Il risveglio della sinistra in Colombia

1 giugno 2018
[Maurizio Matteuzzi]

Un anno fa sembrava impossibile. Poi inaspettatamente ci si è accorti che Gustavo Petro, negli anni ’80 ex-guerrigliero del gruppo di guerriglia urbana M-19 ed ex-sindaco di Bogotà dal 2012 al 2015, riempiva le piazze e risvegliava le passioni di una sinistra sempre esclusa (e/o fisicamente sterminata, come fu con il massacro di migliaia di militanti della Unión Patriótica a metà degli anni ‘80 ) dal gioco politico-erlettorale per via della presenza sul campo delle FARC e della lotta armata. Domenica 27 maggio questa impressione è stata confermata dai fatti nelle elezioni presidenziali: Petro ha ottenuto quasi 5 milioni e il 25% dei voti, piazzandosi secondo e conquistandosi il diritto di giocarsi la presidenza nel ballottaggio del 17 giugno.
Sulla carta le possibilità di farcela sono poche. Ivan Duque, l’uomo dell’estrema destra del mefitico Àlvaro Uribe – l’ex presidente dal 2002 al 2010 legato ai cartelli della coca che diceva di combattere, come ha rivelato proprio in questi giorni il New York Times; l’implacabile nemico degli accordi di pace del 2016 fra il governo del suo successore Juan Manuel Santos e le FARC; il candidato più votato insieme al suo partito Centro Democrático nelle elezioni parlamentari del marzo scorso – è al 39%, 15 punti avanti.
L’affermazione di Petro, che sarebbe il primo presidente di sinistra (o centro-sinistra) nella storia della Colombia, in plastica controtendenza rispetto all’ondata reazionaria che ha investito l’America Latina, è in tutta evidenza un effetto dell’accordo di pace del 2016. Dovrà difendersi dall’accusa più scontata – un tempo era “comunista”, adesso è “chavista” – e cercare di attrarre i voti andati agli altri tre candidati, in primis quelli a Sergio Fajardo, l’ex sindaco di Medellin che ha avuto il 23%.

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