Doppia preferenza di genere e qualità della democrazia

16 maggio 2017
Luisa Sassu

Il referendum costituzionale conclusosi, il 4 dicembre scorso, con una straordinaria vittoria delle ragioni del NO, ha rappresentato anche una vittoria della partecipazione.

Vittoria per la percentuale dei votanti e, prima ancora, vittoria per la capillare diffusione del dibattito “dal basso”, condotto a dispetto di una comunicazione istituzionale e formale che occupava tutti gli spazi e usava tutti gli strumenti per affermare le ragioni del sì.

Pur con la consapevolezza della immensa sproporzione dei mezzi e delle risorse, noi, i sostenitori del NO, non abbiamo mai smesso di raggiungere anche i luoghi più remoti e di affrontare difficili dibattiti in sedi ostili per perseguire un risultato in cui credevamo fermamente.

Lo dico senza alcuna enfasi: la consapevolezza e la passione ci hanno premesso di vincere e ciascuno di noi ha sperimentato, almeno per un attimo nel corso della campagna referendaria, la bella sensazione che, nonostante tutto, la vittoria fosse possibile. A me è accaduto in un liceo di Oristano, ma siccome sono fortunata, di belle sensazioni ne ho avuto due: la seconda, meno emozionante ma più razionale, in un circolo del PD.

Ho fatto questo breve preambolo per dire che tutto ciò ha attivato il flusso positivo e virtuoso della partecipazione e che, già all’indomani del 4 dicembre, il bisogno di partecipare, tenendo attivo l’impegno civile e politico sperimentato nella campagna referendaria, sta animando quella che potremmo definire la riconversione dei Comitati per il NO.

I Comitati continuano a lavorare, consapevoli della necessità di sollecitare l’attuazione della Costituzione e di agire con determinazione per dotare il Paese di una legge elettorale rispettosa dei principi costituzionali di rappresentanza, uguaglianza e sovranità popolare.

Accade a livello nazionale e accade anche nella nostra Regione, gravata dalla specifica vergogna di avere una legge elettorale totalmente priva di radicamento costituzionale, incredibilmente sopravvissuta ai ricorsi che avrebbero dovuto suscitare nei giudici i dubbi di costituzionalità e la conseguente rimessione alla Consulta.

Fra tutte le attività del nostro Comitato, che si è dato un logo e un nome, Comitato D’iniziativa Costituzionale E Statutaria, ha assunto un’importanza centrale proprio la battaglia per la legge elettorale, condotta anche attraverso il coinvolgimento di figure istituzionali (un’assemblea partecipatissima ha incontrato e sollecitato l’impegno del presidente del consiglio regionale) e sintetizzata in un corposo documento divenuto petizione, contenente la piattaforma della nostra proposta. Atti concreti, scaturiti dal lavoro generoso di un gruppo coeso e tecnicamente attrezzato in una materia, quella elettorale, che appare ostica e in cui occorre immaginare la ricaduta pratica delle indicazioni di principio.

Sul dettaglio della proposta non posso dilungarmi, nel breve spazio di questo articolo; mi soffermerò, invece, su un punto specifico per svolgere alcune considerazioni che intrecciano la nostra proposta con la battaglia di alcune associazioni: la doppia preferenza di genere.

Si tratta di un meccanismo, già sperimentato in alcune competizioni elettorali amministrative, che esprime un’azione positiva per rimuovere gli ostacoli alla piena affermazione della rappresentanza di genere nelle istituzioni.

Il dibattito sulla utilità e perfino sulla opportunità di dar luogo a questi strumenti è abbastanza complesso; a volte si attesta su argomentazioni capziose, come quella secondo cui le donne dovrebbero essere elette in base alle loro capacità e non utilizzando percorsi “riservati” come se il “mercato” politico non avesse dimostrato la sua indifferenza alle competenze e alle capacità di tanti uomini eletti alle massime cariche istituzionali!

In realtà, la doppia preferenza di genere, ad oggi, appare come uno strumento utile e necessario per colmare l’enorme vuoto di rappresentanza delle donne nelle istituzioni: un vuoto che la politica non riesce a colmare autoregolamentando i propri meccanismi di selezione.

A ben vedere, quindi, il dibattito sulla doppia preferenza di genere, sebbene rappresenti una specificità, interroga numerosi profili di rappresentatività generale della politica, soprattutto per la difficoltà (divenuta spesso mancanza di volontà) dei partiti di agire come corpi intermedi se non nella fase cruciale della composizione delle liste elettorali.

La crisi di rappresentatività della politica è, al tempo stesso, causa ed effetto della febbrile produzione di leggi elettorali incostituzionali che hanno generato situazioni paradossali e grottesche sia nel livello nazionale che in quello regionale sardo.

È notizia di ieri l’ennesimo “ribaltone “(cosi lo hanno definito le cronache) nella composizione del consiglio regionale sardo, stavolta dovuto alla condanna di alcuni consiglieri e alla loro sospensione in applicazione della legge Severino. Ma altri ribaltoni sono scaturiti, in questa legislatura, dalla estrema confusione della legge elettorale più scellerata nella storia della nostra Autonomia.

Ebbene, in questo sconfortante contesto, aggravato dalla certezza che ogni partito (sia nel Parlamento nazionale che nel consiglio regionale sardo) vorrebbe confezionare la legge elettorale a proprio vantaggio, una seria battaglia sulla legge elettorale diventa a pieno titolo battaglia per la qualità della democrazia, e va condotta attivando la massima partecipazione al dibattito.

È per questi motivi che la doppia preferenza di genere deve insistere sul valore strategico della sua finalità, che non è quello di collocarsi comodamente in un sistema elettorale e rappresentativo viziato e orientato alla cooptazione, ma di agire criticamente per restituire piena espansione alla democrazia rappresentativa.

Per tutte queste ragioni condivido la scelta del Comitato di inserire a pieno titolo la doppia preferenza di genere nel corpo di una legge elettorale che non dia adito ad alcun dubbio di costituzionalità.

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