Falsi d’autore

16 giugno 2010

madau

Marcello Madau

Negli ultimi mesi abbiamo provato a discutere, portando ora la focale sulla modernità, della contraddizione che si apre fra strutture e oggetti falsi o per lo meno impropri e la cultura della Sardegna, sia nei suoi aspetti archeologici che in quelli storiografici, poetici, letterari ed etnografici.
E’ noto come la Sardegna partecipò con due episodi molto rilevanti (i falsi bronzetti e le Carte di Arborea) a quelle particolari costruzioni che, sotto forma di falsi e invenzioni di vario genere e specie, ebbero vigore europeo fra la seconda metà del Settecento e l’Ottocento. Furono costruzioni nazionali di strutture simboliche che – al di là di qualche ottimo introito individuale – servirono alle classi dominanti e al blocco sociale che si stava affermando, nazione per nazione, nel mutamento della rivoluzione industriale.
La rappresentazione sociale del passato è per la verità presente nella storia antica, ma con la modernità cominciò ad avere a disposizione strumenti potentissimi e nuovi, come lo studio sistematico dell’archè, la nascita progressiva – da collezioni e raccolte scientifiche rinascimentali – dei musei nazionali; l’etnografia ed una nuova sistemazione ‘razionale’ delle cosiddette sopravvivenze (il ‘survival’, concetto introdotto dalla scuola antropologica inglese). Questo modello, che in ogni caso conteneva in sé l’idea della superiorità dell’Occidente, fu quello prevalente, fino almeno alla critica internazionalista dei movimenti socialisti e comunisti, che peraltro lo impiegarono. E venne pienamente utilizzato anche da chi non si stava affermando come nazione, o si sentiva nemico del progresso: sia per essere al passo della tendenza dominante, e magari un giorno ammesso ‘a corte’, sia per reagire a modernità ed Illuminismo recuperando contro di essi, e il progressivo sviluppo della Scienza, la Tradizione. Non è un caso se molti sacerdoti, anche in Sardegna, furono protagonisti di questo fenomeno.

E’ certamente innegabile che l’edificazione degli stati nazionali moderni avvenne annichilendo diversità e particolarità. Ma è altrettanto innegabile l’esistenza di un legame diretto fra potentissime e ben architettate pseudo-verità ed il più vasto fenomeno storico del nazionalismo moderno, grazie a formidabili falsificazioni, in particolare storie inventate ex-novo gabellate per antiche. Con una prodigiosa teoria di manoscritti fantastici, storie memoriali, poesie, leggende, stili letterari, costumi aviti: si legga ad esempio il bellissimo e divertente racconto fatto da Hobsbawm sull’invenzione del kilt scozzese (grazie all’azione congiunta di un industriale quacchero inglese e qualche falsario burlone e molto affarista), spacciato per antico e di fatto diventato eroico costume nazionale, o le schiere di druidi che dall’età moderna, affollano i grandi cerchi megalitici e in particolare Stonehenge.

Ora il declino e le debolezze di tale costruzione – nel passaggio ad una superiore unità territoriale come l’Europa – pagano pegno: le cosiddette nazioni negate cercano di inserirsi in questa crisi di passaggio ricostruendo la propria memoria culturale (a volte il profilo, secondo le classiche definizioni di ‘nazione’, almeno esiste; altre volte abbiamo nazioni un po’ troppo immaginate, per parafrasare il termine di Benedict Anderson, e sarebbe il buon senso e la logica stessa, come nel caso della Padania o del Principato virtuale di Seborga, a doverle far abbandonare).
La realtà è che raramente sono presenti sensibilità politiche che permettano di incrociare l’indipendenza con l’autogoverno democratico, il senso multiculturale della comunità e la critica severa al nazionalismo (va riconosciuto che in Sardegna vi è in tale senso un’apprezzabile riflessione dentro IRS, per quanto interclassista e lontana dai nessi economici più profondi). I casi di chiusura nazionalista e intransigenza etnocentrica, sino a segni evidenti di razzismo, si moltiplicano.

Se per certi versi la produzione di falsi (meglio dire, di racconti immaginari: un falso presuppone un originale vero, e talora neppure esso esiste) legati alla storia non si è mai interrotta, dagli ultimi decenni del Novecento trova una nuova linfa che appare in buona salute. Eppure la lunga stagione del Romanticismo e degli stati nazionali moderni appare, in un modo o nell’altro, conclusa. Questa nuova linfa si affianca ad una sorta di ‘ritorno’ delle nazionalità, ma ciò non esaurisce il problema.

Ci sono altre ragioni, qualcosa che unisca le epoche, ovvero la persistenza di tali fenomeni?
La risposta mi appare complessa, e non certo univoca. Certamente i falsi non sono l’inverarsi della menzogna proveniente dal diavolo (in genere associato con gli dèi altrui), come sostenne e tuttora pensa l’integralista cattolico e in genere ogni integralista religioso, soprattutto quando incalzano i conflitti e le conquiste. Come pure dobbiamo andare oltre il classico legame falso/costruzione di un’identità nazionale (con)vincente, ciò che indicano a vario titolo e peraltro con un fondo religioso, letterature posticce, maschere inventate e passate per antiche, Alberto da Giussano o la riproposizione del mito di Atlantide (non solo in Sardegna).

La nostra società va ben più in là dell’antico legame del falso con divinità nemiche e identità nazionali. Falsificazione e inganno sono anch’essi un fatto globale, che trova una forza particolarmente devastante nell’affermarsi della ‘società dello spettacolo’; per il suo ruolo centrale, lucidamente visto da Guy Debord, come forma sempre più vasta di capitalismo. Questa società ha bisogno di protagonisti e spettatori acquirenti, vende spettacolo seriale e non creativo e attraverso di esso acquista consenso.

I falsi e le narrazioni immaginarie passate per storia sono in fondo uno strumento di guadagno economico e di valore ideologico funzionale alla ricerca o al mantenimento del potere. L’inganno, anche se popolare, è sempre a favore dei potenti e contro i popoli. Per gabbarli e tenerli buoni.

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2 Commenti a “Falsi d’autore”

  1. Giulio Angioni scrive:

    Scriveva Cornelio Tacito che nessuna forma di potere politico resiste a sei mesi di verità. Ma un movimento che aspira all’egemonia, quanto perde o guadagna dal modo con cui fa i conti con quel tanto di “verità” di cui ha bisogno per fondare la sua narrazione contrappresentistica? E quante vite o anche solo lacrime e sangue costano le bugie patriottiche, che dai patriotti sono così spesso considerate sacrosante? Sebbene con un piede già nella pensione, io delle capacità di previsione degli economisti mi preoccuperei di meno che delle capacità di previsione dei semiologi, dei filosofi e dei letterati, che come profeti ci sanno fare, nel bene e nel male, più degli economisti.

  2. leonardo boscani scrive:

    gratta e vinci d’autore… gratta e scopri la firma!!!! in palio 200.000 quadri d’autore… SCOPRITI ANCHE TU COLLEZIONISTA D’ARTE… e se non trovi la firma d’autore avrai cmq un falso per un euro! … per un arte democratica, nazionale e popolare!!!!!

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