Il mare non bagna Nuoro

16 Ottobre 2008

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Mario Cubeddu

Era inevitabile che la moda letteraria degli scrittori sardi producesse delle opere di analisi delle condizioni attuali dell’isola. La Sardegna conserva nonostante tutto una sua diversità agli occhi del mondo. E poiché il lettore italiano ed europeo sembra una volta tanto  attento a cogliere le novità culturali e artistiche che da là provengono, due case editrici hanno deciso di puntare su  opere che parlano della Sardegna di oggi. Nel 2008 sono così usciti In Sardegna non c’è il mare di Marcello Fois da Laterza e Viaggio in Sardegna di Michela Murgia presso Einaudi. Poco importa sapere se le opere nascono da una commissione, da una sollecitazione editoriale, o esprimono l’urgente necessità degli autori di chiarire a se stessi e al mondo le proprie idee sulla Sardegna. E’ decisamente più interessante vedere in che modo due autori sardi affrontino il discorso sulla nostra isola o un genere, quello del resoconto di  viaggio, che è stato in passato coltivato da scrittori “stranieri” che volevano comunicare il risultato del percorso alla scoperta di un mondo. Anche se il viaggio era durato spesso solo pochi giorni. La Marmora, Bresciani, Lawrence, Vittorini, Carlo Levi, Junger; il genere si esaurisce prima degli anni Sessanta e della “catastrofe antropologica” determinata dalla modernità e dalle scelte politiche della classe dirigente sarda.  A partire dagli anni della “Rinascita” la Sardegna sembra richiamare l’attenzione del mondo culturale italiano solo in relazione al banditismo. E’ forse a questo nuovo occhio estraneo, che si esprime ora con le indagini giornalistiche e il cinema, che si deve l’immagine dominante della  Sardegna a partire dalla seconda metà del Novecento: sempre più, se non esclusivamente, “del malessere” e barbaricina. Ora sono due sardi ad assumersi il compito di raccontare la Sardegna contemporanea. Marcello Fois con In Sardegna non c’è il mare sembra quasi riprendere, invertendo i termini, il titolo, Il mare non bagna Napoli, dell’opera fondamentale di una grande scrittrice,  Anna Maria Ortese. Non sappiamo se la cosa sia voluta, o se si tratti di un’eco involontaria.  Certo l’assenza del mare in Sardegna non va intesa in Fois solo come riferimento alla decantata avversione per il luogo da cui arriva il nemico invasore, o per il carattere appartato, da nido di corvi, dei paesi sardi. La tensione morale che accomuna le due opere non arriva però a far condividere una medesima interpretazione del termine “mare”. Per la Ortese dovrebbe accompagnarsi al sole e alla luce. La sua assenza coincide con “Il silenzio della ragione” in cui trova immersi gli intellettuali napoletani nei primi anni ’50 (la prima edizione è del 1953). Tra quei giovani che aveva lasciato qualche anno prima per trasferirsi a Milano l’unico di cui Anna Maria Ortese riconosce la coerenza nella passione civile e nell’impegno culturale è un giovane sardo, Pasquale Prunas. Questa figura di intellettuale, della generazione di Luigi Pintor e di Nanni Loy, il cui nome è oggi praticamente sconosciuto in Sardegna, “si arrovellava e struggeva pensando cosa si poteva fare per questa grande ammalata [Napoli], che pure gli era estranea.”  Nella Sardegna attuale e in Fois il mare ha un valore ambiguo,  più negativo che positivo. Appare compromesso dal ruolo dominante che l’economia turistica ha ormai nell’immaginario e in tutti i discorsi sull’isola. I litorali significano speculazione, volgarità, cui si contrappone la Sardegna interna, quella vera, autentica, ancora pura. Il mito barbaricino è curiosamente presente con forza nelle due opere. “In Sardegna in generale, in Barbagia in particolare”, scrive la Murgia;  “i sardi, i barbaricini in particolare” ripete spesso Marcello Fois. La prima, da campidanese di pianura e di laguna, manifesta una tale ammirazione per la Barbagia da iniziare il suo viaggio dal luogo che appare una sorta di capitale spirituale della “vera Sardegna”, Orgosolo. Ne racconta i murales e i pranzi dei turisti con i pastori. Forse in omaggio alla recente moda retorica di una Sardegna leggera che deve evitare i toni cupi e queruli del passato, nelle due opere mancano riferimenti significativi alle tragedie che hanno colpito la Barbagia tra la fine del 2007 e i mesi successivi. Allo stesso modo si ignorano lo spopolamento, la crisi produttiva e di prospettive economiche, i problemi sociali e culturali delle popolazioni della Sardegna interna.  Non rientrano per la verità tra gli argomenti che le due opere si proponevano di affrontare. Esse hanno motivazioni di genere diverso dalla trattazione dei problemi attuali. Marcello Fois sembra aver riunito, rielaborato, ampliato, i suoi “scritti sulla Sardegna” apparsi in questi anni sui quotidiani sardi. A questi si aggiungono altri temi: infanzia nuorese, esperienza della distanza, legami che resistono tenaci, insofferenze e delusioni. Accanto a questi fili, che fanno da ordito del lavoro, la trama più interessante è costituita dalla scoperta della vocazione letteraria, dal discorso sugli scrittori più amati, dal confronto/scontro con i suoi contemporanei. In diversi casi, nei toni polemici allusivi e allo stesso tempo trasparenti,  il lettore rimpiange il coraggio unico della Ortese che non esita a dare nome e cognome agli scrittori e agli intellettuali che l’hanno delusa. C’è più rispetto e considerazione nella critica esplicita, anche impietosa, che non nel lasciare al lettore il compito di capire  chi sia lo “scrittore giovane” o il “cane sciolto”.  Il legame dell’opera della Murgia con quella di Fois è evidente, benchè esse portino l’indicazione del medesimo anno di uscita, il 2008.  L’articolazione per “Undici percorsi nell’isola che non si vede” della Murgia rappresenta una riduzione in termini di voci trattate, unita a una maggiore estensione del discorso, rispetto alle “Ventuno parole da un sardo d’oltremare” di Fois.  Il rapporto tra le due opere è reso ancora più plateale dal fatto che alcune righe dedicate da Fois al termine “turista” diventano epigrafe del terzo capitolo del Viaggio in Sardegna. Quest’opera è condizionata dal carattere della collana “Geografie” Einaudi in cui è inserita: una guida di qualità speciale per il valore superiore della scrittura. Fernando Pessoa, per dire, conduce il lettore alla scoperta di Lisbona.  Lo scrittore ha il privilegio di poter scegliere con maggiore libertà rispetto ad un autore della Lonely Planet, non ha obblighi di completezza e di precisione nel dettaglio. A Michela Murgia non si può negare la qualità dello stile e la sintesi efficace di problemi complessi come quello dell’indipendenza/autonomia in Sardegna. Ma giustificare l’ignoranza dei sardi (e la propria) riguardo alla storia della Sardegna con il fatto che una vera storiografia esisterebbe da pochi decenni significa negare la ricerca storica in Sardegna nell’Ottocento, le ricerche dei Besta, Solmi, Mondolfo  e un percorso di studi che continua anche tra le due guerre. Da queste conoscenze approssimative nasce il quadro mitico della comunità sarda che vive il paradiso della proprietà comunitaria senza interruzioni dall’età nuragica alla legge delle chiudende e l’apertura di credito a tesi non dimostrate e a  “tradizioni inventate”. Anche il dettaglio, necessariamente didascalico, della Sardegna attuale lascia talvolta perplessi per l’approssimazione e l’evidente assenza di una verifica in loco, indispensabile per qualsiasi guida al viaggio.  La geografia sarda della Murgia comprende un territorio che ha al centro Oristano; da qui parte un raggio lungo circa 50 km che da Bosa arriva in Barbagia per tornare poi al mare sulla Costa Verde. Praticamente niente della Sardegna settentrionale e meridionale. Le uniche due città di cui si parla, definite “due capitali”, sono Cagliari e Nuoro. Si può supporre che l’autrice abbia deciso di privilegiare luoghi e temi di cui aveva personale esperienza. Purtroppo la Sardegna, a partire dalla sua storia, è tema troppo vasto per essere affrontato in modo improvvisato. Si rischiano errori, imprecisioni, affermazioni discutibili. Si tratta naturalmente di un legittimo itinerario personale. Resta però molto da fare per capire cosa sia veramente oggi la Sardegna in generale e i sardi in particolare.

1 Commento a “Il mare non bagna Nuoro”

  1. Marilena Puggioni scrive:

    Appunto, si tratta di un legittimo itinerario personale senza pretese di altro tipo. Al festival dell’Argentiera “Sulla terra leggeri” così rispondeva la Agus a Soriga: “Ognuno scrive di quello che è e della sua Sardegna e ogni “visione letteraria” è legittima”

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