I numeri dell’immigrazione

7 agosto 2017

Maria Lai – tracce di un dio distratto

Mimmia Fresu

Bisogna ammettere che il razzismo ha fatto registrare un’avanzata quasi incontrastata e si giova ancora adesso del silenzio del mondo della cultura, delle convenienze e pusillanimità della politica, veicolato da una stampa irreggimentata e superficiale. Razzismo che sembra derubricato come reato e convenientemente fatto passare come libertà di opinione. Ne sono testimonianza la violenza xenofoba esibita sui social network, che trova continuità con il voto razzista del consiglio regionale sull’emendamento che esclude le strutture che accolgono migranti dai finanziamenti pubblici per il turismo; e peggio ancora gli attentati ai centri di accoglienza, a completamento della barbarie. Una visione dell’immigrazione vissuta sul terreno della speculazione ideologica, terreno dove, oramai, la politica gioca le sue fortune elettorali. Speculazione ideologica che fa leva sulla disinformazione e sugli stereotipi negativi del binomio immigrazione ed accoglienza. Occorre ragionare su questa piaga che sta pervadendo la nostra società, con una recrudescenza preoccupante, specialmente dietro la copertura  della crisi economica in cui la paura del futuro spesso ci fa andare a caccia di colpevoli, trovandoli nei mondi più fragili.

Una maggiore informazione su questa materia toglierebbe spazi enormi alla strumentalizzazione politica e ai fabbricatori dell’odio. Dati che, se godessero di stampa amica, eviterebbero all’opinione pubblica giudizi fondati sull’ignoranza. Serve più cultura e manifestazioni di pensiero basati su dati reali. Succintamente ne riporto alcuni: sono poco più di 5 milioni gli stranieri residenti in Italia, pari al 8,3% della popolazione totale. In Sardegna poco più di 47 mila, appena il 2,8% della popolazione regionale, meno dell’1% di tutti gli stranieri residenti in Italia. Cittadini provenienti da tutti gli angoli della terra, persone che lavorano, producono, studiano. Persone che oltre a salvarci dalla bancarotta demografica, nel 2015 hanno prodotto 127 miliardi di ricchezza; stranieri che realizzano il 9% del PIL nazionale proveniente dal lavoro dipendente di circa 2 milioni e mezzo di immigrati e dalle oltre 600 mila aziende con titolare straniero. Un gettito finanziario che viene da lavoratori il cui reddito medio annuo è di 6 mila euro in meno rispetto a un lavoratore italiano.

Tradotto vuol dire che uno cittadino immigrato per percepire la stessa retribuzione di un italiano dovrebbe lavorare 80 giorni in più all’anno. Lavoratori stranieri che nel 2015 hanno versato 6,8 miliardi di Irpef e oltre10 miliardi di contributi Inps. Immigrati che complessivamente hanno versato nelle casse dello Stato 16 miliardi e 500 milioni di euro e lo Stato per far fronte ai loro bisogni di welfare, sanità, scuola più i costi dell’accoglienza, ha speso 12 miliardi e 600 milioni di euro; significa che nelle casse dello Stato si è registrato un utile di 3 miliardi e 900 milioni di euro. In Sardegna, ad esempio, nello stesso anno, l’Inps, per pagare tutte le pensioni ha erogato 4 miliardi e 223 milioni, ma dai contributi ha incassato solo 1 miliardo e 818 milioni (24mila sono i contribuenti stranieri), ciò evidenzia che oltre la metà (2,5 miliardi di €) del fabbisogno pensionistico dei sardi è pagato da trasferimenti statali, e cioè, compensati dai contributi che nazionalmente sono versati dai cittadini immigrati. Dati che andrebbero raccontato a molti nostri amministratori, anche dicendo loro che le attività di accoglienza presenti nel territorio regionale, di sicuro i dodici Centri dell’oristanese coordinati dalla Comunità Il Seme di Santa Giusta, non sono una iattura.

Essi, potremmo dire, rispondono a criteri umanitari e civili, a leggi dello Stato e di diritto internazionale, ma c’è dell’altro, c’è una lettura diversa finora sottovalutata o detta a mezza voce. Con la loro attività, questi Centri, stanno sviluppando una nuova forma imprenditoriale che si sta rivelando utile non soltanto a rimettere in attività, riconvertendole, molte strutture turistiche inattive o comunque divenute antieconomiche, recuperando capitali immobiliari che accumulavano passività. Non solo: questa attività di accoglienza, si traduce in occupazione. Attività che attualmente sta consentendo a 62 giovani qualificati di quel territorio di avere una busta paga, dipendenti diretti, quindi senza considerare l’indotto.

Attività di accoglienza riferita ai dodici Centri con una platea di circa 450 ospiti, che produce un fatturato annuo pari a 5 milioni e mezzo di € che alimenta l’economia del territorio; che si traduce in investimenti, in acquisti di beni di consumo. Un flusso finanziario che fornisce un contributo sostanziale alle scarne risorse dei nostri paesi, comunità, tra l’altro, in lotta per frenare la deriva dello spopolamento. Esercizio questo dell’accoglienza che si annovera tra le più robuste realtà imprenditoriali dell’area di Oristano: 27simo posto per fatturato, tra le prime 10 per numero di dipendenti. Sul versante dei richiedenti asilo si tratta di un modello di accoglienza con peculiarità gestionali che crea lavoro specialistico, in un settore che mette insieme solidarietà, politiche sociali, servizi alla persona, formazione, incremento demografico e culturale, e forse persino predispone alla riapertura di qualche scuola, chiusa per mancanza di alunni.

Un sistema di accoglienza che si inserisce a pieno titolo fra le attività che generano sviluppo economico e integrazione sociale. A coloro che, invece, liquidano questa emergenza umanitaria con un liberatorio: “aiutiamoli a casa loro”, rispondiamo che lo abbiamo già fatto, ecco due esempi: l’Ue per aiutare i Paesi sottosviluppati ha fissato la quota minima a 0,70% del PIL per i Paesi membri; quota che pochi in Europa hanno raggiunto nella pratica; l’Italia ad esempio, si è fermata allo 0.16%, quota al disotto persino degli  “aiuti” inviati sotto forma di rimesse degli immigrati presenti in Italia (0,31%). L’Università di Torino e l’Ong “Terre solidali” sono riuscite a creare venti posti di lavoro con un microcredito di 25 mila euro a sostegno di iniziative imprenditoriali stabili affidate alle donne in Niger, Paese chiave nel traffico di migranti verso la Libia. Venti posti di lavoro sono 20 famiglie africane: 140 persone che non avranno bisogno di emigrare.

Facciamo ora due conti prendendo ad esempio la super tangente di un miliardo e 28 milioni di euro incassata da politici e faccendieri nella confinante Nigeria, di cui è accusata l’Eni per il giacimento di petrolio Opl-245. Con un impiego onesto di quella cifra, i soldi di Eni avrebbero potuto creare 822.400 posti di lavoro nella regione; 5.756.800 persone che non avrebbero avuto bisogno di trovare un posto su un barcone. Siamo così arrivati al nucleo della questione. Siamo il Paese dell’invasione? No! La Svezia ospita 23 rifugiati ogni1000 abitanti; la Norvegia 11,4/1000; l’Austria 10,7/1000;  la Svizzera 10/1000; la Germania 8,2/1000; e in fondo alla classifica troviamo l’Italia con 2,6 rifugiati ogni 1000 abitanti. Italia che non può fare a meno degli immigrati, ma si mostra avara di diritti, dallo ius soli al diritto di voto, e anche qui la politica tace sul fatto che in quanto popolazione residente, gli immigrati gonfiano la torta dei seggi da spartire, soprattutto al Nord dove vive più di un terzo degli stranieri, la Lombardia in particolare.

A  conti fatti, la popolazione straniera conferirebbe potenzialmente almeno 41 seggi alla Camera e 23 al Senato. Sia alla Camera sia al Senato, questi seggi vengono letteralmente sottratti a coloro che non hanno diritto di voto, a tutto vantaggio del potere elettorale dei partiti che si spartiscono il bottino. Più della politica ci sarà bisogno di cultura per affrontare i profondi mutamenti delle nostre società, perché saranno necessari nuovi strumenti di gestione, ma soprattutto avremo bisogno di capacità di comprensione che ci facciano vedere le diversità come opportunità.

Perché senza la riscoperta di parole d’ordine come solidarietà, lavoro, diritti e legalità, i fenomeni migratori non scompariranno, semplicemente resterebbero ingovernati. Questa impresa occorre attrezzarla di una nuova etica delle responsabilità, partendo da una più stretta alleanza tra cittadini, le istituzioni, la scuola, il sistema produttivo e il mondo del volontariato sociale. Spetta poi alle istituzioni tradurre questa nuova etica in atti che garantiscano l’esercizio dei diritti. Spetta alle istituzioni, ai vari organi amministrativi, trasformare i valori della solidarietà in politiche.

Mimmia Fresu è il coordinatore politiche sociali e servizi per l’immigrazione, Cooperativa/Comunità Il Seme, Santa Giusta (Or).

 

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