Elezioni, programmi e alleanze

25 gennaio 2018
[Marco Ligas]

È una regola che le forze politiche, durante le campagne elettorali, enfatizzino i loro programmi e li presentino funzionali al bene del paese. Col passare del tempo questa modalità promozionale, come succede per la vendita delle merci, si è consolidata; c’è più di una ragione che spiega questo comportamento: essendo venuto meno il rapporto dei partiti con gli elettori, tutti cercano di colmare il vuoto con messaggi spesso urlati, tesi a recuperare una credibilità compromessa o smarrita del tutto.
Ma la comunicazione, soprattutto in queste circostanze, ha bisogno di strumenti e di forme agili, capaci di trasmettere con rapidità e senza falsificazioni gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Le semplificazioni ambigue provocano effetti contrari ai consensi desiderati. I cittadini sanno interpretare la realtà, soprattutto quella che vivono nella quotidianità, ed è difficile convincerli che nel corso degli ultimi anni il loro reddito sia cresciuto, che il jobs act abbia raggiunto gli obiettivi programmati, che anche la buona scuola vada bene. È difficile convincerli perché vivono sulla loro pelle le conseguenze dell’impoverimento, della precarietà del lavoro e le difficoltà di accesso dei giovani ai vari livelli dell’istruzione.
Le nostre classi dirigenti, così come esaltano strumentalmente la crescita economica e culturale del paese, sottovalutano questioni della massima importanza relative alla partecipazione dei cittadini alla vita democratica del paese e al rispetto dei principi della nostra Costituzione. Per loro che i cittadini vadano a votare o disertino le urne non è un fatto rilevante. La non partecipazione viene considerata una tendenza del tutto naturale perché diffusa in tutti paesi occidentali i quali, come è noto, sono i soli capaci di praticare la democrazia, la solidarietà e la tutela dei diritti dei cittadini. Per chi governa che la percentuale dei non votanti stia superando progressivamente il 50% degli elettori è ancora un fatto trascurabile. E non è un caso che le nuove leggi elettorali consentano la governabilità a coalizioni sempre più esigue.
In questo clima, che non preannuncia certo una fuoriuscita ravvicinata dalla crisi che attraversa il nostro paese, registriamo alcune stranezze preoccupanti: o alleanze scombinate tra forze politiche che sinora hanno espresso programmi diversi se non addirittura contrastanti, o la riesumazione di concetti del passato inneggianti al primato della razza bianca.
È di questi giorni la dichiarazione del candidato della Lega alla guida della regione Lombardia, Attilio Fontana, che si chiede, non senza enfasi, se non sia necessario decidere “che la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società debbano continuare ad esistere o debbano essere cancellate”. La sua è stata una dichiarazione perentoria che non si presta a molteplici interpretazioni: piuttosto conferma, accentuandola, l’ispirazione razzista della Lega.
In molti si sono chiesti se l’affermazione di Fontana favorirà una crescita elettorale della Lega e di tutto il centrodestra, o se alimenterà comportamenti aggressivi in chi, preoccupato per la probabile estinzione della razza bianca(!), possa sentirsi incoraggiato alla rivolta contro chi ne provoca la scomparsa (saranno solo gli immigrati?). In realtà le due ipotesi non sono alternative, sono entrambe probabili e possono verificarsi contemporaneamente. E non è casuale che Salvini le abbia confermate entrambe dando maggiore importanza al controllo dei flussi migratori.
Purtroppo la riscoperta di questi vecchi concetti legati al primato di una razza segnala un’ulteriore involuzione culturale di chi si candida al governo del paese. E non è esente da responsabilità neppure l’attuale maggioranza di governo per il trasformismo praticato con troppa disinvoltura nel corso della legislatura appena conclusa.
Dentro queste manovre poco edificanti recentemente si è inserito in Sardegna anche il Psd’az. Attraverso il suo segretario regionale Solinas, il Psd’az ha dichiarato la disponibilità ad una alleanza con la Lega. Nessuno pensa che questa sia stata una scelta caratterizzata dalla conversione verso la tutela della razza bianca. È più attendibile il giudizio espresso dal capogruppo dello stesso partito in Consiglio regionale, secondo il quale Solinas pur di diventare parlamentare sta svendendo la storia del sardismo a chi non ha mai prestato attenzione ai problemi della Sardegna e del Mezzogiorno.
La decisione del segretario del Psd’az non è rimasta senza conseguenze nel Comune di Cagliari dove, dopo le ultime elezioni amministrative, è nata una giunta con la presenza dei sardisti. Molto opportunamente, in seguito alla decisione del Psd’az, il sindaco Massimo Zedda ha escluso dalla giunta un assessore sardista con la motivazione che non sono ammissibili alleanze variabili a seconda delle ambizioni dei singoli. La giunta di Cagliari, ha fatto capire Zedda, non può prestarsi a questi cambi di casacca. Le alleanze e i programmi che le determinano vanno rispettate sino in fondo.

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