Elogio ad Alessandro Leogrande, penna sagace d’una società violenta

1 dicembre 2017
[Riccardo Bianco]

Aveva solo quarantanni, Alessandro Leogrande. Ci ha lasciati domenica 26 novembre, giovane, bello con tante storie ancora da raccontare e tante raccontate in modo sagace. Riecheggia forte nella mente quel che Moravia disse del Poeta e così in punta di piedi -senza troppo scalpore mediatico- vola via una delle migliori penne del nostro giornalismo, di quelle che sanno punger l’animo, scuotere le coscienze ergendo a valore massimo il ruolo principe del giornalista: quello d’informare; dando voce a chi non ne ha mai avuta.

Un infarto e tutto si ferma. Progetti, sogni. Non lo leggeremo più tra le pagine dell’internazionale. Ma le sue parole impresse nell’inchiostro continueranno a  girare di mano in mano passando da un suo libro ad un altro, come i pomodori degli schiavi vittima del caporalato, che con dovizia di particolari e con voglia di riscatto ha raccontato nel suo libro Uomini e Caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud. Probabilmente l’inchiesta reportage ai cui maggiormente teneva, raccontando della sua terra dilaniata dal male più grande del mondo quello della sopraffazione dell’uomo verso un altro uomo. Edito Mondadori uscì nel 2008 si fece e apprezzare sin da subito dalla critica; insignito del Premio Napoli e quello Sandro Onofri per il reportage narrativo.

Partendo da una comunità polacca, che lavorava nelle campagne pugliesi, è riuscito a ricostruire il caporalato. Inchiesta e passione son le parole che l’hanno sempre mosso nell’indagare, studiare e raccontare un mondo atrocemente inumano. Tarantino, che non dimentica le sue origini, immigrato a Roma e forse anche per questo sempre con un occhio di riguardo per gli ultimi, come la questione dei migranti raccontata nel suo ultimo libro La Frontiera  del 2015 edito Feltrinelli, in cui Alessandro Leogrande  ha analizzato la questione dei migranti  utilizzando come intreccio narrativo la frontiera, quella che divide il mondo da Nord a Sud, che separa, mai unisce.

Un racconto sui popoli che continuano a fuggire dalle atroci guerre; dai confini africani, come quello Eritreo, o quella della violenza corrosa da imperante razzismo del confine Greco. Un legame che riporta al colonialismo italiano in terra Eritrea , la storia di un paese mai ripreso dalla nefasta invasione fascista. Mai banale, sempre attuale come nel libro Il Naufragio: morte nel Mediterraneo scritto nel 2011, dove ha raccontato i fatti avvenuti nel 1997 nel canale d’Otranto dove un’altra grossa  imbarcazione la  Kater i Rades, che trasportava i migranti dalla guerra quella dei dei Balcani, venne speronata e affondata dalla nave militare italiana Sibilla,  morirono 81 migranti. Una ricostruzione di quel che accadde quel giorno e di quel che accadde tra le aule dei tribunali tra depistaggi e insabbiamenti, un’analisi sul passato per rileggere il presente.

Sempre in prima linea come fu Ryszard Kapuscinsky il maestro polacco del giornalismo d’inchiesta che raccontò ben 27 rivoluzioni, e del premio dedicato a lui venne insignito Alessandro Leogrande. Con la Rivista Lo Straniero, insieme al direttore Goffredo Fofi, aveva dato spazio ad una riflessione ampia e profonda sulla questione migratoria, trattando tematiche come quelle della cittadinanza che ben si legano a difesa dell’inconsistenza delle idee sul quale poggiano le basi attuali politiche d’odio  razzismo. Non ha trascurato nessuna tematica, ha raccontato la sua Taranto nel laboriosi articoli con lo sguardo pungente rivolto verso  la grande fabbrica dell’Ilva poi rilegati  nel libro i Fumi della Città.

Non mancano poi le questioni estere come la repressione degli oppositori in America Latina passando poi per le questioni interne del nostro paese come le morti per mano della polizia da Stefano Cucchi a Federico Aldrovandi. Non si può certo tralasciare il silenzio della politica sulle violenze di Genova, intitolava nel suo articolo scritto sull’Internazionale analizzando la sentenza della Corte di Strasburgo che condannava l’Italia per i fatti avvenuti nel 2001 alla scuola Diaz durante il G8. Un racconto lucido a 14 anni dalla violenza di stato, una critica ferma, netta, motivata e comprovata nei confronti della gestione politica della repressione militare.

Dai sui libri emerge una penna raffinata, sincera verso il lettore; un fioretto che con destrezza mette a centro la sua stoccata. Ogni ragionamento è comprovato da dati di fatto che denotano uno studio accurato e a 360 gradi delle questioni affrontate, un filosofo dei nostri tempi. Non sono mancate poi le tematiche sociali legate al calcio come nel bellissimo libro Ogni Maledetta Domenica. Conduttore radiofonico per Radio Rai 3 e Radio Svizzera Italiana; un’infinità di collaborazioni con le maggiori testate nazionali come con l’Unità, il Manifesto, Panorama,il Fatto Quotidiano e Corriere del Mezzogiorno. Non può essere neanche tralasciato il ruolo di curatore dell’inserto Fuoribordo del settimanale Pagina 99.

E tante altre sono le collaborazioni, una quantità infinita di sapere che ora acquista un valore inestimabile. Ed è proprio dai suoi lavori che bisogna partire per ricostruire una società dilaniata e disgregata dalla sopraffazione continua dei potenti sui più deboli. Con mesto dolore, diamo l’ultimo saluto, a chi ha messo a disposizione della collettività un’analisi attenta e precisa su questioni mediaticamente trascurate o dimenticate. Addio Alessandro e che la terra ti sia lieve.

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