Diritto all’assistenza sanitaria pubblica – La lotta continua

16 marzo 2017
Claudia Zuncheddu

La sanità pubblica in Sardegna, sempre più allo sfascio, pone problemi etici e morali a tutta la classe politica sarda che in nome di nebulosi risparmi e incurante della povertà e dei disagi delle famiglie, orienta il sistema sanitario pubblico verso la privatizzazione. Ciò ridurrà le aspettative di vita dei sardi, che in tanti già rinunciano alle cure, con forti sconvolgimenti psicologici e culturali. Saranno le nuove angosce per la salute a far cadere nell’oblio gli altri diritti negati per i quali i sardi lottano. Per un popolo già sofferente cambierà lo scenario sociale e il senso dell’esistere, al di là della sua identità, della sua storia, del suo futuro.

Convivere con la sofferenza e la morte come fatalità, ci omologherà alla condizione dei popoli più poveri del mondo. Dimenticheremo sempre più chi siamo e da dove veniamo, senza prospettiva futura. La capacità di risposta e di lotta all’aggressione dei nostri diritti, si affievolirà e saremo più dominabili e controllabili. Questo è ciò che vuole il colonialismo 2.0. La privatizzazione della sanità pubblica in atto è alla base di tale stravolgimento culturale di cui a tutt’oggi si è poco coscienti.

Al Convegno su “Il Diritto all’Assistenza Sanitaria Pubblica-Non si tocca” dell’11 marzo, promosso da diverse sigle indipendentiste, con il supporto della Rete Sarda Sanità Pubblica, sono emerse forti preoccupazioni ma anche la volontà di unire tutte le persone e le forze politiche che hanno a cuore i diritti e le esigenze sanitarie dei singoli territori.

Già i precedenti governi italiani hanno esercitato tagli radicali ai servizi sanitari pubblici, senza che però ciò abbia determinato un miglioramento dell’assistenza ed un alleggerimento dei suoi debiti. Questa è la dimostrazione che tagliare i diritti dei cittadini non è utile per riappianare i buchi di Bilancio.

La Ministra Lorenzin dichiarava a Il Sole 24 Ore: “dal 2010 sono stati tagliati 25 miliardi e i tagli più consistenti, dopo la spending di Monti, arriveranno nei prossimi tre anni e cresceranno ancora. Oltre non si può andare, sarebbe insostenibile”.

Questa operazione, in Sardegna portò un taglio ai posti letto, al personale medico e paramedico, agli ospedali, alla spesa farmaceutica, all’assistenza territoriale. Oggi la Ministra va ben oltre l’insostenibile e con il recente Decreto, in nome dell’appropriatezza prescrittiva, ben 200 prestazioni che fanno parte di una black list sanitaria finiscono interamente a carico del cittadino. Il medico sotto minaccia di condanna pecuniaria non può più esercitare liberamente la propria professione, riducendo il suo ruolo a quello di burocrate dello Stato. Cresce la povertà sanitaria ed è sempre più ampia la fascia di sardi che rinunciano ad accertamenti diagnostici e alle cure.

Sarà invece compito della Politica locale, dare il colpo di grazia definitivo agli ospedali. Con la LR sul Riordino della rete ospedaliera, a tutt’oggi bloccata in Commissione Sanità, si stanno recidendo ospedali dei territori disagiati e importanti presidi ospedalieri cagliaritani. L’esperienza del super-manager della neonata Asl Unica sarda con sede a Sassari, il savoiardo Moirano, chiamato in Sardegna dalla giunta Pigliaru per riappianare le enormi voragini del bilancio sanitario sardo, non è un’esperienza vincente. Meno di un anno fa, la Corte dei Conti certificava un deficit del bilancio della Sanità piemontese di 5,75 miliardi. Ciò significa che le fonti dello sperpero di danaro pubblico Moirano non li cercava laddove avrebbe dovuto.

Cosa incide sui costi della Sanità pubblica? Oltre l’inquinamento ambientale che incide sui costi perché in Sardegna ci si ammala di più, le fonti degli sperperi spropositati vanno individuate principalmente nell’occupazione del Sistema Sanitario Pubblico da parte dei partiti politici. La lottizzazione politica di un settore così sensibile avviene sulla base dei rapporti di forza tra i partiti che governano e tra essi e le opposizioni che non si oppongono, anzi sono conniventi. L’apparato di controllo politico della Sanità è garantito dalle nomine politiche. L’assessore, nominato dal Presidente, nomina i direttori generali…. etc. etc.

L’Italia è la prima in Europa e terza a livello mondiale per la corruzione. Secondo i dati accertati dalla Magistratura l’indicatore della corruzione nella Sanità è pari al 5,6% della spesa sanitaria. Basti pensare alle spese farmaceutiche tra brevetti, aumento ingiustificato dei prezzi, discrezionalità, scarsa competenza, falsa ricerca, rimborsi non dovuti, nonché gare d’appalto condizionate da infiltrazioni criminali, da false forniture al dirottamento degli assistiti verso la sanità privata. Le cronache di tutti i giorni, con ondate di arresti, per la collusione tra politica e affari è la dimostrazione che le Infiltrazioni della criminalità organizzata sono veicolate dalla corruzione della classe politica. Questo è ciò che avviene in tutto il sistema italiano di cui noi sardi siamo parte integrante e l’anello debole.

Il disavanzo di 344 milioni a chiusura del bilancio del 2015 della Sanità sarda, evidenzia spese spropositate legate a società di controllo e consulenze esterne. Il magro risparmio di 7 milioni da 1,400 miliardi del 2014 a 1.393 miliardi del 2015, tanto decantato, è sicuramente conseguenza dei tagli dei diritti dei cittadini. Le politiche liberiste dell’attuale governo della Sardegna, con l’obiettivo della privatizzazione del SS pubblico, non necessitano di meccanismi complessi. Le lunghe liste d’attesa e i costosi ticket (molto vicini al costo delle prestazioni) sono sufficienti a indurre numerose famiglie sarde a rinunciare a curarsi e in piccola parte, quelli che pur con sacrifici possono, a indirizzarsi verso il settore privato.

Questo sistema, che vogliono imporci, è stato già ampiamente studiato e sperimentato in Inghilterra sotto il governo dell’iperliberista Thatcher, con tutto ciò che né è nato come privazione dei diritti di tutti i cittadini della Gran Bretagna. La strategia della privatizzazione in Sardegna è la cinica programmazione di un genocidio che può essere fermato solo con una mobilitazione unitaria che imponga alla classe politica la difesa dei diritti inalienabili.

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