Il pericoloso doppio gioco della Turchia

16 gennaio 2016
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Irene Masala

Da mesi la gestione da parte della Turchia della lotta alle forze del sedicente Stato Islamico ha suscitato più di un dubbio a livello internazionale. Le accuse, spesso mosse dalla Russia, hanno toccato sia l’ambito della cooperazione militare, con trasferimento di armi e mezzi e un indispensabile supporto logistico, sia quello dell’assistenza finanziaria.

Il tutto in chiave essenzialmente anti curda. La Turchia ha ripetutamente negato qualunque tipo di legame col Daesh, definendo questi attacchi sistematici come tentativi di screditare la nazione a livello internazionale. Se la fine dell’anno è stata caratterizzata dallo scontro tra Putin ed Erdogan, il 2016 è iniziato con l’assedio da parte dello stato turco di alcune città nella parte est del paese. A Cizre, Sur e Silopi, storici luoghi della resistenza curda, il coprifuoco va avanti ormai da settimane. Mancano i rifornimenti di acqua e luce e vengono poste sotto assedio le singole abitazioni, oltre a interi quartieri. Si impedisce persino alle ambulanze di prestare soccorso alle vittime degli attacchi dell’esercito o dei vari cecchini.

Tra il 4 e il 5 gennaio, nella sola città di Silopi, sono state arrestate 57 persone durante un raid delle forze armate che hanno messo a ferro e fuoco il quartiere di Karşıyaka. Durante l’attacco sono state uccise tre attiviste curde: Sevê Demi, attivista nel movimento delle donne curde e appartenente al partito DBP, il Partito Democratico delle Regioni, Pakize Nayir,  co-presidente del Consiglio del Popolo di Silopi, e Fatma Uya, attivista dell’Organizzazione delle Donne Libere. “Le tre donne e un uomo sono stati colpiti lunedì sera. Hanno chiamato per dire: siamo feriti e stiamo perdendo sangue, portateci via da qui”- sostiene Leyla Birlik, deputata dell’Hdp per la provincia di Sirnak – “l’Hdp ha chiesto alle autorità di evacuarle da Silopi, ma non ha ricevuto risposta”

Il giorno prima dell’attacco, inoltre, la Turchia ha pubblicato un documento con cui si autorizza l’esercito a usare ogni tipo di forza contro i civili, garantendo l’impunità dei soldati. Documento che sancisce uno squilibrio pericoloso ma che non ha trovato risonanza nei media occidentali, così come la morte delle tre ragazze curde. Secondo lo Stato Maggiore dell’esercito turco, gli attacchi di Ankara si sarebbero estesi anche alle province di Sirnak e Diyarbakir, causando la morte di circa 300 combattenti curdi, e nel Kurdistan iracheno, dove avrebbero preso di mira le forze curde del YPG e YPJ. Proprio quelle uniche forze sul campo impegnate nella strenua lotta contro l’avanzata delle milizie del Daesh.

Nonostante la comunità internazionale continui a calare un velo di silenzio mediatico su questa doppia strategia della Turchia, il dipartimento di studi sui diritti umani della Columbia University ha pubblicato un’interessante ricerca effettuata da David L.Philips, in cui si sottolineano appunto i collegamenti tra l’Isis e la Turchia. L’escalation di violenze dello stato turco contro gli appartenenti al Pkk, o chiunque sia considerato potenzialmente sovversivo, hanno suscitato lo sdegno di molti accademici e intellettuali che hanno firmato una petizione per chiedere alla Turchia di porre fine alle violenze contro i curdi. Tra i firmatari anche il sociologo Noam Chomsky, che ha accusato Erdogan di agire con un doppio standard sulla questione del terrorismo.

La petizione ha suscitato subito le ire del premier turco che l’ha definita un “atto di tradimento” verso la Turchia, sopratutto in seguito ai recenti attentati subiti a Istanbul. Finora l’unico risultato della petizione, che rimane a livello internazionale un legittimo e pacifico atto di manifestazione del dissenso, è stato l’arresto di 12 docenti universitari accusati di propaganda terroristica. Se dovessero essere condannati, gli accademici rischiano da uno a cinque anni di prigione per essersi voluti dissociare dai crimini del proprio stato.

Emma Sinclair-Webb, ricercatrice senior di Human Rights Watch ha commentato così l’arresto di oggi: “I Pm della Turchia a quanto pare non riconoscono il diritto alla libertà accademica e di parola”. E la deriva autoritaria della Turchia aggiunge un tassello di ulteriore preoccupazione in un Medio Oriente già divorato dal caos.

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