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Il rispetto della biodiversità

16 gennaio 2009

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Mario Capanna

(La recente autorizzazione in sede di Comunità Europea alla soia prodotta dalla Monsanto e la formazione di nuove, preoccupanti aperture sul fronte delle coltivazioni geneticamente modificate in campo alimentare rende necessaria una ripresa della discussione che metta al centro il rispetto della biodiversità, la valorizzazione delle produzioni alimentari di qualità e tradizione, principio di precauzione e la trasparenza su quanto assumiamo come cibo. Pubblichiamo volentieri sul tema un contributo scritto per il Manifesto Sardo da Mario Capanna, della Fondazione Diritti Genetici

Speculazioni sul cibo, scandali alimentari, fame nel mondo. Oggi più che mai l’argomento cibo e sicurezza alimentare si intreccia con questioni politico-economiche di importanza strategica per il futuro stesso dell’umanità, come ricordato recentemente dallo stesso Pontefice Benedetto XIV, che ha denunciato come i giochi di Borsa siamo alla base della crisi che ogni anno affama milioni di persone. La questione si ricollega direttamente a quella degli organismi geneticamente modificati, che secondo alcuni avrebbero dovuto essere la Panacea di tutti i mali, dal caro-cibo alla malnutrizione. Per anni nel nostro Paese si è trascinato un  dibattito strumentale in cui chi invocava regole certe  per la ricerca scientifica sulle colture transgeniche veniva tacciato di conservatorismo o, peggio, di antiscientismo. E intanto le richieste di nuove sperimentazioni sugli Ogm si moltiplicavano in un clima di assoluta mancanza di trasparenza  e informazione, come successo negli anni ‘90. Oggi la situazione sta cambiando. Il decreto con cui il  Ministero dell’Ambiente stabilisce regole più rigide  per i campi sperimentali, e al quale i ricercatori della Fondazione Diritti Genetici hanno dato un contributo importante, permette ciò che prima era semplicemente un rischio da irresponsabili, tanto più che sono state recepite le obiezioni sollevate dal precedente Ministero circa i rischi di diffusione incontrollata degli Ogm. Certo, occorre cautela, perché la ricerca è davvero tale se osserva il principio di precauzione. E il progresso è vera  innovazione solo se condiviso. Lo hanno dimostrato i tre milioni di italiani che nell’autunno del 2007, durante la Consultazione Nazionale sugli Ogm coordinata dalla Fondazione Diritti Genetici e da 32 grandi organizzazioni del nostro Paese, hanno votato per un modello agroalimentare fondato sulla qualità e libero da organismi transgenici. D’altra parte, che i cittadini vogliano più partecipazione sui temi del cibo e della sicurezza alimentare e, in generale, sui processi di innovazione, è testimoniato anche dai risultati di un recente sondaggio commissionato dalla Fondazione all’Istituto nazionale di ricerche Demòpolis. Oltre 9 italiani su 10 si dichiarano interessati ai temi della qualità del cibo e al rapporto tra alimentazione e salute ma “bocciano” l’informazione su questi temi, mentre il 92% del campione vorrebbe ricevere più notizie in materia. Secondo l’ultimo rapporto “Scienza e Società” di Observa, inoltre, l’80%  degli intervistati ritiene che i cittadini dovrebbero essere più coinvolti nelle decisioni che riguardano l’innovazione, e addirittura il 43%  si spinge a chiedere  che le priorità della ricerca siano stabilite con il concorso dei cittadini. A questo punto non possiamo non chiedere alle Regioni e ai Ministeri competenti che osservino la massima severità e trasparenza nell’applicazione delle regole, adottando efficaci strumenti di partecipazione sociale. E che, quando si troveranno ad affrontare il passaggio successivo, quello della ‘coesistenza’ tra coltivazioni convenzionali, transgeniche, biologiche, si ricordino che si tratta di un caso di vera e propria ‘manomissione semantica’. Studi internazionali hanno ormai sancito la sua impraticabilità, sia scientifica che economica, dimostrando che si tratta di una soluzione praticamente impossibile. La nostra non è una opposizione di principio, dunque, ma la scelta di un modello agroalimentare di qualità che riteniamo incompatibile con quello transgenico ed irrealizzabile sul piano pratico. Vorrà pur dire qualcosa che ad esempio in Germania nessuna compagnia di assicurazione si è dichiarata disposta ad assicurare il rischio di contaminazione da Ogm delle piante convenzionali e biologiche. E il discorso diventa ancora più attuale alla luce della recente autorizzazione da parte della Commissione Europea dell’importazione di una soia transgenica della Monsanto, destinata prevalentemente all’industria mangimistica ma approvata per il consumo umano. La decisione ha fatto seguito al mancato raggiungimento di una maggioranza qualificata in sede di Consiglio dei ministri lo scorso settembre e alla valutazione positiva espressa dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). In realtà i dubbi restano molti, e riguardano sia gli effetti sull’ambiente e sulla salute, sia, più in generale, l’effettiva capacità delle piante transgeniche di risolvere la crisi alimentare e la fame nel mondo, come invece propagandato da più parti. E a dirlo non sono solo i “soliti” ambientalisti, visto che lo stesso presidente di una delle multinazionali più interessate al biotech, la Syngenta, nei mesi scorsi ha ammesso che le industrie hanno dovuto puntare alla commercializzazione di un pacchetto di prodotti biotech altamente lucrativo ma dagli “scarsi benefici ambientali”. E, inoltre, che le varietà esistenti sono state sviluppate in larga parte per il clima e il tipo di agricoltura propri dell’emisfero settentrionale mentre sono poco idonee ai paesi in via di sviluppo. I supposti benefici degli Ogm sono stati notevolmente ridimensionati anche da un recente rapporto realizzato da esperti delle Nazioni Uniti, rappresentanti governativi e ONG (l’International Assessment of Agricultural Science and Technology for Development – IASSTD).  Adesso attendiamo dunque che le istituzioni italiane ed europee sappiano dare una risposta efficace a quella maggioranza di cittadini che considera la tutela ambientale un incentivo all’innovazione (il 64% in Europa, secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometro)  e che  si ritiene contrario all’utilizzo di alimenti derivanti dall’ingegneria genetica (58%). Non dimentichiamo inoltre che per il 95% degli europei la protezione dell’ambiente costituisce una priorità assoluta.

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