La politica e gli sprechi

16 novembre 2007

Enrico Palmas

In una fase storica caratterizzata da una crescente domanda di equità sociale e dalla conseguente necessità di individuare misure idonee per limitare gli sprechi nelle pubbliche amministrazioni, mi pare urgente una seria riflessione sul problema dei costi della politica. Nell’impostarla, si rischia inevitabilmente di reiterare considerazioni talmente abusate da degenerare alla lunga nella banalità: tuttavia voglio correre il rischio, evitando di scadere nel peggiore degli inquinamenti che il dibattito ha, sino ad ora, subito: quello della retorica qualunquista. In questo senso, costituiscono una sorta di autentico inno al qualunquismo tutte le argomentazioni volte a gettare discredito sull’intera classe politica ed a sparare ad alzo zero sul sistema nel suo complesso. Inoltre, del pari inaccettabile risulta l’affermazione secondo cui il problema in questione si risolverebbe semplicemente operando cospicui tagli alle indennità di carica a tutti i livelli istituzionali. L’attività politica all’interno delle istituzioni, svolta nell’interesse generale, è funzione di alto profilo e deve essere adeguatamente retribuita, salvo non si ritenga che tale attività debba essere appannaggio esclusivo di una ristretta categoria di cittadini abbienti, in barba ai più elementari principi democratici affermati dalla Costituzione. Non tutti i “costi” che la politica determina costituiscono, per ciò stesso, “sprechi”. Tuttavia, il problema esiste e merita di essere affrontato: ed allora, la sua analisi non può che basarsi sulla considerazione in forza della quale, accanto alle pur ricche indennità di funzione dei nostri rappresentanti nelle istituzioni, ed agli ineliminabili costi, esiste un sistema seminascosto di privilegi ed incarichi di sottogoverno (lautamente) retribuiti, il cui sostentamento non apporta alcun beneficio alla comunità. In quest’ottica – e solo per citare un caso a noi vicino nel luogo e nel tempo – colpisce la recente deliberazione (licenziata con voto unanime) della Giunta municipale di Cagliari, volta a favorire l’ingresso nell’amministrazione comunale di 11 (per la verità sarebbero 13, se 2 componenti dell’esecutivo non avessero dichiarato di voler rinunciare alla nomina di propria competenza…) nuove “figure professionali” di sostegno alla faticosa opera istituzionale degli Assessori. Si tratta di personale “a chiamata”, di strettissima fiducia di ognuno di essi. Ora, la domanda è: c’era davvero bisogno di queste nomine? Forse la struttura degli assessorati si trova in una condizione di grave carenza di personale, tale da impedire il regolare funzionamento dell’apparato? Ma se così fosse, non sarebbe stato forse opportuno bandire pubblici concorsi per assumere definitivamente personale realmente qualificato (e non solo dal gradimento personale e politico dell’Assessore)? E le ricordate “assunzioni”, non violano forse il tanto sbandierato “patto di stabilità interno” che, di recente, ha impedito e continua ad impedire l’approvazione di alcune misure davvero utili alla collettività? E, ciò che più colpisce, è che tale delibera collide apertamente con lo smisurato aumento di tributi comunali (è il caso della T.A.R.S.U.), indicativo delle impellenti necessità di cassa che la Giunta Floris si trova a dover fronteggiare alla vigilia della discussione sul bilancio. La risposta a tali quesiti probabilmente ci consegnerebbe la consapevolezza dell’esistenza di un’emergenza democratica. È il tema della «nuova questione morale» che, com’è noto, è stata di recente affrontata nel saggio scritto a quattro mani da Cesare Salvi e Massimo Villone, ai quali deve essere ascritto il merito di aver contribuito a (ri)aprire il dibattito su un tema tanto sentito. Alla luce dei fatti, tuttavia, la «questione morale» nel nostro Paese, lungi dall’essere «nuova», è drammaticamente la stessa di sempre e conferisce sempre maggiore attualità all’intuizione dell’indimenticato Enrico Berlinguer, il quale, già nel lontano 1981, dichiarava ad Eugenio Scalfari: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”». Si parva licet componere magnis, l’analogia con l’attuale sistema è innegabile. A proposito, non sono davvero troppi 86 consiglieri regionali più 12 assessori? E che beneficio trae la comunità cagliaritana dal fatto che l’attuale Giunta comunale si farà carico di 11 nuovi contratti da circa 26.000,00 euro lordi l’anno ciascuno?

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