George Steiner e il Sacro Graal

16 giugno 2010

Apparition_saint_graal

Natalino Piras

Due maniere di essere troppo seri
Ritrovo pezzi perduti, impubblicati, impubblicabili. Li riscrivo e cerco di attualizzarli in questo clima di mediocri in cattedra, di giudici da società liquida che però usano ancora del muretto a secco, di censori da strada, di assemblatori di categorie, di catechisti, ancora categorizzatori e ventuleris delle tre carte.
1. Il Graal e gli effetti del buongoverno
C’ è ancora chi cerca il Graal. Come se quella coppa contenente, secondo la tradizione, il sangue di Cristo raccolto ai piedi della croce da Giuseppe d’Arimatea, esistesse per davvero.Riuscire a trovare il Graal può significare molto così come molto ha significato, nel tempo del mito, per Parsifal o Galaad o lo stesso re Artù. Il Graal ritrovato ha fatto rifiorire la terra e aiutato gli uomini a fare uso della ragione. Specie in tempi in cui il sonno della ragione e i mostri da questo generati sembrano avere il sopravvento. “Bivende chin moros”, dice il frammento in versi di un poeta gavoese, correva il XVIII° secolo, rinchiuso nella prigione di Nuoro. Moros come pirati, come saraceni, come personificazione quanto mai temuta dei mostri. Non c’era il Graal allora in Sardegna. Non faceva parte dell’orizzonte visionario del poeta “ghettau in presone a Nuòro”. Un orizzonte che ancora oggi è arduo e duro riuscire a scorgere. Per questo c’è il Graal, per stabilire una linea di tensione e tracciare una strada da percorrere. Per dare corpo a una speranza di rifiorimento della terra, chiamatela pure e ancora rinascita, non più inquadrata dall’ottica scura e bassa di una cella. Prigioni fisiche e mentali da superare se si vogliono ottenere effetti di buongoverno. Cercando il Graal, bisogna avere il candore degli ingenui, la prudenza dei serpenti e l’ostinazione della volontà. Parsifal o Galaad infatti riescono dove tanti altri hanno fallito solo perché credono in quello che fanno. Quando gli capita di affrontare gli inganni di Morgana e di Mordred non cedono né alle lusinghe né alle compromissioni. Hanno in idea solo la terra e il suo rifiorire.Agli antipodi cioè della visione dal basso delle cose pur essendo dentro il basso e nell’oscurità, pur provenendo dai tempi bui. Una metafora di luce, questa cerca, che davvero vorremmo adattare all’oggi, all’oscuro degli uomini e alle prigioni mentali della politica che si fa mediazione del vuoto. Il Graal è la legittimazione del potere del buongoverno che può però essere data solo da chi gli effetti del buongoverno sente su di sé e sul corpo sociale cui appartiene. Ma ci può essere buongoverno, l’idea di un regno giusto, in una terra ancora legata, per via di molti uomini che la rappresentano e l’amministrano, al basso, all’oscuro, a sa presone? Nella linea di tensione manca(e lo diciamo dal basso noi che pure non siamo né ingenui né prudenti né stalinisti né settari anche se ostinati) un vero sentire che legittimi ai nostri occhi la gente della politica. Non sentiamo la terra rifiorire e non ci accorgiamo degli effetti del buongoverno. Il Graal è lontano e la nostra capacità visionaria è ostacolata da linee di strade e di piazze dense di disoccupati, da campagne abbandonate, da adolescenti che cercano la morte perché nessuno insegna loro come vivere, da alchimie di partito e di fazione che ripetono le costanti del dominio: quello da accettare e da imporre pur non essendo riusciti, i mediatori e gli impositori, a liberarsi dalle prigioni fisiche e mentali. Individuali e storiche. Ciononostante il Graal bisogna continuare a cercarlo. Se venisse meno l’idea della cerca, allora la terra continuerebbe a inaridire, l’oscuro a farsi più oscuro e i colori lividi dell’abbandono prevarrebbero sui toni della speranza. Che sì è tanto più radicata negli individui e nei popoli quanto più sono miseri e infelici, dice Giuseppe Rensi nella sua filosofia dell’assurdo. Ma è anche l’espoir senza la quale non muoverebbero i cercatori. Non per un improponibile città dell’oro ma per una più giusta città del sole.

2. George Steiner e l’omissione di una frase, un rigo appena
Questo lo lascio così com’era, datato al 2003. Aggiungo solamente che nel maggio scorso Garzanti ha pubblicato “Letture” di George Steiner, una raccolta di suoi interventi sul “New Yorker” . Ce n’è una, magistrale, sul “Giorno del giudizio” di Salvatore Satta.
Viatico d’estate non è solo il peso del sole. Esiste anche la leggerezza: da trovare magari in letture che rispetto a un cliché da spiaggia sono dette “impegnate”. A tal proposito ha fatto opera meritoria “Il Foglio” di lunedì 21 luglio nel riprendere quasi per intero il discorso fatto da George Steiner, “flâneur totale, topografo di tutte quante le nostre culture passate e presenti”, al conferimento del premio “Ludwig Börne”, nel maggio scorso, in Germania. Il “quasi per intero” comporta un’omissione, una frase, un rigo appena, nel giornale di Ferrara segnata con i puntini di sospensione tra parentesi quadre. Di quell’assenza, uno manco se ne accorgerebbe se non andasse a vedere l’originale, riportato per intero, con presentazione e traduzione di Angelo Bolaffi, nel numero 3 di “Micromega”. L’intervento di Steiner, magnifico, imperdibile, è preceduto da una altrettanto magnifica motivazione del premio fatta da Joschka Fischer, ministro degli esteri tedesco. Uno dei passaggi centrali del discorso di Steiner è la nostra presenza sulla terra. Ci dobbiamo considerare degli ospiti e come tali stare attenti, per quando andremo via, a lasciare la casa in ordine, perlomeno come l’abbiamo trovata. Questo senso dell’ospitalità viene rapportato ad avvertenze ecologiche così come intricato in passaggi storici che molto riguardano l’erranza, presupposto del sentirsi ospite. Steiner, nato nel 1929 a Parigi da genitori ebrei viennesi, “ha avuto la fortunata sorte”, dice il ministro Fischer, “di riuscire a sfuggire alla Shoah grazie alla lungimiranza politica del padre. Nel 1940 la famiglia lasciò l’Austria emigrando negli Stati Uniti”. Tutta l’opera di Steiner, diviso tra vecchio e nuovo continente, tra Cambridge e Ginevra, ma anche tra Algeria e Cina, è all’insegna dell’erranza poetica. È un apolide che nel continuo peregrinare del corpo e della mente mai perde il lumen che riattiva la “concezione umanistica dell’uomo”, per dirla ancora con Josckha Fischer. Nonostante gli orrori del Novecento, suo e nostro secolo, continua a sostenere la letteratura come organizzazione della speranza. Un impegno siffatto non può non proporci verità scomode. Dice George Steiner sul finire del suo discorso alla Paulskirche di Francoforte, indicando reali muri e ostacoli contro la speranza che oggi “in Europa è in trionfale ascesa un fascismo del denaro, del filisteismo e dei media”. È un passaggio consequenziale alla riflessione sulla “gettatezza” dell’uomo nella vita, la casualità che muove il fato, ma anche all’altro passaggio sul dovere di questo uomo “gettato” nel mondo di accettare come ospite lo “xenos”, lo straniero. Il fascismo e il filisteismo dei media aboliscono il senso del sentirsi ospite. Prosegue Steiner a proposito, nel rigo cassato dal “Foglio”, che “per tutto questo in Italia c’è un’espressione”. Fa rima con “filisteismo” e “fascismo”. È “il berlusconismo”.

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