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La comunità musulmana a Cagliari

1 gennaio 2013
Roberto Loddo
“L’ho spinto sui binari del treno perché odio gli indù e i musulmani da quando hanno buttato giù le Torri gemelle”. E’ difficile rimanere indifferenti alle motivazioni della donna accusata di omicidio per la morte di un immigrato indù giovedì scorso. Morto sotto le rotaie del metrò, a New York per “motivato odio religioso”. Odio. Sarebbe interessante comprendere se questa parola che nasconde un irrazionale paura verso l’Islam e i musulmani, è presente, non solo a New York, ma anche a casa nostra, a Cagliari. Per il Manifesto sardo sarebbe altrettanto interessante conoscere la condizione dei musulmani a Cagliari rispetto all’accesso alle abitazioni, al lavoro, all’istruzione, alla giustizia, alla sanità e ai servizi pubblici. Ne abbiamo parlato con Sulaiman Hijazi, portavoce della comunità musulmana di Cagliari. Sulaiman è nato in Palestina, a Hebron ventinove anni fa. È arrivato in Italia nel 2005 e proviene da una famiglia che vive ancora oggi al centro di Hebron.

Da chi è composta la comunità musulmana a Cagliari? Qual è lo stato dei rapporti interni alla comunità?

Quando sono arrivato nel 2005, la moschea era più piccola e poco organizzata. L’inizio della mia attività di portavoce è coinciso con una riorganizzazione della comunità. Nuove persone tra i dirigenti e i volontari che aumentavano e un nuovo Imām. La comunità è composta da cittadine e cittadini provenienti da 16 nazionalità differenti. Mille persone frequentano la moschea di Cagliari. Sono circa 10 mila le cittadine e i cittadini musulmani in Sardegna. La maggior parte sono senegalesi, bengalesi e pakistani. Non è facile, gestire le attività e garantire l’armonia e l’accordo quando ci sono esperienze culturali e storie differenti.

Era il lontano 2002, quando il Rapporto di monitoraggio della protezione delle minoranze nell’Unione Europea sulla situazione dei Musulmani in Italia notava che “I pregiudizi sull’Islam diffusi tra la popolazione italiana sono legati a stereotipi di origine mass-mediatica”. Agli inizi della tua esperienza di portavoce, hai notato anche tu questa dinamica mediatica e politica di chiusura nei confronti dell’Islam?

Si, quando agli inizi della mia esperienza deciso di occuparmi della parte amministrativa e delle relazioni esterne della comunità, mi sono accorto di un grave limite di interazione politica e culturale con l’amministrazione provinciale e comunale. La comunità musulmana non aveva contatti con i mass media e il mondo della politica. Di nessun genere. Nemmeno informali. C’era un disinteresse reciproco al dialogo. Per noi è stato difficile lottare dal nulla per far emergere e apparire le ragioni dell’esistenza e della presenza della nostra comunità. Senza contatti istituzionali è più complesso praticare il nostro obbiettivo principale: far capire alla gente cosa sono i mussulmani.

Come sono stati i rapporti con la precedente amministrazione comunale? Com’era il sindaco Floris?

C’è stata una chiusura totale da parte del precedente sindaco. Noi abbiamo provato più volte a interloquire e dialogare con lui. Quattro anni fa, attraverso un confronto televisivo sulla Moschea di Cagliari (Con quella puntata la comunità ha iniziato ad essere conosciuta e riconosciuta) ci capitò di avere un confronto aspro e duro con l’ex sindaco Floris. Dimostrò che la sua amministrazione non conosceva bene le dinamiche della comunità mussulmana e dell’Islam la questione dell’ipotesi di costruzione della Moschea Secondo lui era una questione di reciprocità religiosa internazionale. Lui sosteneva che quando le comunità cristiane dei paesi arabi avranno i diritti rispettati e le chiese costruite, anche Cagliari potrà costruire la Moschea. Una posizione stravagante e poco informata della realtà. Un paradosso. Cosa dovrei fare? Chiamare Abu Mazen e digli di trattare bene i cristiani perché ci devono costruire la moschea? Da noi esistono le chiese. Anche Abu Mazen a Natale era in Chiesa a festeggiare la natività. I Paesi musulmani sono ricchi di Chiese cristiane. Dalla Turchia alla Siria, in Giordania fino ad arrivare all’Egitto e all’Algeria.

Parliamo della Moschea. Come sono i rapporti con le amministrazioni provinciali e comunali?

Noi oggi abbiamo rapporti positivi con tutte le province. Sassari ha una Moschea come anche Olbia ha una sua Moschea, certamente più dignitosa e decente di quella cagliaritana. La Moschea di Cagliari non può essere definita una vera e propria Moschea. Può contenere solo 180 persone, per noi rappresenta un luogo ristretto di incontro e di preghiera. Da anni stiamo combattendo per avere una nuova Moschea che possa contenere tutti i fedeli, almeno per il Venerdì. E da anni che le nostre rivendicazioni hanno avuto in risposta solo il silenzio. Un silenzio che viene interrotto solo nel periodo delle elezioni da promesse che non vengono mai mantenute.

Il nuovo sindaco Massimo Zedda, ha mai parlato della Moschea durante la sua campagna elettorale? Ci stiamo avvicinando a differenti scadenze elettorali, sia regionali, sia nazionali. Abbiamo avuto le elezioni primarie e quelle per la scelta dei parlamentari di Pd e Sel. Qual è il livello delle promesse elettorali?

Un livello di promesse certamente sproporzionato ai fatti che abbiamo davanti agli occhi. Due anni fa, alle primarie del centrosinistra per la scelta sindaco di Cagliari, Massimo Zedda intervenne con me all’incontro organizzato per la Moschea. Il sindaco disse che una delle prime cose che voleva fare appena eletto, era di garantire uno spazio in un luogo accogliente e dignitoso per la nostra gente.

Una promessa evidentemente mai mantenuta. Un luogo che state ancora aspettando. Delle responsabilità precise con nome e cognome.

Si. Noi vogliamo uno spazio almeno per il Venerdì. Sappiamo benissimo come vanno le cose in Italia, conosciamo il dramma della crisi a cui è esposta l’Italia e i sacrifici nei tagli alla spesa pubblica che stiamo subendo. Anche noi mussulmani siamo nella stessa barca delle persone che soffrono questa crisi. Infatti noi non chiediamo nuove costruzioni alle amministrazioni. Ma solo un Venerdì di preghiera in maniera civile e dignitosa, un Venerdì degno di una città come Cagliari che dovrebbe rispettare i diritti civili delle persone. Questa amministrazione comunale ha la responsabilità grave di negare il diritto di preghiera e di costringere le persone a stare fuori, con la pioggia d’inverno e con il caldo d’estate. Eppure il sindaco Zedda è venuto due volte e ha visto con i suoi occhi ed ha sempre dichiarato di essere al nostro fianco.

E adesso, dopo le promesse non mantenute, cosa può fare la comunità musulmana per ottenere delle risposte precise?

Abbiamo deciso di aspettare questa settimana. E poi basta. Se non ci sono risultati concreti e i nostri diritti continueranno ad essere calpestati faremo un sit-in di fronte al Municipio. Siamo stanchi di ascoltare consiglieri e assessori comunali che ci chiamano solo in presenza di scadenze elettorali e poi finite le elezioni, ritorna il silenzio. Questa situazione è degradante. Non solo per noi musulmani, ma per tutta la cittadinanza. Se l’Italia funziona con le promesse elettorali, siamo rovinati. Diventiamo un Paese senza speranza.

Come sono i vostri rapporti con le altre comunità religiose e con la Chiesa cattolica?

Pochi rapporti con le altre comunità religiose. Quasi inesistenti. Per ciò che riguarda la Chiesa cattolica vedo una chiusura. Da parte loro. Noi da sempre abbiamo cercato il dialogo. Abbiamo dei buoni rapporti con la diocesi di Cagliari. Con il precedente Vescovo, Miglio, c’era una chiusura totale. Con il nuovo Vescovo riponiamo buoni propositi di dialogo. Durante un incontro ci disse che voleva incontrarci. Ad oggi l’incontro non c’è ancora stato, ma non si può costruire da un giorno all’altro un legame consolidato e radicato. Questo fa parte del dialogo.

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