La moschea a Cagliari

16 febbraio 2011

Pierluigi Carta

La moschea di via Collegio, nella Marina di Cagliari, sta diventando un’istituzione storica a pieno titolo, per il quartiere e per tutta la città. La moschea, o più propriamente “Centro di preghiera”, non ha né minareto né mihrāb (abside), ma è nascosta tra le basse abitazioni davanti alla Scuola media Manno, ed è composta da tre stanze ristrette e da un corto antivano, utilizzato in parte per la scarpiera e per le docce. Nella provincia di Cagliari si contano più o meno 8.000 musulmani e in città ci sono tre centri di preghiera, due nell’hinterland, come quello di Flumini, acquistato dai senegalesi, uno a Villasor, e un unico centro per 16 nazionalità di fedeli raccolti nei quartieri del centro. Il locale di via Collegio è certamente caratteristico, i numerosi tappeti sovrapposti contribuiscono a dare un tono all’ambiente, ma gli spazzi ristretti (coi suoi 80 mq, all’interno c’è posto per massimo 180 fedeli, e ogni venerdì si radunano 300 preganti) e la condizione insalubre, contribuiscono a rendere difficoltoso lo svolgersi del salāt (preghiera).  È già da qualche mese che la comunità musulmana cerca di patteggiare con l’amministrazione comunale, uno spazio più grande per il rito, ma le aspettative sembrano per ora smentite dalle dichiarazioni del sindaco uscente Floris, che ha affermato – per la moschea in Marina, non vedranno neppure un euro -. Il suo elettorato può restare dunque tranquillo, come Gianmario Muggiri dell’M.S.I., che coi suoi camerati, si batte a colpi di comunicati face book “No alla Moschea a Cagliari”, pensando che l’Islam sia solo lapidazioni e burqa. Conformandosi alla linea del sindaco, l’assessore alle politiche sociali, Anselmo Piras, non ha preso alcuna decisione concreta a sostegno della comunità. La Sardegna, con Cagliari come punta, si annovera tra le prime regioni italiane per l’inclusione sociale, dove gli immigrati hanno la possibilità effettiva di salvaguardare i tratti della propria cultura e interagire con la cultura locale, senza eccessivi traumi  o costrizioni. La condizione dei 38.300 stranieri, regolari (dati tratti dal XX rapporto Immigrazione Caritas 2010. Incremento dell’ultimo anno, 4.700), non è di certo rosea: sovraffollamento abitativo, lavoro sommerso, scarsa copertura sanitaria e sradicamento, ma sono fattori che ogni generazione di migranti ha dovuto affrontare nella storia degli stati moderni. L’asiatista della facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, Anna Maria Baldussi, è del parere che – la religione, secondo la cultura di appartenenza, occupa un peso rilevante, spesso al pari del lavoro. Se non si ha la possibilità di estrinsecare il proprio culto in locali e in condizioni appropriate, questo può essere avvertito come una grande privazione delle libertà personali -. La moschea è una “piccola patria”, e nelle vie di Marina, questo è vero più che mai. Infatti tale quartiere, negli ultimi 20 anni, è diventato uno dei centri più interessanti dal punto di vista della multiculturalità e dell’integrazione, e la moschea, inserita in quel contesto, costituisce un caso di particolare interesse per tutta la nazione. Il portavoce della moschea, Hijazi Sulaiman, un giovane palestinese di Ebron, racconta che la sua è una delle poche moschee dove sono banditi i richiami alla politica, e i dibattiti si svolgono all’esterno. Per via delle molte culture che si incontrano nello stesso spazio. Inoltre le 16 nazionalità hanno raggiunto un accordo, decidendo all’unanimità di praticare il rito sunnita, e la Khutba (la predica) viene detta sia in arabo che in italiano. È lo stesso portavoce a mettere in guardia il candidato sindaco Massimo Zedda, il quale ha promesso sostegno ai fedeli di Marina. Sulaiman a tale proposito gli è stato comunicato – potresti perdere voti -. Il mal di pancia xenofobo infatti è una realtà strisciante anche nella nostra isola, come afferma il dottor Fara, dell’Osservatorio Provinciale. Se Cagliari si è assestata al primo posto per la sua capacità di accoglienza relativa, nella ricerca del CNEL sull’integrazione, il recente aumento della popolazione migrante e delle seconde generazioni, non manca di suscitare allarme in qualche frangia della cittadinanza. Il dottor Fara scongiura il pericolo di un riflusso xenofobo proprio in zona Marina, dove gli immigrati sembra che abbiano trovato la loro legittimazione sociale, ma il pericolo risiede nei quartieri più periferici e nell’hinterland, dove la condizione degli stranieri è senz’altro peggiore.  Le moschee non sono solamente uno spazio di preghiera, ma anche un centro di incontro, dove le comunità si ritrovano per scambiarsi informazioni e sostegno reciproco.  Uno spazio adeguato, verrebbe utilizzato, oltre che per le cinque preghiere giornaliere, anche per insegnare il corano ai bambini e per la costituzione di una biblioteca. Un centro di preghiera in Marina, sarebbe indispensabile perché l’epicentro della comunità musulmana ruota lì attorno, si veda Castello, Stampace e Villanova. La preghiera del mezzogiorno è avvertita come un bisogno, e la maggior parte di essi, riesce a presenziare,  sbrigandosela con un permesso di mezz’ora dal lavoro. La situazione sarebbe diversa se il centro fosse dislocato fuori città. La possibilità di esercitare il proprio culto, in condizioni accettabili, è una delle libertà positive che un’amministrazione comunale che agisca sotto la Costituzione italiana, dovrebbe rispettare. È una delle politiche verso i migranti che contribuiscono in altre nazioni a rendere meno traumatico il passaggio da un contesto sociale ad un altro, tenendo conto della moltitudine di approcci alla spiritualità che le nostre culture ospiti recano con esse al loro arrivo. L’obbiettare di qualcuno, riassumibile nel leit motiv “perché da  noi loro possono fare quello che vogliono, mentre nei loro paesi noi non possiamo pretendere nulla”, non è degno né di un cittadino di uno stato di diritto, né di una democrazia. Questo sfogo ha una sua catalogazione, si chiama barbarie.

1 Commento a “La moschea a Cagliari”

  1. Porcu Silvana scrive:

    Quello che mi fa veramente adirare è che si negano dei diritti a persone che pagano le tasse. E’ infatti noto che gli immigrati regolari le pagano anche perchè, loro, verrebbero subito identificati e multati.
    Si dimentica che le pagano anche per chi non le paga o perchè s’inventa una disabilità per avere un assegno che non gli spetta. Che brutta figura abbiamo fatto classificandoci ai primi posti nella calssifica dei falsi invalidi!
    E’ una vera cattiveria rendere difficile l’incontro delle comunità straniere. E’ ancora più incomprensibile che i sardi, che hanno conosciuto mille emigrazioni sia interne che esterne, non abbiano un minimo si sensibilità nei loro confronti.
    Spero che il cambiamento di amministrazione comunale porti un po’ conforto anche agli stranieri che, fra l’altro, contribuiscono a garantire gli organici di scuole sempre più deserte.

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