Il sogno ingenuo della riscrittura dello Statuto Speciale Sardo

16 febbraio 2017
Claudia Zuncheddu

Con lo Statuto Speciale nel 1948, lo Stato italiano ha dato alla Regione Autonoma della Sardegna (diretta diramazione del suo apparato istituzionale) l’illusione di poter gestire la propria Autonomia. Di fatto, a distanza di 70 anni l’unica concessione è stata quella di poter gestire la propria dipendenza.

Nel processo di gestione della dipendenza, la classe politica sarda e le forze che si sono alternate alla guida della Sardegna hanno dimostrato non solo la totale sudditanza ai diktat italiani, ma sono stati essi stessi gestori e garanti della dipendenza. Quella classe politica locale, infatti, diviene una borghesia compradora, con il compito di mediare e amministrare per conto dei potenti di turno is interessus allenus in Terra nosta. Interessi oggi più forti di ieri, nel pieno dell’era della globalizzazione mondiale dove in nome di un liberismo sfrenato tutto viene mercificato. Globalizzazione che ignora e disprezza gli interessi delle comunità e delle identità delle nazioni senza Stato.

Lo Statuto sardo nasce debolissimo, su basi ambigue e poco credibili. Ispirato alla povertà della Sardegna, esso sarebbe dovuto essere strumento per il superamento del sottosviluppo. A distanza di 70 anni quel progetto nato su premesse fatte in malafede, ha accresciuto la nostra povertà e la nostra dipendenza. In realtà, dietro l’alibi della nostra povertà da superare, c’era il freddo e cinico disconoscimento della Nazione sarda e del suo diritto ad essere dotata di uno strumento che le attribuisse pieni poteri per promuovere processi reali di autonomia e di autogoverno.

Questo è il peccato originale dello Statuto Speciale sardo, preludio del fallimento della storia dell’Autonomia, gestita diligentemente dalla classe politica locale asservita e ambigua.

Che lo Statuto sardo fosse inadeguato a gestire un processo di liberazione e di emancipazione nazionale, Lussu non tardò a capirlo, tanto da rilevare la grande discrepanza nel riconoscimento dei poteri tra lo Statuto sardo e quello siciliano. La classe politica sarda sin d’allora complessata, inadeguata e succube, si accontentò di illusioni autonomistiche che con il tempo avrebbero condannato la Sardegna a retrocedere e a frenare ogni processo di emancipazione culturale, sociale, economica e politica.

Questo è stato possibile grazie all’intermediazione dei partiti italiani presenti in Sardegna e di tutta la classe politica locale che purtroppo non ha mai brillato nel rappresentare gli interessi della propria nazione. Loro sono stati e continuano ad essere i mezzi attraverso i quali lo Stato italiano esercita ogni sorta di controllo e di imposizione coloniale nella realtà sarda.

La riscrittura dello Statuto, tema tanto caro a tutti i partiti politici, compresi quelli italiani che in Sardegna si professano autonomisti, oggi viene riesumata ingenuamente, da una parte del mondo indipendentista. Il tema sui diritti dei sardi e sulla riscrittura dello Statuto all’ordine del giorno del convegno dell’11 febbraio a Sassari, organizzato da Mesa Natzionale (di cui anche noi di Sardigna Libera facciamo parte con Gentes, Fronte Indipendentista Unidu, Progres e Sardigna Natzione), merita profonde riflessioni su opportunità e rischi.

A chi spetta questo compito? Quale è la sede adeguata?

Gli Statuti sono accordi politici tra le parti che sanciscono i rapporti di forza e di compromesso che si sono creati nei periodi storici. Nel 2017 bisogna chiederci quale sia il percorso da intraprendere per creare rapporti di forza favorevoli alla nazione sarda e non all’Italia. In questa riflessione bisogna essere consapevoli proprio dei rapporti di forza e dei nuovi equilibri che la globalizzazione sta creando a livello mondiale con le ripercussioni nel bacino del Mediterraneo, di cui la nazione sarda è una parte importante.

E’ necessario chiarire quali siano oggi i rapporti di forza tra la nazione sarda e lo Stato italiano, di fronte all’inasprirsi dei conflitti e di uno scontro che non è tra lo Stato italiano e il cosiddetto governo della Regione Autonoma della Sardegna, sua fedele ed organica diramazione, ma tra lo Stato italiano ed il Popolo sardo.

Sulla voglia di riscrittura dello Statuto, non possiamo ignorare che nello scenario politico odierno, all’interno della classe politica locale, nessuno vuole affrontare la questione della crisi culturale ed economica in cui si dibatte il popolo sardo, con le sue emergenze che rischiano di cancellarlo come entità etnica: sa zenia, così come la chiamava Simon Mossa.

Mai quanto oggi la classe politica italo-sarda può essere interessata a far propri i grandi temi, compreso quello della riscrittura dello Statuto, pur di distogliere l’attenzione dei sardi dal dramma del forte impoverimento, della disoccupazione, della crisi economica e sociale in corso e dalle scelte nefaste che con la connivenza del governo italiano e delle multinazionali stanno portando avanti a danno dei sardi. Intanto continuano a negare alla società sarda una Legge elettorale che non la discrimini e che le garantisca le proprie rappresentanze politiche e di genere. Un tema che la classe politica sarda, disattendendo agli impegni presi, ha riservato a fine legislatura come “ennesimo cavallo di battaglia elettorale”, come se le donne e le nostre minoranze politiche fossero prive di memoria storica.

Nell’attuale Consiglio Regionale nessun partito osa definirsi smaccatamente italiano, anzi chi più chi meno si maschera dietro facciate federate, autonomiste, identitarie, sovraniste e persino indipendentiste. Questa Assemblea di certo non rappresenta gli interessi e le aspettative della nazione sarda, per cui è palese la sua inadeguatezza culturale e la sua credibilità politica per essere la sede delegata alla riscrittura dello Statuto della nazione sarda.

La Sardegna oggi è in mano a lobby politiche affaristiche trasversali e non ideologiche, che gestiscono interi settori della nostra economia, dalla gestione dei trasporti alla privatizzazione del Sistema Sanitario Pubblico, al rilancio dell’industria inquinante (vedi la vertenza dell’Euroallumina), alla svendita della SBS di Arborea a Bonifiche Ferraresi nel pieno del liberismo delle politiche della Giunta Regionale, con la partecipazione attiva di esponenti di sedicenti partiti identitari, alla sterilizzazione e gestione della cultura e della nostra identità a partire dalla lingua. E’ così che la classe politica sarda agevola i flussi migratori di giovani laureati e priva chi resta, al di là del dato anagrafico, del diritto ad un futuro dignitoso e ad un lavoro che non uccide.

Di fronte al dominio del Pensiero Unico all’interno della massima Assemblea dei sardi, che sino ad oggi, ad un passo dalla scadenza naturale della legislatura ha omologato tutti, esiste il reale pericolo che una qualsiasi forza politica possa sponsorizzare il progetto di riscrittura dello Statuto di Autonomia. Potrebbe essere adottato, ad esempio, da quelle forze identitarie opportunistiche della maggioranza che governa la Sardegna per distogliere l’attenzione sulle responsabilità dei loro atti di “amministrazione della dipendenza”. La proposta di Riforma Sanitaria con il Piano di riordino della rete ospedaliera sarda ne è un esplicito esempio.

Nel contesto internazionale i rapporti di forza sono favorevoli alla Sardegna e alle nazioni senza Stato? E’ di grande attualità il tentativo di modificare tutte le Costituzioni delle democrazie europee, svilendole dei poteri e di un reale controllo popolare per creare democrazie formali, fortemente centralizzate e autoritarie funzionali ai processi di globalizzazione dei mercati delle multinazionali. Ne è un esempio l’abortita controriforma della Costituzione italiana, per la quale il popolo sardo intuendo i rischi e l’attacco frontale alla sua pur mutilata e mai espressa Autonomia, ha espresso il suo NO all’unanimità.

La riscrittura dello Statuto sardo può prescindere da questi scenari? Quale è il compito delle forze identitarie e indipendentiste sarde?

Ritengo che la realtà della nazione sarda e il suo cammino di emancipazione e di indipendenza, con le sue lotte, le sue criticità, la sua resistenza al tentativo di annientamento economico e culturale, vada ben oltre le nostre capacità di percezione del momento politico. Esiste una rete di resistenza nei territori che trasversalmente si organizza per difendere i propri diritti, mentre forze identitarie, ancora intrappolate nei muretti dei propri tancati, non riescono a vedere le grandi praterie che hanno di fronte.

A noi indipendentisti non resta che contare le forze in campo, chiedersi a cosa ciascuna forza sia disposta a rinunciare per poter stare insieme e costruire un progetto economico e sociale di liberazione nazionale. Questa è la sfida che ci attende, pena la sparizione politica anche dell’Idea della nostra Indipendenza.

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