Il viaggio

1 settembre 2017

Ladri di biciclette di Tino Vaglieri

[Massimo Dadea]

Nei giorni scorsi, nel leggere la bella lettera che Massimo Giannini ha scritto alla figlia in partenza per Parigi per frequentare l’Erasmus, ho ripensato ad alcuni appunti di viaggio che avevo redatto, giusto un anno fa, durante una vacanza a New York. Li ho riletti alla luce dei tragici avvenimenti di Barcellona. Un viaggio da tempo agognato, un figlio che conta i giorni che mancano alla partenza. Eppure…non tutto è spensieratezza, attesa festosa. Prima Charlie Ebdo poi il Bataclan, Dacca, Nizza, Londra, Berlino, Manchester, ed ancora Barcellona e Turku. E ad ogni attacco terroristico, ad ogni strage di persone inermi ed indifese, a ripeterci come un mantra sempre più usurato: “non riusciranno a cambiare le nostre abitudini, a modificare la nostra vita, il nostro stile di vita”. Ed invece non è proprio così. La nostra esistenza è cambiata profondamente, la nostra psicologia è cambiata. Prendiamo il viaggio: è sempre stato, per l’uomo, lo stimolo più forte alla conoscenza. Il viaggio come metafora della vita, come ricerca del nuovo, del mistero, del diverso da noi:  “vivere non nocesse, navigare necesse est”. Vivere non è necessario, ma se vuoi vivere è necessario navigare, viaggiare. Ad essere cambiato non è solo il nostro modo di viaggiare – le lunghe file al metal detector, il doverci togliere le cinture, le scarpe, gli orologi – ma è lo stesso approccio al viaggio, la sua preparazione ad essere cambiata. Il viaggio è diventato motivo di inquietudine, di apprensione. Un timore irrazionale che ci costringe a fare cose che sino a qualche tempo fa avremmo considerato ridicole. A quanti è capitato di scrivere, prima di intraprendere un viaggio, una lettera da consegnare ad un familiare o ad una persona amica, dove sono contenute informazioni importanti, con scritto sopra: da aprire solo in caso di… Gli aerei, gli aeroporti, sono diventati luoghi pericolosi. Poi però abbiamo scoperto che anche il treno, la metropolitana, lo stadio, i fuochi d’artificio sul lungomare, possono diventarlo. Il terrorismo ci ha insegnato che non esistono luoghi sicuri, e che non ci possiamo difendere dalla sua barbarie. Ed allora ti accorgi che la paura, l’inquietudine, finiscono per lasciare il posto ad un fatalismo che ti consegna, disarmato, ad una sorta di lotteria, di roulette, dove in questo caso speri che non esca il tuo numero o quello dei tuoi cari. Le nostre vite sono sempre più dominate da una paura oscura, profonda, irrazionale, da un sospetto, da un qualcosa che ti costringe ad un quotidiano stato di vigilanza: uno zaino, un furgone, una macchina. La minaccia – come spesso ci siamo scoperti a pensare – non  si nasconde solo dietro una barba, una carnagione scura, un burka. L’attentato delle Ramblas è stato perpetrato da ragazzi “normali”, benestanti, che frequentavano delle buone scuole, con le stesse abitudini dei ragazzi della loro età. La nostra vita, dobbiamo ammetterlo, è cambiata, la minaccia del terrorismo l’ha cambiata. Eppure dobbiamo fare ogni sforzo per evitare che i nostri più radicati sentimenti di solidarietà, di fraternità, di convivenza civile, di accoglienza, possano  incrinarsi sotto i colpi della barbarie terroristica. Dobbiamo continuare a ripeterci che la nostra democrazia è più forte della violenza jihadista, che le nostre “libertà” sono più forti di qualsiasi fondamentalismo religioso. Solo così il viaggio ritornerà ad essere appagante ricerca del nuovo, misterioso incontro con l’ignoto,  spensierato intreccio di culture, gioioso arricchimento dell’anima.

 

 

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