Il cinema racconta i lavoratori

16 giugno 2010

zanda

Antonello Zanda

I recenti film “Cattedrali di sabbia” di Paolo Carboni, “Sole nero” di Daniele Atzeni e “Oil” di Massimiliano Mazzotta sono gli ultimi lavori che sottolineano un’attenzione dei filmaker sempre più focalizzata sulla crisi che ha colpito il mondo del lavoro e sulle storie dei lavoratori, che sono i veri protagonisti di questo difficile momento.
A guardarli – quei visi segnati da una storia di lavoro fortemente carica di investimenti personali, di echi collettivi, di partecipazione storificante – si riconoscono nelle loro espressioni quei depositi di speranze, aspettative, progetti, destini che il lontano progetto di Rinascita della Sardegna non è mai riuscito a concretizzare, a far emergere dalla solitudine di un’economia frammentaria e introversa. Quei visi rimandano a una collettività delusa e tradita, ma non senza la responsabilità che ciascuno sente. Il cinema, in questi anni che il lavoro è drammaticamente scomparso dalle strategie politiche dei partiti (ma non dalle loro chiacchiere), ha guardato con sempre maggiore attenzione alle storie dei lavoratori, cercando di restituire la parte meno rappresentata della loro vita, quella personale, emotiva, interiore. Perché la crisi economica attuale taglia appunto le gambe ai progetti di vita. Questa Sardegna annichilita da un capitalismo volgare – ammesso che ne possa esistere uno non volgare – nella sua voracità iniqua e implacabile, trova voce nello sguardo di un gruppo di autori di cinema, sardi e non sardi, che da anni cerca di dare visibilità a questi lavoratori che nella solitudine della loro vicenda privata portano il testimone di storie comuni a decine, centinaia, migliaia di altri lavoratori. Storie difficili perché sono storie che annodano spesso sofferenza, precarietà, sfruttamento, insicurezza, cassa integrazione, disoccupazione e tutto il resto che c’è invischiato. Difficile restare indifferenti a tutto questo. Difficile sottrarsi alla sequenza inesorabile di domande e problemi che queste storie richiamano fino ad urlare. Il film di Carboni porta alta luce lo sradicamento che l’industria ha causato nelle persone e nelle culture (e in fondo le due cose non si possono separare). Il viaggio di Carboni tocca Macchiareddu, Portovesme, Ottana, Portotorres e Macomer e fa parlare chi ha vissuto la crisi sulla propria pelle, chi si è svincolato (per forza o per scelta) da quei progetti industriali e ha tentato altre strade, un ritorno al passato o una deviazione, fosse anche una nuova strada. Atzeni si ferma a Porto Torres e tocca il nodo dilemmatico dello sviluppo a tutti i costi, anche al costo della salute e della vita di chi lavora. Mazzotta guarda oltre la crisi, dove l’apparenza nasconde rivelazioni. La Saras prospera nei profitti e caccia sotto il tappeto sospetti, malattie e ipocrisie. Da tutti i film emerge una politica industriale fallimentare, che ha mangiato soldi pubblici e impedito economie alternative. Ma è questo lo spirito del capitalismo neoliberista: quando le cose vanno bene i profitti si dividono tra i padroni, quando le cose vanno male i costi si dividono tra i lavoratori. Il capitalista quando vuole ed è necessario sa essere anche “socialista” perché socializza i suoi errori. I tre autori disegnano lo stesso orizzonte con percorsi e storie diversi. Ma c’è un segno di resistenza, di dignità che non viene meno, quella stessa che segna i volti dei lavoratori della Vinyls all’Asinara e dei precari dei call center. C’è simbolicamente rappresentata nella immagine finale di “Cattedrali di sabbia” – variante espressiva “modernista” della più ricorrente figura “cattedrali nel deserto”: perché nello scenario che è venutosi delineando in questi anni c’è una consapevolezza culturale dei sardi che si pone come la pietra miliare su cui ricostruire un percorso alternativo, e non è certo il deserto di un’economia premoderna ad essere prefigurata da un mancato sviluppo e da un progresso inceppato. C’è nel silenzio degli occhi dei parenti degli operai morti sotto il “Sole nero” a Porto Torres, che tiene fisso lo sguardo all’utopia di una giustizia del tempo, che mette in discussione un modello di sviluppo che tiene sotto ricatto i lavoratori, costretti ad accettare di convivere con il pericolo per la propria salute pur di lavorare. E c’è nella rabbia montante dentro la comunità sarrochese, anche lei costretta a subire in silenzio l’ipocrita benevolenza industriale dei Moratti, sordidamente sbandierata a beneficio di una comunità tenuta all’oscuro dei rischi, delle implicazioni negative per l’ambiente, ingannata da un’apparente cornice di sicurezza che in realtà è finalizzata a creare una nebulosa di finte certezze. Sono tre film che bisognerebbe mostrare nelle scuole perché raccontano una storia sbagliata, o perlomeno un progetto di rinascita pensato sull’astratta e “pulita” meraviglia della chimica, su progetti industriali con le gambe corte e sulla cancellazione delle possibilità di sviluppo legate alle risorse locali (culturali e ambientali). Una storia che nei libri è mistificata quando non è assente.

1 Commento a “Il cinema racconta i lavoratori”

  1. Lilli Pruna scrive:

    Bellissimo. Grazie, Antonello, per questo racconto indignato e dolente.

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