Riflettori sul Maghreb

1 marzo 2011

Pierluigi Carta

Il 2011 verrà ricordato come “l’Anno delle rivoluzioni arabe”, o con un altro epiteto accattivante che solo le mirabolanti semplificazioni dei politologi riescono a produrre. Qualcuno ha provato a proporre l’analogia col ’68, ipotesi che potrebbe calzare, sennonché l’ondata rivoluzionaria di allora trovò la sua spinta in un’università d’elite del paese più avanzato del mondo, mentre oggi sono le persone dei paesi in sviluppo moderato ad alzare la voce, e ciò incute molto più timore. Mette paura sia ai governanti delle nazioni in fiamme che ai nostrani, i quali viaggiano ormai col dito sul grilletto. Nessuno spari sulla Berkeley University ma aprite pure il fuoco per 18 giorni su piazza Tahrir. Le richieste della folla in rivolta sono le solite: riforme, diritti civili e politici, libertà ed uguaglianza sociale, uscita dall’oscurantismo dittatoriale. Gli attori son gli stessi, studenti e lavoratori. Ma la carne da corteo questa volta è d’altro tipo e i fatti confermano che chi marcia per i suoi diritti, a sud o a est del Mediterraneo, diventa carne da cannone. Durante il 1968, crocevia di eventi storici tragici e gloriosi, nasceva anche il primo nucleo di cineasti palestinesi, la Palestinian Cinema Uinit, in Giordania, con Hani Jawahiriya, Sulafa Jadallah –prima donna araba alla cinepresa- e Mustafa Abu Ali.  Hanno usato il cinema come un’arma capace di contrastare il tentativo di Israele di cancellare la loro terra e la memoria storica del suo popolo, e hanno capito che una pellicola ha un raggio d’azione più esteso che un qassam. No alla resa fu il loro primo esempio documentaristico, e due anni dopo produssero Con l’anima e con il sangue, un atto di accusa dei massacri dei profughi palestinesi da parte del governo giordano. Son trascorsi 40 anni e le tematiche sulle quali viaggia la documentaristica arabo-palestinese sono identiche: resa, sangue, oblio. Perché ciò è la malta con la quale si fermano i mattoni della nuova società de “l’arcipelago palestinese”. L’associazione Amicizia Sardegna Palestina di Cagliari, durante la terza settimana di febbraio, ha organizzato il nono Doc Film Festival Al Ard, in collaborazione con l’associazione studentesca I  Cedri. Grazie al bando internazionale di partecipazione hanno raccolto 32 documentari prodotti da registi di tutto il mondo incentrati sul mondo arabo in generale e sulla situazione palestinese in particolare. Gli schermi della sala Nanni Loy hanno visto opere di impatto come Gaza Hospital, Inshallah Beijing!, e Gaza Strophe di Samir Abdallah e Kheridine Mabrouk, il quale ha vinto il premio Al Ard a Cagliari e negli scorsi mesi, ha sollevato una polemica accesa tra France Tv –che aveva inserito il documentario nel palinsesto- e la lobby ebraica francese –che è riuscita ad impedirne la pubblicazione sulla tv pubblica-. Durante le cinque giornate i registi e gli organizzatori, tra cui il poeta palestinese Ibrahim Nasrallah, hanno avuto l’opportunità di gridare all’opinione pubblica isolana, ancora una volta, la tragedia che si consuma ai bordi del nostro mare. Ma durante questo febbraio, la Palestina ha cessato di essere l’elemento di tragicità più impellente nel mondo arabo. Il regista Samir Abdallah è egiziano, e ha comunicato durante il dibattito notizie fresche dalla sua nazione: il popolo egiziano è con i fratelli palestinesi, e stanno organizzando un’altra marcia nel nord dell’Egitto verso i cancelli di Gaza, per domandare al regime di transizione militare l’apertura dei confini. Ma i dibattiti che più premevano ai partecipanti, erano principalmente incentrati sul focolaio di rivoluzioni che divampa dall’Africa settentrionale allo Yemen. La Palestina può essere la chiave, o meglio il grimaldello, capace di scardinare le coscienze da una parte all’altra delle porte dell’Europa. La reazione ad un crimine di tali proporzioni, potrebbe fungere da legame tra gli odierni movimenti sociali arabi e le popolazioni europee. Le notizie provenienti dalle nazioni in rivolta, accendono anche l’opposizione in Iran, guidata da Mehdi Karoubi e Mir Hossein Moussavi. Le strade di Teheran sono di nuovo in fermento dopo la “Rivoluzione Verde”, in Bahrein l’opposizione sciita tenta di smuovere la situazione politica in senso democratico. Le piazze di Aden hanno ospitato per diversi giorni migliaia di yemeniti che chiedono le dimissioni del presidente Ali Abdallah Saleh. le strade si riempiono anche in Mauritania e in Iraq, in Marocco, nel Kuwait e in Giordania.  Il ruolo di ago della bilancia è passato ora alla Libia, e il numero dei morti sembra aumentare da paese a paese. In Egitto si son superati i 100 morti e in Libia si parla di 10.000 vittime, mentre gli squadroni della morte di Gheddafi continuano a disseminare di morti la nostra “quarta sponda”. Il leader, secondo il nostro primo ministro, -evidentemente non riesce più a mantenere il controllo della situazione-, come se si stesse parlando di un’ospite dal polso malfermo nei confronti di una torma di invitati scatenati. La piramide di cadaveri di questi ospiti sregolati, cresce col passare delle ore e Gheddafi sta asserragliato nella sua caserma a Tripoli, dalla quale escono solamente le camionette in formazione per spazzare le strade sparando a vista sulla folla. Né Frattini né Berlusconi si sbilanciano e non perdono il loro bon ton diplomatico nei confronti del carnefice, d’altronde solo un regime di cioccolatai come il nostro può vantare un premier che si dice grande amico di un capo di stato che bombarda coi caccia la sua stessa popolazione. Viviamo in un’epoca forse unica in tutto l’arco della storia, la globalizzazione e la copertura mediatica totale hanno accorciato le distanze tra un punto e un altro del globo, anche in termini emotivi. Il sottile senso di schizofrenia che può cogliere gli spettatori di un documentario sui prigionieri di Gaza, in questi giorni di febbraio che porta gli echi degli spari dalla Libia e dall’Egitto, non deve spaventare. Il cinema e la narrativa sono un’attività sovrastrutturale che può non avere alcun effetto pratico immediato, ma che contribuiscono a creare una memoria storica critica e una testimonianza efficace. Se il popolo palestinese troverà un giorno la sua libertà, ciò sarà merito anche di registi come Samir Abdallah, Giulia Amati e Stephen Natanson (This is my land … Ebron) e di scrittori quali Ibrahim Nasrallah. George Orwell non ha mai sparato ad un nazista ma c’è chi dice che il suo modesto contributo sia riuscito comunque a darlo; i sessantottini non riuscivano a guardarsi allo specchio per tutto quel napalm nelle foreste del Vietnam; e oggi noi ci troviamo un po’ a disagio e quasi invidiosi, all’ombra dei manifestanti del Maghreb. Milioni di giovani si stanno facendo sparare addosso per acquisire dei diritti e delle libertà che noi italiani stiamo perdendo. Ma son sicuro che qualche geniale regista nostrano riuscirà a cogliere ancora una volta un quadro realistico e significativo della disperazione di quei popoli.

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