La penna nell’arcobaleno

1 marzo 2011

Francesco Mattana

Nella prima puntata della nostra rubrica ‘La penna nell’arcobaleno’, intervistiamo Annamaria Loche, docente di filosofia politica dell’università di Cagliari. Nella sua ormai pluridecennale esperienza accademica, la professoressa ha incrociato più volte il tema dei diritti della donna nella storia. In virtù della sua esperienza, la interpelliamo per dire la sua sulla condizione femminile nell’Italia di oggi.

Partiamo dal 13 febbraio prof. Che impressione ti ha fatto questa piazza?Ti è parso un fuoco di paglia, oppure hai intravisto una serietà e concretezza d’intenti?
Sulla base di quello che ho visto in prima persona, mi è sembrata una piazza molto interessante. Intanto per il numero di persone, che a colpo d’occhio era piuttosto cospicuo pure in una città di provincia come Cagliari. Ma soprattutto, era una piazza insolita perchè ho visto molte facce nuove, di donne che generalmente non partecipano alle manifestazioni, ma che evidentemente avvertono la gravità del momento e sentono il bisogno di metterci la faccia. E poi la presenza di molti giovani, che sono l’ossigeno di ogni manifestazione: il fatto che fossero in tanti misura il successo dell’iniziativa

Che differenze hai ravvisato fra la piazza della sua gioventù, e la piazza del 13 febbraio?
La piazza è decisamente cambiata. I giovani che scendevano in piazza allora avevano un approccio molto tecnico, prevaleva una riflessione molto forte sul come modificare le basi della teoria politica. Sarebbe comunque molto ingeneroso dire che la piazza di oggi è migliore di quella di ieri. Diciamo piuttosto che la piazza di oggi è un fenomeno molto interessante, perchè coinvolge maggiormente la società civile. Quella società civile che non è interessata ai massimi sistemi della politica, ma semplicemente a vivere in un ambiente eticamente più respirabile.

Il termine ‘femminismo’ ha ancora senso al giorno d’oggi?
Io credo proprio di sì. Intanto ha certamente un senso occuparsene dal punto di vista storico, ed è quello che io faccio nel mio lavoro accademico. Per quanto riguarda l’orizzonte più vasto della vita, sì certamente ritengo che il femminismo, inteso come corrente di pensiero tesa a preservare il valore e la dignità della donna, è necessario. Una cosa possiamo dirla per certa: la piazza del 13 febbraio non era una piazza radical chic. Era una piazza di donne e uomini coi piedi per terra, che coi piedi per terra cercano di affrontare una stagione difficile.

La vedi peggiorata, questa nostra Italia, sul fronte della condizione femminile?
Senta, io non amo far la parte della laudator temporis acti, però in questo specifico contesto mi tocca farlo. Sono costretta, con amarezza, a prendere atto che il modello ragazza-immagine fa presa eccome, e fa presa un po’ in tutti gli strati sociali. Stiamo assistendo pure a un fenomeno inimmaginabile ai miei tempi, cioè un numero sempre più enorme di donne che aspirano al marito benestante, per farsi mantenere tutta la vita. Io però mi ritengo fortunata, perchè la facoltà di filosofia rimane un’isola felice, in cui le studentesse in massima parte hanno coscienza della propria dignità. Ma questo, naturalmente, non basta a lenire la mia amarezza per la situazione generale…

C’è un paese a cui l’Italia dovrebbe guardare, dovrebbe ispirarsi per dare il giusto orientamento alle politiche sulle donne?
Sicuramente abbiamo qualcosa da imparare dai paesi del nord-Europa. Il concetto di rispetto dell’altro, che nei paesi scandinavi è molto forte, si estende anche al trattamento delle donne. Sono rimasta affascinata dall’avanguardia di questi paesi, che sanno mettere in pratica una legislazione a favore delle donne. E ci tengo a precisare il ‘mettere in pratica’, perchè in Italia in teoria abbiamo una bella legislazione, ma le ben note influenze oltretevere ci impediscono di attuarla
Quali orientamenti teorici ti sembrano più interessanti, nel femminismo moderno?
Io mi occupo di storia del femminismo ormai da decenni, e devo dire che alla fine il mio amore per la stagione illuministica prevale su ogni altra corrente più recente. Ultimamente mi sto occupando di una grande intellettuale francese, Olympe De Gouges, che nel 1791 pubblicava una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina: non c’è da stupirsi che sia finita ghigliottinata da Robespierre, nel 1793…Per il resto, devo dire che non ho mai avuto un ottimo rapporto con le correnti del femminismo italiano. E in particolare, con alcune animatrici della Libreria delle donne di Cagliari, è capitato di avere qualche civile scontro dialettico.
Alla fine le tesi di laurea vertono quasi sempre sugli ever-green, Simone De Beauvoir e Virginia Woolf. Però se vuole che le faccia un esempio di pensatrice contemporanea che propone tesi interessanti sul femminismo, c’è Seyla Benhabib, di cui mi piacerebbe proporre una tesi triennale.

Possiamo parlare di una peculiarità, di un segno particolare che le donne lasciano nello studio del femminismo, rispetto agli uomini?
Certamente sì. Possiamo dire anzi che il femminismo, ovvero il pensiero delle donne sulle donne, è un’invenzione delle donne, e solo raramente gli uomini si sono avventurati in questo terreno con buoni risultati. Citiamo naturalmente le eccezioni di Rousseau e di Stuart Mill, ma senza dubbio il femminismo è una corrente di pensiero che è cresciuta solo grazie alla sensibilità e alla costanza delle donne

Ultimamente c’è un’ondata di pensatrici ‘scatenate’su questi temi. La tua opinione?
-Credo che chi, come la Marzano o la De Monticelli, si presenta spesso in consessi pubblici, faccia tutto sommato un buon servizio alle donne. Certo, il rischio dell’over-exposition, di mostrarsi troppo in pubblico porta la gente a soffermarsi sull’immagine di chi parla, più che sui contenuti. Sulla De Monticelli esprimo un giudizio di simpatia, ma non sempre è facile condividerne i ragionamenti.

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