Il ttip è realmente un’opportunità per l’Italia?

1 ottobre 2014
TTIPBANNER
Gianfranco Sabattini

Nei primi mesi del 2013 è stato siglato l’impegno tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea ad avviare i negoziati per un “Trattato Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti” (TTIP: Transatlantic Trade and Investment Partnership). Si tratta di un accordo volto ad eliminare le “barriere non tariffarie” che ostacolano gli scambi tra USA e UE; in altre parole, per eliminare le differenze normative e regolamentari che rendono difficili gli scambi economici, per allargare le opportunità d’investimento e facilitare la partecipazione delle imprese multinazionali agli appalti pubblici.
L’accordo non è universalmente condiviso; alcuni vi intravedono la tendenza neoliberista a liberare dai “lacci e laccioli” che ancora “disturbano” l’iniziativa capitalistica, mentre altri vi rinvengono il disegno geo-politico di stabilire un più solido legame tra Stati Uniti e Unione Europea per far fronte alla concorrenza delle cosiddette “economie emergenti”, soprattutto di quelle dei Paesi riassunti nell’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Alcuni altri, infine, diffidano dell’accordo, per via del fatto che le trattative sinora si sono svolte nel più assoluto riserbo, sottraendo il procedere degli accordi ad ogni forma di dibattito pubblico, con la giustificazione fittizia delle procedure negoziali sin qui seguite del miglioramento della “competitività” economica per il superamento della crisi e della perdurante austerity che continua ad affliggere la vita civile di molti Paesi. In altre parole, chi condivide il trattato sostiene che esso sarà un’occasione per promuovere la crescita economica dei Paesi partecipanti; mentre chi lo critica sostiene che esso aumenterà il potere delle multinazionali e renderà più difficile per i governi nazionali la regolazione dei mercati.
Alcuni movimenti a livello europeo hanno iniziato a mobilitarsi contro il trattato, denunciando la sua presunta natura di strumento volto a permettere un abbassamento complessivo della soglia di salvaguardia dei diritti sociali ed ambientali dei popoli dei singoli Paesi. Nei prossimi mesi le proteste a livello continentale si faranno più serrate, anche perché si presume vi sia l’interesse, da parte della Commissione del nuovo Parlamento europeo di siglare l’accordo entro il 2015.
All’inizio del 2014 è stata divulgata una prima “bozza” del trattato; essa contiene l’indicazione delle riforme delle leggi che i singoli Paesi firmatari dovranno adottare per omogeneizzare la regolamentazione di alcuni settori economici portanti, quali in particolare il settore del credito, delle assicurazioni, delle telecomunicazioni e dei servizi postali.
In Germania il TTIP non gode di buona stima e l’opposizione ad esso è determinata, in particolare, dal sistema previsto di arbitrato che consentirebbe alle imprese di muovere azioni legali contro lo Stato per la richiesta di compensazioni in caso di perdite di profitti causate da norme o leggi votate e approvate dai legittimi Parlamenti nazionali. Anche in Italia si comincia a parlare del TTIP e a rompere il silenzio sulle procedure segrete con cui si vorrebbe arrivare alla fine dei lavori sull’accordo intercontinentale. Sin dall’inizio dell’anno ha preso il via la “Campagna Stop TTIP Italia”, con lo scopo di coordinare organizzazioni, reti, realtà e territori che si oppongono all’approvazione del trattato.
Un documento dell’”Institute for Agriculture and Trade Policy” (IATP) ha presentato il TTPI come una minaccia per la salute pubblica e per la sicurezza alimentare in Europa. Secondo l’analisi dell’IATP, la bozza divulgata del TTIP dice poco sugli obiettivi dei negoziati sulla sicurezza alimentare; tuttavia, il suo articolato dice abbastanza per aumentare le preoccupazioni in fatto di salute pubblica. Il testo della bozza, ad esempio, prevede che non siano richiedere ispezioni alimentari ai porti di ingresso delle merci; inoltre, il testo della bozza indica come il TTIP possa rendere più difficile limitare le importazioni da Paesi colpiti da malattie animali o vegetali.
Per tutte le ragioni esposte, su entrambe le sponde dell’Atlantico, le associazioni dei consumatori, gli ambientalisti e gli agricoltori si stanno organizzando per contrastare il TTPI, anche perché considerato disegno voluto dalle multinazionali. Le associazioni sottolineano la necessità di un grande dibattito pubblico sulla riforma del commercio internazionale e delle sue regole; ciò al fine di evitare i rischi socio-economici e ambientali cui sarebbero esposti i Paesi firmatari se le trattative in corso avessero successo; ma anche al fine di bloccare il progetto oligarchico destinato probabilmente a peggiorare le condizioni di vita di milioni di persone già gravemente colpite dalla crisi finanziaria e dalle conseguenze negative imposte dalla persistenti politiche di austerità.
Su “la Repubblica” dei giorni scorsi, Alessandro De Nicola, leader e membro del gruppo internazionale antitrust Orrick, un’impresa societaria che produce servizi nel campo dei settori delle tecnologie avanzate, dell’energia, dei mercati finanziari, della proprietà intellettuale e dei contenziosi, ha presentato il trattato transatlantico come un’opportunità offerta allo stato attuale all’Italia e, in generale, all’Europa, sia dal punto di vista geo-strategico, che da quello economico. L’alleanza USA-Europa, per De Nicola, rimane l’asse portante delle rispettive politiche estere, per fare fronte alla comparsa dei nuovi pericoli, quali quelli rappresentati dal fondamentalismo islamico, dalle ricorrenti crisi locali e dai problemi che originano dal sempre crescente processo di globalizzazione. L’opportunità offerta dal TTIP è soprattutto di natura economica, considerato che sarebbero liberalizzate le relazioni commerciali e finanziarie tra Paesi che rappresentano complessivamente il 45% del PIL mondiale.
Inoltre, la permeabilità dei confini delle due aree atlantiche migliorerebbe anche le politiche economiche interne; al riguardo, De Nicola osserva che la libertà dei movimenti di capitali e di persone indurranno i Paesi firmatari del trattato a varare misure accoglienti per tutte le attività produttive in cerca di opportune collocazioni territoriali, portando con sé tutto il loro carico di competenze; mentre le istituzioni e gli ordinamenti più vetusti dovranno necessariamente essere riformati. Infine, la maggiore integrazione economica tra le due sponde dell’Atlantico porterà con sé un maggiore coordinamento dell’attività politica; senza che ciò – sottolinea De Nicola – possa indurre a pensare che il maggiore coordinamento politico tra gli USA e la UE possa portare alla costituzione degli “Stati Uniti d’America e d’Europa”, nel momento in cui si riuscisse ad avvicinare ulteriormente le due sponde dell’Atlantico, gli USA e la UE “potrebbero esercitare una funzione stabilizzatrice dello scenario mondiale favorendo un’ancora maggior maggiore permeabilità dei confini”; tutto ciò dal punto di vista della sola UE potrebbe rappresentare una “spinta” verso la tanto auspicata unione politica dei Paesi che ne fanno parte.
Anche De Nicola, tuttavia, non manca di sottolineare la necessità che siano risolte le divergenze che hanno provocato movimenti di opposizione al TTIP, in particolare quelle connesse all’esigenza di proteggere i prodotti DOC e DOP e di una migliore disciplina degli OGM; queste esigenze però De Nicola non le considera tali da giustificare l’impedimento dell’adozione finale del trattato da parte di tutte le aree politiche coinvolte.
Ciò che della presentazione del TTIP fatta da De Nicola solleva qualche perplessità è l’affermazione secondo cui la sua accettazione da parte dell’Italia consentirebbe all’attuale squadra di governo ed al suo leader pro-tempore in carica di aumentare la loro autorevolezza internazionale sino ad entrare nei libri di storia. Posto che il TTIP possa rappresentare realmente un’opportunità per l’Italia, si può però fondatamente dubitare che la sua classe politica litigiosa attuale possa dedicare la necessaria attenzione alla riforma delle istituzioni e degli ordinamenti vigenti alle nuove necessità prefigurate dal trattato transatlantico. Di una ventata di novità e di attrattività degli investimenti esteri l’Italia nella fase attuale ha sicuramente bisogno, ma l’inaffidabilità della sua attuale classe politica legittima le perplessità e l’opposizione ad accettare il trattato “al buio”, senza che le sue norme siano oggetto di un preventivo dibattito che coinvolga l’intera opinione pubblica nazionale.

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