L’isola dei rifiuti

16 Marzo 2011

Mario Cubeddu

Ogni mese che passa mi sembra di trovare conferma di quanto  gravi siano state le conseguenze della sconfitta di Renato Soru alle elezioni regionali del 2009. Basta guardare l’ultima scelta della Regione sarda: decine di milioni di euro del denaro dei sardi utilizzati per costruire 20 campi da golf. Finanziati con i fondi regionali destinati allo sviluppo delle regioni povere e sottosviluppate, con tutte le agevolazioni per l’acquisizione dei terreni, per la fornitura del bene più prezioso della nostra isola, l’acqua, che i contadini e gli allevatori hanno desiderato per millenni. Regalata al primo speculatore di terreni, risorse, finanziamenti., come se fossimo a Malindi, nel Kenia degli investitori mafiosi italiani, e non nella regione che ha posto le basi dell’Italia unita col sacrificio di uomini disposti a versare il sangue per la Patria. Cittadini, quindi, e non vassalli. Ben diverso era stato il comportamento della nazione italiana quando aveva deciso di dare ascolto ad una richiesta che i sardi avevano espresso per un secolo intero, l’Ottocento, ma anche prima: che si inviassero finalmente dei coloni italiani che popolassero le lande desolate della Sardegna e  portassero una buona volta la civiltà nelle sue terre selvagge. Questo appello fu accolto, come fu accolto sul modello sardo l’appello dei libici e degli etiopi. Il sogno dei sardi illuminati finalmente ebbe a realizzarsi quando arrivò nell’isola l’uomo capace di risolvere i nostri problemi, l’ingegner Giulio Dolcetta. Grazie al suo impegno fattivo le distese desolate di acqua salmastra dello stagno di Sassu divennero le fertili piane di Arborea. Investimenti eccezionali rendevano fertili piane abbandonate da secoli grazie al lavoro di contadini italiani provenienti dalle fertili e forti regioni della Padania. Qualcuno osò obiettare: ma non c’erano dei sardi disponibili e capaci di far prosperare la propria terra? No, ahimè, non c’erano. Essi dormivano sogni agitati dentro le loro capanne di pietra, da cui si svegliavano solo per infierire sul gregge del loro vicino, sgozzare agnelli innocenti, togliere la libertà e la vita a chi avesse osato negare i costumi della loro barbarie. Ogni popolo ha la sua vocazione. C’è chi non riesce a varcare l’orizzonte di mura di pietra che lo costringono in una visione della vita masochistica e rassegnata e chi invece osa sfidare le onde del mare e proiettarsi verso il futuro. Questo basti a spiegare la superiorità dei fenici sull’esausto, forse ormai estinto, popolo nuragico. Chi, se non questi arditi eroi delle onde, poteva ereditare un’isola dove la precedente civiltà era collassata? Per questo chi sconfisse i punici, il popolo romano. da cui tutti noi, anche i sardi, vantiamo la discendenza, destinò gli abitanti dell’isola infelice all’unico destino che potessero contemplare nel loro orizzonte di vita, quello della schiavitù. I Romani hanno dato ai sardi un futuro da cui mai potranno liberarsi, se non con l’estinzione. Solo in Sardegna un popolo che si pretende ribelle ha sempre adottato la lingua di chi l’opprime. La lingua basca è sopravvissuta nei secoli, non la lingua dei nuragici. I barbaricini si vantano di parlare il latino più puro, altri si vantano di essere ancora spagnoli, oggi un’isola intera inneggia alla nazione che domani occuperà le sue case e distruggerà le sue tombe. Giustamente ai contadini veneti fu affidato il nome glorioso di Arborea, simbolo di una storia che eredi inetti e insignificanti avevano lasciato nella polvere. Proprio quando, versando il proprio sangue, pensavano di aver acquisito meriti speciali nei confronti della nuova patria. Non avevano capito di essere ospiti indesiderati di una casa che aveva un nuovo padrone, impaziente di andare ad abitarla. L’esperienza politica di Renato Soru sembra appartenere a un passato remoto. So che altri la pensano diversamente, io credo che sia stata un’occasione perduta. Una sconfitta che si aggiunge alle altre. Anche lui è stato protagonista e vittima della sindrome di solitudine e servitù. Credo che il cambiamento sia stato ancora più grave perché dopo di lui la sinistra in Sardegna sembra non abbia più niente da dire. Voci flebili si esprimono solo di rimbalzo alle iniziative altrui, a volte sembra che l’opposizione sia fatta più da frazioni interne del centro-destra che non dal centro-sinistra. Altre volte è chiaro il sostanziale accordo con la maggioranza su temi importanti e delicati come la modifica dello Statuto e la chiusura del Poligono di Quirra.  Ci si lamentava del protagonismo di Soru, il nome del singolo in evidenza che sovrasta tutti gli altri. Non si sentono lamentele se sotto la sigla  Sinistra Ecologia Libertà, c’è scritto Nichi Vendola. Renato Soru aveva mosso delle cose, pensieri, sentimenti, impegno, e alcune di queste sono rimaste dentro la vita e i problemi di persone vere. Come il comitato  che a Macomer ha deciso che non voleva più l’inceneritore in casa e ha creato il gruppo di riflessione e mobilitazione politica e culturale “Non bruciamoci il futuro Comitato contro l’inceneritore a Tossilo”.  http://nonbruciamoci macomer.blogspot.com/  Contro tutti, anche contro Soru che voleva l’inceneritore a Ottana. Donne e uomini di ogni età che non si rassegnano a subire il meno peggio, la scelta autolesionista dettata come sempre dalla subalternità. Il comitato di Macomer è composto da quella parte di sardi, da quel tanto che c’è in tutti i sardi, che vuol continuare a combattere, vuol continuare a vivere, non vuole arrendersi. Persone che continuano a pensare con la propria testa. I sardi solitari che ogni tanto sono capaci di mettersi insieme. La gestione dei rifiuti in Sardegna è specchio della finta virtù che ci domina sin dall’esempio di un arcivescovo in divisa. Cagliari ha la differenziata finta che può vedere chiunque si affacci nei cassoni vuoti dell’umido. Al mio paese l’umido e il resto finiscono a volte nello stesso contenitore per essere destinati alla medesima discarica o allo stesso inceneritore.. Questa è il mondo che ci è stato dato in sorte. Gli operai della Vinils hanno esposto la bandiera dei 150 anni. Auguro loro una sorte migliore di quella che è sinora toccata alla bandiera dei sardi.

5 Commenti a “L’isola dei rifiuti”

  1. Marcello Madau scrive:

    Rispetto questo punto di vista, che nel nostro ‘Manifesto Sardo’ ha uno spazio non per tolleranza (termine che non amo e certamente Mario rifiuterebbe), ma perché elemento prezioso di riflessione.
    La crisi della sinistra è confermata anche dal senso di nostalgia commemorativa che sembra consegnare Soru ad un remoto passato, ormai mito, come se la memoria comunicativa non funzionasse più.
    Io, con altri compagni, mi ostino a ricordare, assieme alle cose molto interessanti che la sinistra attorno a Soru ha proposto, come il riconoscimento strategico di cultura e ambiente, e la ‘conseguenza’ di un avanzato PPR, quelle negative, che non si esauriscono certo nel personalismo al quale i nostri tempi sembrano obbligarci (non lo amo neppure in Vendola) e sono molte: la gestione dei beni culturali (e l’infelice tentativo sulle aree minerarie), la statutaria, la ‘tassa sul lusso’, i soldi per le idiozie atlantidee, gli inceneritori. Un problema più vasto di Ottana, con la sgradevole proprietà dell’Unità assieme al Presidente di Impregilo, potentissimo gruppo leader fra l’altro proprio nei termovalorizzatori. Il turismo a cinque stelle per La Maddalena, con tanto di archistar.
    Dovremo prepararci a scelte e costruzioni difficili rianalizzando questi ultimi anni, compresa l’esperienza di Renato Soru, finita non per tradimenti, ma perché espressione dei limiti della sinistra, da superare verso ben altre e più avanzate pratiche di democrazia. Cagliari e Olbia sono già scenari complessi e nuove sfide.

  2. Mario Cubeddu scrive:

    Non posso che ringraziare Marcello per il rispetto e la tolleranza che mostra per ciò che penso e scrivo a proposito di Soru. Vorrei solo far notare che nessun altra amministrazione regionale avrebbe avuto il coraggio di sostenere la battaglia della Giunta Soru per Tuvixeddu. Marcello dovrebbe fare qualche esempio di altre azioni simili portate avanti da politici sardi in passato. Infine credo che criticare Soru perchè ha messo soldi ne L’Unità, salvando dal fallimento il giornale fondato da Antonio Gramsci, sia un punto di vista che andrebbe spiegato meglio. A suo tempo Grauso finanziò il Manifesto e nessuno ebbe niente da dire. Spero infine che qualcun altro, oltre chi scrive e i componenti del Comitato di Redazione, abbia tempo e voglia di intervenire su quello che scrivo. Noi possiamo parlarci tra noi, i commenti ai lettori.

  3. Marco Ligas scrive:

    A suo tempo Grauso finanziò il Manifesto e nessuno ebbe niente da dire”: è un’affermazione greve. Genera sospetti e perciò è offensiva e ingenerosa nei confronti di un quotidiano che da decenni vive difendendo la sua autonomia, sostenendo i propri convincimenti e stando, come più volte è stato sottolineato, dalla parte del torto. Nessuna diversità di opinioni tra compagni o amici dovrebbe provocare sospetti di questa natura. Nel corso della sua esistenza il Manifesto ha chiesto ripetutamente sostegni ai suoi lettori, alle organizzazioni democratiche, ai difensori della libertà di stampa. Talvolta gli aiuti sono arrivati anche dagli avversari politici i quali hanno apprezzato la lealtà e l’indipendenza con cui il Manifesto ha lavorato. È anche grazie a questa autonomia che il quotidiano, il mese prossimo, il 28 aprile, festeggerà il suoi 40 anni di vita.
    Ciò che ci auguriamo, che si augurano tutti quelli che ancora sentono di potersi chiamare compagni, è che questo giornale continui a far sentire la sua voce.

  4. Mario Cubeddu scrive:

    Non trovo convincenti gli ultimi argomenti proposti da Marco e mi meraviglia il tono della sua risposta. Soru che mette i suoi soldi ne l’Unità merita lo stesso rispetto che viene riservato a coloro che “hanno apprezzato la lealtà e l’indipendenza con cui il Manifesto ha lavorato”. Tutto il resto, dal greve in poi, mi pare espressione di mancanza di argomenti.Se devo essere scomunicato vorrei esserlo con ragioni più consistenti.

  5. Marco Ligas scrive:

    Riprendo gli argomenti che hanno meravigliato Mario.
    Soru, dice Mario, merita rispetto perché ha acquistato l’Unità salvandola dal fallimento. E perché no? Lo merita anche se la sua iniziativa non è stata un’operazione di beneficienza ma di mercato. Soru ne ricava qualche vantaggio (di immagine, per esempio); prevale comunque l’aspetto mercantile tanto è vero che poco dopo l’acquisto sopprime le redazioni toscana ed emiliana perché non più convenienti. Non entro nel merito del conflitto di interessi (sottolineo però che per un leader politico la proprietà di uno strumento di comunicazione è importante).
    C’è qualche analogia con l’esperienza del Manifesto? Nessuna credo. Sin dalla nascita il Manifesto è una cooperativa di giornalisti che sono editori di se stessi. Tutti i lavoratori, compresi i tecnici addetti alla stampa, sono soci della cooperativa. È sempre difficile pagare gli stipendi che talvolta arrivano con mesi di ritardo. Perché Mario introduce sospetti sui finanziamenti ricevuti dal Manifesto? Mi ha sorpreso la sua insinuazione, forse voleva dire altro però nel commento successivo non ha rettificato alcunché.
    Un’ultima considerazione sulle esclusioni (o scomuniche). Non le pratichiamo: preferiamo confrontarci con tutti, anche dissentendo.

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