Il decreto Minniti contro i poveri e i migranti

16 aprile 2017

Liu Bolin, Migrants, 2015

Gianfranca Fois

Siamo alle solite! Ancora una volta si coniuga la sicurezza con la migrazione. I nostri ministri ripercorrono strade fallimentari, soluzioni vecchie e superate, insomma il governo si dimostra incapace di affrontare con intelligenza, capacità, competenza le sfide del mondo contemporaneo e cioè riuscire a risolvere quanto succede avendo come bussola il rispetto dei diritti e della dignità delle persone.

Il decreto Minniti (approvato nei giorni scorsi) anzitutto affronta ancora l’arrivo dei migranti come fosse un’emergenza e non una situazione che dura da 20 anni e che ha subito un’impennata già dal 2011. Con l’intento poi di accelerare la risposta ai richiedenti asilo il decreto istituisce 26 sezioni specializzate con magistrati preparati sull’argomento. Alcuni giuristi sostengono che si tratterebbe di una norma anticostituzionale perché la nostra Costituzione (art.102) vieta tribunali speciali, e che, data la portata del fenomeno, sarebbe meglio che tutti i magistrati, magari con l’ausilio di persone competenti, si occupino della questione.

Ancor più grave è l’abolizione della possibilità di ricorso alla negazione del diritto d’asilo. Questa introduce un vulnus al principio di uguaglianza perché non si riconosce ai migranti il secondo grado di giudizio previsto negli articoli 111 e 113 della Costituzione. Inoltre la decisione sulla concessione verrebbe presa ascoltando il richiedente, privo di assistenza legale, tramite un video registrato dell’audizione della Commissione territoriale, senza che il giudice possa fare domande. Si tratta di persone spesso gravemente traumatizzate che nella loro fuga hanno subito ogni sorta di abusi e violenze, senza contare quanto hanno affrontato in patria. La mancata presenza di un avvocato non garantisce inoltre la tutela dei diritti del richiedente.

Vengono poi istituiti i nuovi Cie, ora Cpr (Centri di permanenza e rimpatrio), che accoglieranno migranti cui viene negata l’accoglienza in attesa dell’espulsione. C’è già stato un accordo con la Libia, che però Tripoli pare aver respinto, e altri sono auspicati. Questa decisione cozza però con l’articolo 10 della nostra Costituzione. Infatti i paesi di provenienza dei richiedenti asilo sono paesi in preda a guerre, dittature feroci, persecuzioni politiche o religiose.

I Cpr saranno uno in ogni regione, lontano dai centri abitati e possibilmente vicino o dentro gli aeroporti. Le associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, e la stessa Corte costituzionale, hanno spesso segnalato come i Cie siano luoghi dove si calpestano i diritti e la dignità degli uomini e i nuovi sono impostati allo stesso modo con spazio quindi ad abusi di ogni sorta.

Come si vede manca la capacità di pensare e programmare piani nuovi, diversi e più efficaci per le persone in attesa di espulsione. Inoltre si prevede un’unica procedura sia per chi ha alle spalle crimini e carcere sia per i lavoratori privi del permesso di soggiorno, lasciando così campo libero al lavoro nero e allo sfruttamento.

Oltretutto, secondo gli esperti, si tratta di norme di nessuna utilità pratica ma che accentuano stati di marginalizzazione e aumenti dei costi. Questo atteggiamento regressivo e di destra connota purtroppo anche la fase dell’accoglienza. Manca ad esempio una strategia per il coinvolgimento dei cittadini nella risoluzione della questione migranti. Vengono prese e calate dall’alto con freddezza burocratica decisioni che creano tensioni spesso evitabili.

All’inadeguatezza o malafede della politica si associa inoltre quella dell’informazione che lungi dal narrare in termini corretti e non stereotipati la vicenda della migrazione fa uso o di un linguaggio di incitamento all’odio o, nel migliore dei casi, decontestualizza avvenimenti e persone, non fornisce chiavi di lettura per comprendere, non valorizza ad esempio la diversità o la ricchezza del confronto con gli “altri” per una scoperta reciproca, non racconta le tante esperienze positive in atto nel nostro paese, o nel resto d’Europa, sul tema dell’accoglienza ai migranti. Insiste anzi sugli episodi di xenofobia senza nemmeno indagare le cause delle migrazioni.

L’occidente, un tempo convinto di essere il padrone del mondo ma ora insicuro e precario di fronte ai cambiamenti epocali che delineano nuovi assetti di potere, classi sociali e organizzazione del lavoro e profonde disparità economiche, manifesta la tendenza a difendersi richiamando identità, tradizioni che escludono. Dimenticando che l’Europa si è costruita nei secoli con spostamenti di persone, idee, costumi, confini diversi e non esistono identità date una volta per tutte.

Perciò molti tendono a trovare un capro espiatorio nei migranti, nei Musulmani o nei Rom, come un tempo accadeva per gli Ebrei, anziché lottare per una maggior democrazia che includa e renda partecipi tutte le persone che si ritrovano a vivere in uno stesso territorio per richiedere insieme una migliore qualità della vita e il rispetto dei diritti al lavoro, all’istruzione, alla salute… Diritti che si stanno restringendo per tutti, non solo per i migranti.

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