Insularità o colonialismo?

17 agosto 2017
Andria Pili

L’inserimento della Corsica nella Costituzione Francese è una proposta dei nazionalisti còrsi – ora al governo dell’isola – al fine di garantire a questa un’ampia forma di autonomia per superare l’ordinamento territoriale attuale, entro cui le deliberazioni dell’assemblea còrsa possono essere cassate da Parigi, come avviene sistematicamente sulle materie più importanti.

In Sardegna, invece, è nato un comitato, patrocinato dai Riformatori Sardi, il cui obiettivo è quello di porre il principio di insularità nella Costituzione. Evidente il distacco tra le due proposte, sul piano della cultura politica: i primi chiedono maggiori poteri per determinare lo sviluppo; i secondi, di fatto, vogliono il riconoscimento di un naturale handicap che lo Stato dovrebbe colmare perennemente.

Il messaggio «insularista», più o meno implicito, è che il nostro sottosviluppo sia un fatto intrinseco, insuperabile: “rivendicare i nostri diritti e la nostra dignità” significherebbe ottenere, con forza costituzionale, un principio di dipendenza/assistenza da parte di Roma. L’idea è sorta in reazione alla prossima consultazione per l’autonomia di Lombardia e Veneto, ipotesi guardata con timore dai Riformatori: “la Sardegna campa per un buon quarto grazie alla solidarietà delle Regioni più ricche (…) per quanto il referendum lombardo-veneto sia solo consultivo, è evidente che avrà un impatto fortissimo (…) una vera e propria ghigliottina per la Sardegna (…) mettere in campo tutte le azioni possibili per essere economicamente forti, perché solo questo ci permetterà davvero di autodeterminarci”. Un po’ contraddittorio: il riconoscimento di una dipendenza inevitabile per natura potrebbe garantirci “forza” economica per autodeterminarci; si tratta della riedizione del principio illogico (inversione causa ed effetto) secondo cui prima dovremmo diventare ricchi e poi indipendenti.

La geografia è l’elemento chiave della nostra condizione attuale? Classifiche dei Paesi per PIL, studi su sviluppo e crescita, storia economica sembrano smentire tale tesi: conosciamo casi in cui due Stati, in uno stesso contesto geografico, si trovano in differenti condizioni di sviluppo (es. Stati confinanti USA/Messico; Nord/Sud Corea); isole che sono riuscite a divenire centri economici, malgrado la propria insularità (Gran Bretagna e Giappone), altre la cui performance è stata positiva (es. Taiwan e Irlanda).

Insomma, i fattori che incidono sullo sviluppo sono molteplici, soffermarsi su quelli geografici è solo un modo per celare l’incomprensione della questione sarda o la mancanza di volontà politica per affrontarne i nodi cruciali. Ciò è evidente nell’agire dell’attuale Giunta Regionale: i suoi due massimi esponenti, di recente, hanno dimostrato di credere ad una sostanziale identità di interessi economici tra Italia e Sardegna, salutando con favore i progetti della chimica verde e dell’aerospazio.

Pigliaru, pienamente fiducioso nell’ENI, ha detto che il piano di questa è «fondamentale non solo per la Sardegna ma per tutta l’Italia»; secondo Paci, l’infrastruttura tecnologica aerospaziale da realizzare a Villaputzu – in collaborazione tra DASS, RAS ed Avio – sarebbe «unica in Italia e in Europa, porterà ricadute positive sull’economia dell’intero territorio e consentirà alla Sardegna di rafforzare il suo ruolo nell’aerospazio a livello internazionale (…) si creerà in ogni caso un grande indotto”.

Ne è certo, malgrado i precedenti storici e il caso esemplare della Guyana Francese – dove gli investimenti sull’aerospazio sono di gran lunga superiori agli iniziali 28 mln di euro previsti nel Sarrabus – che rimane tra le Regioni più sottosviluppate dell’Unione Europea. Alta tecnologia e sottosviluppo nel dipartimento d’oltremare sudamericano stanno insieme, per gli interessi del capitale francese (Arianespace in primis), mentre migliaia di guyanesi vivono in bidonville, senza accesso ad acqua potabile ed elettricità.

L’assessore alla Programmazione aveva già mostrato la sua forma mentis, affermando che “una regione piccola (…) non può fare a meno del traino nazionale”. Nessuno sviluppo sardo senza riforme italiane, il presupposto giusto perché la Sardegna rimanga periferica, destinata ad accettare qualsiasi progetto disegnato per interessi altrui.

Impossibile, secondo questa linea, pensare ad una politica sarda per lo sviluppo, secondo gli interessi della nostra comunità. I gradi di libertà concessi dallo Stato sono il punto di partenza della nostra classe politica: politica dei poli industriali neocoloniali e militarismo (è nota la partecipazione, nel Distretto, di aziende produttrici di tecnologia bellica, attive nel Poligono di Quirra); riconferma dei legami di dipendenza. Interessi consolidati e assetto socioeconomico non vengono discussi.

Ciò spiega la politica del turismo mediante cemento, anche sulle coste, sostenuta dalla Giunta. Pigliaru, intervistato sull’Unione Sarda da Giuseppe Meloni, ha dichiarato che tale idea non poggia su alcuno studio dimostrante la correlazione tra aumento delle cubature per alberghi e crescita di turisti: “Avete studi che dicano come cambierebbe il flusso turistico nell’Isola, con queste novità?”; “No, ma abbiamo previsto che chi propone l’incremento debba dimostrare, con un piano d’impresa, che l’intervento serve ragionevolmente ad allungare la stagione”. Non servono altri commenti, se non la constatazione che l’idea di creare occupazione mediante la liberazione dell’edilizia da presunti lacci burocratici non appartenga solo al centrodestra ma ad una classe politica trasversale, priva di idee in merito allo sviluppo economico, convinta – o interessata ad esserlo – di non avere altre leve oltre l’ulteriore devastazione sociale, ambientale, economica della propria terra.

Perciò, la proposta del suddetto comitato è parte del contesto attuale: una Rinascita fallita senza novità all’orizzonte; si prosegue con le stesse modalità della politica autonomistica, con un consenso e legittimità inferiori cui si cerca di ovviare con una retorica rivendicazionista similsardista.

Il discorso sull’insularità – come su zone franche e zone economiche speciali – è fuorviante perché impedisce di ragionare intorno alla nostra dipendenza coloniale, quindi – citando Gunder Frank – di impostare una lotta di autodeterminazione nazionale contro il nemico immediato (la borghesia subalterna autoctona, il ceto politico intermediario) e il nemico principale (Stato italiano). Avremmo bisogno di riflettere e agire su istituzioni, conflitto sociale, relazioni politiche ed economiche. Inserire il principio di insularità nella Carta fondamentale della Repubblica sarebbe dannoso: un masso ideologico che graverebbe per lungo tempo sulle menti dei sardi, già offuscate da un complesso di inferiorità. Diverso, invece, pensare ad uno strumentale utilizzo delle leggi europee che parlerebbero di questo concetto per ottenere vantaggi immediati, ad esempio sulla continuità territoriale.

1 Commento a “Insularità o colonialismo?”

  1. Valerio coda scrive:

    La Sardegna è già nella costituzione Italiana,il suo statuto speciale ne fa parte a pieno titolo.Negli atti costitutivi della Unione Europea numerosi sono i richiami alle regioni periferiche,alle isole ed alle loro specificità.Tendiamo sempre a trovare nuovi argomenti, tipo Costituzione Sarda e quest’ultima della insularita’,per non aprire un processo sul perché è sul per come non si sia attuato lo statuto autonomo ,dalla politica alla economia ,sulla fiscalità e sulle stesse materie in cui la Regione ha competenza primaria.Siamo ai primordi,bisogna portare a Roma ed a Bruxelles le istanze del popolo Sardo non solo e sempre subalterne e rivendicatore.

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