Informazione, SI e Curdi

1 ottobre 2014
isis
Gianfranca Fois

L’informazione italiana è provinciale, basta vedere il grandissimo spazio che dà alla cronaca politica italiana, dove più che narrarci i fatti politici i giornalisti si esercitano in commenti, fantasiose ricostruzioni, retroscena e pettegolezzi creando un pappone indigesto e poco comprensibile. Contemporaneamente snobba quasi tutto ciò che avviene al di là dei nostri confini, tuttalpiù ci indica qualche notizia curiosa o ci riporta il testo ufficiale rilasciato dai vari governi, in questo modo gli Italiani ignorano quasi del tutto ciò che avviene all’estero, in particolar modo in Africa e Asia.
Ultimamente, forse perché quanto succede nel resto del mondo sta avendo immediate ripercussioni anche da noi, la cronaca e la politica estera stanno conquistando spazi più importanti.
Non facciamoci però illusioni, lo spazio è aumentato ma le notizie riportate sono spesso incomplete, non sempre corrette e, soprattutto, di parte.
Se vogliamo conoscere che cosa effettivamente sta avvenendo a proposito ad esempio dello SI (Stato islamico) è bene che leggiamo la stampa estera, se conosciamo poco le lingue consiglio la lettura del WuMing Foundation con notizie ben documentate o partecipiamo a iniziative, poche, che propongano questo tema.
Proprio nei giorni scorsi si è tenuta a Cagliari presso l’ex facoltà di Scienze Politiche una giornata di studio su “La questione curda nell’odierno quadro politico Mediorientale”.
“Improvvisamente” infatti quest’anno è apparso nell’orizzonte iracheno un nutrito gruppo di fanatici che si richiama all’Islam sunnita. Ha attaccato le regioni settentrionali dell’Irak seminando distruzioni, conversioni forzate, violenze efferate, stragi delle minoranze etniche e religiose. In particolar modo ha sapientemente attirato l’attenzione del mondo con la decapitazione pubblica di alcuni ostaggi. Nonostante la condanna di numerosi gruppi e personalità musulmane spesso l’informazione ha fatto in modo di usare queste notizie in chiave antislamica. Meno risalto viene dato invece al traffico di petrolio, lo Stato islamico controlla 11 pozzi, che coinvolge alcuni stati del Medio Oriente e con i cui proventi i miliziani si riforniscono di armi sofisticate.
Lo SI aveva già fatto la sua apparizione qualche anno fa in Siria ma era stato sottovalutato. Gode infatti di importanti protezioni, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e, seppur indirettamente, potenze occidentali. Non è nuovo infatti il tentativo da parte dei potenti, a cominciare dai Romani, del “divide et impera” e dell’uso di pessimi soggetti per difendere i propri interessi, ma c’è sempre il pericolo, ci narra la storia, che qualcuno riesca a sfuggire al controllo e a rivoltarsi contro.
I nostri media raccontano che, dopo la rotta dell’esercito irakeno, gli unici che siano stati in grado di fermare, solo temporaneamente, le milizie jihadiste siano stati i Curdi irakeni, i così detti peshmerga, nome di cui si è impadronita l’informazione italiana che lo usa indistintamente creando confusioni volute. Infatti i peshmerga sono amici degli USA e anche il nostro governo ha deciso di inviare loro armi e munizioni. Ma chi invece si è opposto con successo all’esercito dello SI sono i Curdi turchi, in gran parte militanti del partito PKK (nella lista nera delle formazioni terroristiche) e il suo braccio armato HPG. Il PKK inoltre ha aiutato gli Yezidi, gli Assiri e Cristiani Caldei, i Turcumanni e altre minoranze a mettersi in salvo. In Siria i Curdi, legati strettamente a quelli Turchi, da alcuni anni hanno fondato la regione autonoma di Rojava, esempio di democrazia dal basso, che accoglie su un piano di parità numerose etnie e fedi religiose. E’ la regione di cui i media italiani non parlano e che è sotto attacco dello SI in questi giorni.
La difficile situazione ha fatto sì che i Curdi, da tempo divisi, abbiano deciso di allearsi, nonostante precedenti incomprensioni e contrasti spesso violenti, per combattere lo Stato islamico.
Da sempre i Curdi, che oggi vivono in Irak, Iran, Siria e Turchia, lottano per avere uno stato, ci sono riusciti per soli tre anni tra il 1927 e il 1930 con la Repubblica di Ararat.
Ultimamente però, soprattutto per i Curdi turchi e siriani, la questione appare superata, avere uno stato non risolverebbe i problemi, non soddisferebbe i bisogni dei popoli, anzi la creazione di nazioni ha seminato odio e inimicizie con genocidi fisici e/o culturali.
Si sta facendo strada invece il progetto di una convivenza nella regione, in autonomia, una vita comune inclusiva con particolare attenzione alla difesa dei diritti e delle libertà, alle classi più emarginate, all’importanza delle donne, ai problemi ambientali.
E’ una realtà di cui poco si sa mentre conoscere bene tutte le forze in campo aiuterebbe l’opinione pubblica a non cadere vittima di paura e ignoranza, terreno sempre fertile per la nascita di razzismo e intolleranza.

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