È la disorganizzazione che ingenera paura e razzismo   

1 agosto 2017

Migranti a Cagliari – Foto Roberto Pili

Don Ettore Cannavera

Sminuire i violenti gesti intimidatori che si sono ripetuti nei giorni scorsi in vari centri dell’isola contro le strutture destinate ad ospitare migranti sarebbe fare come i bambini quando tentano di nascondersi per non vedere quel che non piace. Invece bisogna avere il coraggio di dire la verità, di individuarli come segnali, preoccupanti, di quanto si stiano diffondendo paura e razzismo per effetto di una guerra tra poveri frutto di disorganizzazione, approssimazione, mancanza di corretta informazione. Certo, non sono gesti da condividere, ma io penso che bisogna comprenderli e difendere chi ne è autore. E spiego perché.

Il sistema dell’accoglienza è vecchio e inadeguato. Il primo intervento riguarda l’ospitalità dei richiedenti asilo. Attualmente nell’isola ce ne sono circa seimila. Ma quanti sono gli ‘Sprar’ messi a disposizione della Sardegna, vale a dire gli interventi programmati per la seconda accoglienza? A fronte dei circa seimila rifugiati possono esserne assistiti circa 200, il numero più basso in tutta Italia. E tutti gli altri? Ammassati spesso in modo disumano. Qui da noi alla Collina abbiamo 35 rifugiati e grazie proprio ad uno ‘Sprar’ possiamo contare sul lavoro di sei operatori che conoscono due lingue e che vengono regolarmente retribuiti. Così l’accoglienza, quando è organizzata per bene, diventa non solo occasione di lavoro per i disoccupati, ma anche di economia indotta nelle strutture economiche del territorio.

Ma come procedere per un’equa distribuzione dei richiedenti asilo? A che serve chiedere la disponibilità dei comuni, se non si indicano quote adeguate, in proporzione rispetto alla popolazione residente? Che senso ha mandare 150 rifugiati in un piccolo comune di tremila abitanti? Come si potrebbe cambiare? Io credo che si dovrebbe dare attuazione ad un’idea non ascoltata di papa Francesco: poche persone per famiglia, parrocchia, comunità disponibili. “Aprite le vostre porte” darebbe la possibilità di una vera integrazione e sconfiggerebbe l’dea dell’invasione che sta ingenerando solo tanta paura, diffidenza, ostilità.

Chi dovrebbe cominciare ad operare in questa direzione? Certamente i due ministeri competenti, quello degli Esteri e dell’Interno e i loro terminali locali, le Prefetture. Sono queste istituzioni che dovrebbero evitare che la responsabilità di una possibile soluzione ricada sulle comunità – quasi tutte piccole in Sardegna – che di quella invasione hanno legittimamente paura. Ecco perché dei 377 comuni sardi hanno risposto sì solo in nove, quelli che hanno pienamente compreso come funzionano gli interventi “Sprar”. Altro grave rischio è dato da quanti vogliono cercare di mangiare anche su questo disastro umanitario, quest’esodo biblico di popoli del nostro millennio. Quanti sono gli albergatori, ad esempio, che hanno pensato bene di trasformare in business questa materia sistemando nei loro locali centinaia di immigrati? Per capire di che parlo basterebbe andare a vedere la condizione in cui vivono i rifugiati ammassati nell’ex Motel Agip all’ingresso di Cagliari.

 

Le condizioni imposte dagli ‘Sprar’ impedirebbero tutto questo, farebbero in modo da non considerare più quegli uomini, quelle donne, quei bambini come sacchi da accatastare in un luogo qualsiasi. Non è possibile che le istituzioni italiane, e con loro quelle europee, non si accorgano di tutto questo. Gli egoismi della nostra epoca non possono annullare livelli di civiltà che sono stati acquisiti nel tempo. Che Europa è quella che costruisce muri, barriere di filo spinato, che cerca di sottrarsi alle responsabilità? Responsabilità che sono innanzi tutto di natura politica. Lavarsene le mani è come tradire la storia, le tradizioni, la cultura di un continente che per secoli si è impegnato per migliorare la condizione dell’uomo. E vuol dire anche dimenticare quel che è accaduto tra l’800 e il ‘900 quando milioni di persone, europee, trovarono rifugio in Argentina, Brasile, Stati Uniti e tanti altri Paesi per sperare in un futuro migliore.

Se si vuole dare una speranza anche a questi nostri fratelli disperati bisogna smetterla con la disorganizzazione e l’approssimazione con cui finora è stata gestita quest’emergenza. Bisogna convincersi che almeno per il prossimo decennio noi dovremo convivere con questo fenomeno. Dobbiamo fare in modo che con una precisa programmazione degli interventi e con un’equa distribuzione sul territorio dei rifugiati si riesca a dimostrare che non abbiamo a che fare con nuovi nemici venuti dal mare contro i quali combattere in ogni modo, ma con fratelli che attendono solo di essere indirizzati in modo adeguato per cominciare a costruire una nuova vita. Questa è l’unica strada per sconfiggere paure crescenti e rischio razzismo.

1 Commento a “È la disorganizzazione che ingenera paura e razzismo   ”

  1. Rosanna Cugudda scrive:

    Una riflessione intelligente per una realtà molto complessa. Don Ettore ha ragione,la paura delle persone è comprensibile. Sono un’ infermiera che si occupa, per parte del suo lavoro, di migranti e sto toccando il fenomeno con mano.
    Assistendo agli sbarchi e vedendo la realtà di Cagliari e interland mi rendo conto che la gestione va modificata altrimenti l’intolleranza che sta montando creerà seri problemi.

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