che divide i sudditi del Regno, la cui unione richiede che essi siano motivati dall’idea di essere “sauditi”. Non casualmente, perciò, in un momento di crisi dell’intera area mediorientale e di pericolo per quegli Stati che, come l’Arabia Saudita, soffrono dei motivi di divisione interna dovuti al loro processo di formazione, il Regno di re Salman è stato spinto ad istituire un grande Ministero dell’Educazione, al fine di promuovere l’approfondimento dell’identità nazionale dei sauditi.

Nel 2016, il vice principe ereditario Mohammad bin Salmān Āl Sa’ud ha presentato il piano “Vision 2030”, che prevede riforme miranti a modernizzare l’economia e la società del Regno; l’intento del piano è quello di rivoluzionare il modello tradizionale dell’economia del Paese, perché si emancipi completamente dal petrolio come fonte di crescita e sviluppo, trasformando così, nella previsione di un futuro esaurimento dei pozzi, la “rendita petrolifera” in “rendita patrimoniale”. Descritto da molti osservatori delle cose mediorientali come la maggior riforma del Regno, vengono tuttavia avanzati seri dubbi sulla possibilità che il piano possa decollare e cambiare il prevalente ethos sociale dell’Arabia Saudita. Ciò è riconducibile in sostanza alla storia di questo Stato, vissuta dopo la proclamazione del Regno nel 1932, e caratterizzata dalla crescente influenza esercitata dagli Stati Uniti sulla politica interna, a scapito delle vecchie potenze coloniali, quali l’Inghilterra e la Francia.

A un anno dalla proclamazione del Regno, il re ‘Abd al-‘Azīz ibn ‘Abd al-Rahmān b. Faysal Al Sa’ ūd, primo sovrano, ha accordato alla Standard Oil Company of California (Socal) una concessione sessantennale per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio in una provincia dello Stato. Negli anni Trenta sono stati scoperti i primi pozzi e sono iniziate le prime esportazioni di petrolio; nel 1944, la California-Arabian Standard Oil Company, sussidiaria della Socal, è diventata l’Arabian-American Oil Company (Aramco), la quale, nel 1950, è stata costretta dal sovrano saudita a dividere i profitti al 50%. Dopo la nascita dell’Opec, nell’arco temporale 1960-1980, segnato dalla sganciamento del dollaro dall’oro, dalla fine dei cambi fissi, dalla guerra del Kippur e dalla crisi petrolifera mondiale, i sauditi hanno acquisito definitivamente l’Aramco, trasformata nel 1988 nella Saudi Arabian Oil Compact (Saudi Arammo).

Lo sviluppo storico-economico che ha avuto inizio con la nascita dell’economia petrolifera della quale l’Arabia Saudita è stata beneficiaria – afferma Dedlich – è stato il “flusso di cassa” che il re e la sua corte si sono trovati a dover gestire. Nei primi decenni, il Regno ha disposto di un’enorme quantità di denaro, “dilapidata” in forme di consumo vistoso e di prestigio; in seguito, gli enormi surplus commerciali sauditi, espressi in dollari, sono divenuti un “fattore strutturale” di un’economia mondiale dominata dai mercati finanziari, di cui l’Arabia Saudita ha colto i frutti, allargando la sua ricchezza patrimoniale in gran parte del mondo economico occidentale e promuovendo al proprio interno una “globalizzata” classe di operatori presenti nei comparti del commercio e delle costruzioni. In questo contesto, uno degli esiti del processo storico-economico, iniziato con la crescente affermazione dell’importanza della risorsa petrolifera, è stata la percezione, da parte del reame, della necessità di potenziare, a propria tutela, l’elemento nazionale; soprattutto in un momento come quello attuale, in cui le ambizioni geopolitiche di molti Stati mediorientali e la rivalità dell’Iran rappresentano una seria minaccia per la sopravvivenza del Regno saudita.

Il vizio genetico costitutivo, espresso dal fatto che il Regno sia nato da una vocazione egemonica di una tribù, fatta valere con la forza e la razzia e col supporto della confessione islamica, secondo l’interpretazione del movimento wahhabita, non da tutti i sunniti condivisa, è la fonte di debolezza della politica saudita volta a potenziare l’elemento nazionale; il vizio genetico, perciò, è anche la causa del perché, malgrado le dichiarazioni ufficiali, non sia credibile l’impegno dell’Arabia Saudita a risolvere la complessa situazione mediorientale.

Infatti, malgrado l’adozione dell’ambizioso piano “Vision 2030”, la sua attuazione non può non scontare la realtà prevalente. Secondo molti osservatori perché il piano abbia qualche possibilità di successo e possano essere realizzate le profonde trasformazioni economiche e sociali previste, in modo efficiente e in tempi realistici, dovrebbe essere rinegoziato il “contratto di sudditanza”; ma questo, come è facile prevedere, non mancherebbe di provocare contrapposizioni tra le varie scuole interpretative dell’Islam, con conseguenze che si tradurrebbero nella difficoltà di attuare il piano riformatore, attraverso una chiara “strategia comunicativa”, soprattutto verso gli stranieri, onde rimuovere il pregiudizio che li espone, in quanto infedeli, al rischio d’essere accusati di violare la sacralità del suolo islamico.

In particolare, l’attuazione di “Vision 2030” richiederebbe la soluzione di due macroproblemi creatisi nel tempo con la gestione dell’economia del petrolio: il primo è costituito dal fatto che, nella conduzione della propria attività di sfruttamento della risorsa petrolifera, l’Aramco ha per lo più utilizzato tecnici stranieri, la cui presenza ha impedito la formazione di tecnici locali; il secondo macroproblema, connesso al precedente, è invece rappresentato dal fatto che, per la formazione del personale qualificato indigeno, il governo saudita dovrà promuovere la formazione professionale in ambiti scientifici e tecnologici, con inevitabili difficoltà, per via del fatto che l’istruzione è profondamente influenzata dai movimenti religiosi.

In conclusione, sarà vero che, come afferma Dedlich, con la costituzione del Regno saudita nel 1932, a prevalere sull’elemento religioso sia stato quello nazionale; però, non è meno vero che l’elemento religioso continui a rendere opaca la politica dello Stato saudita: non solo perché ritarda e ostacola l’attuazione di qualsiasi piano volto alla sua modernizzazione, ma anche, e soprattutto, perché l’Arabia Saudita non riesce ad affrancarsi dal sospetto che la sua politica, anziché essere orientata a sconfiggere le forze che destabilizzano il Medio Oriente, fondi sull’elemento religioso, più che su quello nazionale, le necessarie motivazioni geopolitiche per aspirare a divenire una potenza regionale.

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