La banalità del colonialismo

1 luglio 2018
[Aldo Lotta]

Il catastrofico susseguirsi, sul palcoscenico della politica, di situazioni tragiche e di personaggi che esaltano arbitrio e sopruso impone l’esigenza di liberarsi da un perversa condizione di “dumping mentale” per tessere insieme una “rete di reciprocità” a difesa di norme costituzionali e di diritti universali.

Capita, a volte, di scoprirsi partecipi di situazioni che ci costringono, più di altre, ad ampliare e circostanziare la nostra visione delle cose: si tratta spesso di eventi apparentemente semplici, privi di risonanze mediatiche, che capitano in luoghi di rassicurante quotidianità. Una di queste situazioni, veramente preziosa, è stata per me il recente incontro con delle persone speciali negli spazi dell’Ex Art nel quartiere della Marina di Cagliari : erano Mjiriam Samra dell’Università di Oxford, Ruba Salih, della Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra, Wasim Dahmash, già docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università di Cagliari. (1)

L’argomento dell’incontro, La questione coloniale in Palestina e in Medio Oriente, poteva apparire particolarmente irto e complesso, se non altro per la presenza, anche tra gli spettatori, di profughi palestinesi e di chi sostiene da anni la loro causa. Ma, come in molte altre occasioni simili, la garbata competenza del Prof. Dahmash e l’accuratezza documentaria delle relatrici, testimoni dirette di quanto avviene nei territori occupati, hanno inchiodato la platea su dati e questioni inopinabili e di forte attualità politica.

Ma, chiusa anche la discussione pubblica, l’eco assillante che insisteva nella sala era il dis-velamento di un’ovvietà che, forse proprio per la sua ingombrante prossimità, per il suo essere qui e ora, ci sforziamo in tutti i modi di non percepire: la questione, immensa, di un “neo”-colonialismo oggi foscamente pervasivo e multiforme nei modi e nei luoghi del suo esplicarsi.

Oggi le politiche e, prima ancora, le strategie economiche-commerciali globali delle nazioni e/o delle gerarchie finanziarie egemoniche si declinano non solo nelle molteplici strategie di spossessamento dei territori “meno sviluppati” (vedi l’economia estrattiva, il land-grabbing, l’esportazione indiretta di territori agricoli o di pesca, la tratta di esseri umani, il dumping, le guerre…). Il fronte più sottilmente perverso di questo fenomeno si può, anzi, percepire sulla pelle di ogni persona, nella quotidianità, nello svolgimento anche di tipo “democratico-occidentale” delle azioni e nell’espressione di pensieri ed emozioni. Una forma di colonizzazione ancora una volta estrattiva, dunque, ma con esiti, in prospettiva, ancora più catastrofici, in quanto rivolta alla nostra mente, la quale smette di pensare e perde la sua naturale, e vitale, funzione plastica di mediazione nel e col mondo.

Bourdieu definisce la paradossale autoreferenzialità odierna della rete mediatica “circolarità circolare delle informazioni”: le notizie si susseguono uguali, semplificandosi e gonfiandosi al tempo stesso, e allontanandosi inesorabilmente dalla complessità dei fatti. (2) A beneficio di una “scarnificazione” esasperata del pensiero sino alla risposta automatica improntata al consenso acritico o, peggio, all’indifferenza (quanto poi ad una certa “ignoranza” di ritorno, ne testimoniano la pervasività le recenti espressioni di stupore di alcuni nostri esponenti politici al cospetto di dati e foto, in occasione di un convegno in cui venivano esposte le conseguenze nefaste, su bambini e giovani adulti, delle ferite da armi da fuoco inferte, con l’uso degli “speciali” proiettili dirompenti, dai cecchini israeliani). (3)

Ed ecco che, non essendo più delle entità co-involte nella complessità ineludibile e meravigliosa del mistero della vita e della natura, ci affidiamo a formule magiche, ad illusorie “facili” soluzioni dei problemi, prendendole dalle scatole degli attrezzi che media e tecnologia ci offrono: così, nel caso della questione palestinese (occupazione illegale di un intero territorio, colonizzazione incessante ed espulsione sistematica della popolazione originaria, nonostante le decine di perentorie risoluzioni ONU), sentiamo parlare di “eterno conflitto” israelo-palestinese, di un “mancato accordo tra le parti”; mentre del fenomeno della migrazione di persone che fuggono dalle calamità di cui “noi” siamo direttamente responsabili, cogliamo la “illegale clandestinità” e la “invasività minacciosa”.

Qualche giorno dopo quel dibattito, partecipavo al corteo organizzato, significativamente in occasione della ricorrenza del 2 giugno, dal comitato A Foras per protestare contro l’occupazione militare in Sardegna. Quell’ impegno strutturato, maturo, allegro e pacifico, emotivamente coinvolgente, degli studenti, si rivelava un’eclatante risposta politica, intensamente “culturale”, al processo di estrazione di idee e cultura in atto, espressione potente di una sorta di anticorpi che “ci sono”, e agiscono, all’interno di un organismo sociale profondamente sfibrato. (4)

E a questo proposito, possiamo cogliere, sia in Italia che in Europa, i segnali di un processo di coesione tra forze, risorse politico-sociali (numerosissime ma fino ad oggi monadi disperse) intorno a temi di importanza ormai cruciale, doverosamente condivisi. La prassi di alcuni politici in Italia, come Luigi De Magistris e Laura Boldrini, o in Europa, come Yanis Varaufakis (5), Pablo Iglesias (6), Ada Colau, oggi va, mi sembra, in direzione contraria rispetto alla tradizionale ricerca ossessiva e autolesionistica dei distinguo e delle divisioni. Si fanno strada gli appelli a tutti i movimenti, comitati, partiti e persone che abbiano fondamentalmente a cuore il bisogno di salvare la nazione e l’Europa da una bancarotta morale e democratica, di ritrovarsi insieme in un percorso politico condiviso. E ciò prima che venga portato a termine l’evidente proposito, attraverso anche una prassi parlamentare, e con il continuo proditorio attacco ad istruzione e cultura, di sovvertire i principi della nostra costituzione e i fondamentali diritti internazionali.

Sta a noi cogliere questi segnali, amplificarli e trasmetterne la sensibilità, aderendo maggiormente all’idea che per sopravvivere come donne e uomini della Terra dobbiamo abbattere i confini e i muri (a parte gli infiniti muri mentali, 16 quelli reali esistenti al momento della caduta di quello di Berlino, 61 ora, senza contare la “fossa comune” rappresentata dal Mediterraneo).

Ricordando i concetti, attualissimi, di Gramsci su ignoranza, indifferenza e internazionalismo e le parole, sempre dal carcere, di Martin Luther King: “L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, avvolti da un’unica trama del destino. Qualunque cosa riguardi direttamente uno, riguarda in modo indiretto tutti. Non potremo mai più permetterci di vivere con l’idea ristretta e provinciale dell’ “agitatore che viene da fuori”.

 

Link e riferimenti bibliografici

  1. https://www.facebook.com/events/165509404295091/
  2. Pierre Bourdieu – Sulla Televisione – Feltrinelli 1997
  3. https://www.facebook.com/events/338134886716914/
  4. https://www.facebook.com/notes/a-foras-contra-a-socupatzione-militare-de-sa-sardigna/sa-die-contra-a-socupatzione-militare/1054445421387899/
  5. https://diem25.org/main-it/
  6. https://www.huffingtonpost.it/nicola-fratoianni/podemos-chiama-europa_b_14690980.html
  7. Antonio Gramsci – Quaderni del carcere – Einaudi 2014
  8. Antonio Gramsci –Odio gli indifferenti – Chiarelettere 2011
  9. Martin Luther King – Lettera dal carcere di Birmingham – Castelvecchi 2013

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