Il capo dello stato con le spalle al muro

6 maggio 2018
[Massimo Villone]

Il governo tecnico. Mattarella, dopo aver rifiutato l’incarico a uno dei due soggetti vincenti (Lega e M5S) per la mancanza di numeri certi in parlamento, si troverebbe a mandare alle camere un governo quasi certamente privo di quegli stessi numeri, e per di più sostenuto dai perdenti (Pd e Fi)

Can che abbaia non morde. Questa è la sintesi di una direzione Pd aperta nel segno della sommossa annunciata, e chiusa con la vittoria di Renzi per abbandono della esangue minoranza. È la sola possibile lettura di Martina plenipotenziario precario e licenziabile ad nutum, e della confermata linea aventiniana. L’effetto collaterale – certo non inconsapevole – è che Mattarella è definitivamente con le spalle al muro.

Le coordinate costituzionali che il Quirinale deve osservare sono essenzialmente due. La prima: l’incarico va conferito a chi ha prospettive di avere la fiducia in parlamento. La seconda: il capo dello Stato non può a tal fine agire attivamente per costruire una maggioranza parlamentare a lui gradita. Può al più esercitare una moral suasion affinché le forze politiche si attivino, ed esercitare i suoi poteri per creare condizioni favorevoli a che lo facciano. Fin qui, Mattarella ha seguito i canoni con i due mandati paralleli a Casellati e Fico.

Ora, però, per i veti contrapposti si affaccia con forza l’ipotesi di un governo del presidente. La domanda è: tecnico o di tregua che dir si voglia, potrebbe avere la fiducia in parlamento? Va chiarito che per il voto di fiducia basta che i sì superino i no, pur rimanendo una minoranza rispetto ai componenti dell’assemblea. In tal caso il governo è nella pienezza dei poteri, pur non avendo una maggioranza stabile nei numeri parlamentari.

Se vincono i no, è obbligato alle dimissioni.

Dunque, è una questione di numeri. Fin qui, il Pd ha dichiarato la sua disponibilità a sostenere un governo del presidente. M5S e Lega hanno invece dichiarato la propria contrarietà, ed è comprensibile. In specie dopo il voto in Friuli, nessuno dei due soggetti politici ha interesse a farsi cuocere a fuoco lento nel sostegno di un governo comunque di altri. Se votassero entrambi contro la fiducia, la partita sarebbe chiusa senza tempi supplementari, dal momento che – sommati – hanno oltre 340 voti nella Camera e oltre 160 in Senato. Si sussurra che il Quirinale spererebbe nella non partecipazione al voto. Ma se anche la Lega fosse disponibile – e questo sembrerebbe escluso dalle ultime dichiarazioni di Salvini – sarebbe indispensabile aggiungere a quelli del Pd i voti favorevoli di Fi per superare – forse – il no di M5S. Saremmo al Renzusconi, e alla prova dell’inciucio. Saremmo alla vittoria dei perdenti nel voto del 4 marzo, e al tradimento della volontà espressa dal popolo sovrano. È del tutto improbabile che Salvini lasci questa arma nelle mani di M5S, e in ogni caso l’accusa verrebbe inchiodata sul Capo dello Stato. Una posizione difficilmente sostenibile. E un governo non già di tregua, ma di scontro permanente.

È improbabile che un governo tecnico ottenga la fiducia. E Mattarella, dopo aver rifiutato l’incarico a uno dei due soggetti vincenti (Lega e M5S) per la mancanza di numeri certi in parlamento, si troverebbe a mandare alle camere un governo quasi certamente privo di quegli stessi numeri, e per di più sostenuto dai perdenti (Pd e Fi). Questo per fare una legge di stabilità volta – ulteriore motivo di polemica contro il Capo dello Stato – a compiacere i partner europei.

Si può mai aggiungere a tutto questo il carico di una modifica della legge elettorale? È forte la pressione per un sistema che dia una maggioranza certa, attraverso un ballottaggio e/o l’attribuzione di un premio. Ci si inchioda a un bipolarismo forzoso che non è più aderente alla realtà politica del paese. Chi coltiva sogni macroniani dovrebbe poi considerare che Macron ha concluso vittoriosamente la sua marcia sul parlamento, ma è pur sempre minoranza in un paese che ora marcia contro di lui. E rimangono gravi i dubbi sulla costituzionalità di innestare un premio o un ballottaggio sul Rosatellum.

Mattarella ha il potere di mandare in parlamento per la fiducia un governo di tecnici. Ma non potrebbe mantenerlo artificialmente in vita a lungo, se sfiduciato. Il ritorno alle urne sarebbe comunque inevitabile. E non è utile il precedente di Monti, una fase del tutto diversa, e altri gli attori.

Una crisi di bassa qualità, con un eccesso di smanie, di insulti, di personalismi. Il punto è che fare un governo – e persino un governicchio – è un’arte, e non un mestiere.

[Pubblicato su Il manifesto]

1 Commento a “Il capo dello stato con le spalle al muro”

  1. Gianni scrive:

    La data dell’articolo (6 maggio) dice molto. Il 7 maggio il Presidente Mattarella (Santo subito) ha detto all’incirca: “governo (neutrale) di funzionari, visto che all’orizzonte non appare un governo politico con i numeri in parlamento, qualora qualcuno si facesse vivo con i numeri i funzionari toglierebbero il disturbo”. Più chiaro di così.
    Quelli contrari evitano di parlare del governo Gentiloni che senza la decisione del Quirinale gestirebbe le elezioni, riservandosi così la possibilità di speculare in campagna elettorale sulla permanenza in carica di un governo politico della parte sconfitta nelle elezioni del 4 marzo.

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